Di marca

Se fossi un ribelle giovane ed entusiasta, davanti all’abbondanza merceologica dei nostri giorni direi qualcosa tipo: “fotti il sistema, non comprare questa lista di brand perchè sono il male”, e via a seguire un elenco di marche selezionate come ‘pessime’, con criteri più o meno legittimi. Ma sono ormai vecchio e disilluso, e slogan come quello sopra mi stanno un pò stretti.

Certo, siamo d’accordo che Nestlè, Coca Cola e Monsanto  – per citare degli esempi – fanno davvero ribrezzo, ma non sarei tanto sicuro che i concorrenti, o qualsiasi altro soggetto economico in ogni altro settore merceologico non lo facciano altrettanto. Soprattutto considerando quanto al grande capitale piaccia e convenga fare giochetti al limite del legale (ma di certo ben oltre la decenza) con società controllate, controllanti, holding, fusioni, acquisizioni e diavolerie varie: chi fa cosa, dunque, e come? Difficile dirlo. Spesso gli stessi processi e stabilimenti vengono utilizzati per prodotti che differiscono solo dal nome e dalla confezione, negli scaffali dei supermercati. Spesso le proprietà cambiano, e lo stesso prodotto che credevamo essere ancora frutto della manodopera dei maestri della Valsugana – faccio per dire – oggi è invece fatto in serie da operai di Bratislava o Ankara. Spesso (quasi sempre) la mentalità del business è la seguente: Come fare soldi oggi? Mostrandosi consapevoli. -Essendo consapevoli, intendi dire, esimio amministratore delegato? -No, mostrandosi, che è un concetto molto più elastico che esserlo davvero. Metti caso un domani invece vada per la maggiore la sfrontatezza e l’odio per l’ambiente… Per cui, cari soci, mostriamoci consapevoli!

Io, in attesa che il mondo entri nell’era del dominio fricchettone della specie: compro solo roba sana a chilometro zero, rispettando l’ambiente, non sfruttando le risorse e sorridendo pure (fatemi un fischio se tutto ciò dovesse realizzarsi e io nel frattempo mi fossi fossilizzato, per favore), faccio una domanda provocatoria: esistono aziende, marchi, brand dei quali fidarsi veramente, che producono e vendono con immacolata consapevolezza, ai quali votarsi, magari facendo pure da pubblicità umana per loro? Non so, stile Apple, per intendersi 🙂

E do la mia risposta sincera: no.

Quindi la mia soluzione sembra stupida, da tanto che è scontata: compriamo solo per il semplice utilizzo. Qualsiasi prodotto, dal biscotto per la colazione al divano letto di casa. Non carichiamo l’acquisto di altri significati. Non aspettiamoceli proprio, ‘sti significati. Perchè se la cosa non vale in termini di status symbol, e abbiamo preso in giro gli yuppie per decenni su ‘sta roba, che è una stronzata credere che un Rolex è prestigio, esclusività, bella vita eccetera, non vedo perchè dovrebbe valere in termini di consapevolezza del produttore, correttezza, magnanimità, lungimiranza.

Non funziona così in economia, amici. Spiace dirlo. Nel lungo termine il business è business, perlomeno nel nostro tempo, e risponde ai suoi meccanismi; più o meno responsabilmente, certo, ma sempre sullo stesso piano cartesiano. Ricavi – costi = profitti. Difficile che la dinamica sia in qualche modo diversa. Dunque non ci illudiamo, o avremo sempre delusioni. Quello che possiamo fare invece è comprare per il mero utilizzo. Compriamo e gradiamo, oppure lamentiamocene. Ricompriamolo, oppure lasciamolo perdere. Sfruttiamolo fino all’osso. Poi cambiamolo, quando è tempo (non prima). Compriamo meno e compriamo a basso profilo.

Ormai siamo utenti advanced, no? (Insomma, più o meno…) Facciamo tutti i blogger, i mass media, gli aggiornati, i moderni, quelli dei social network. E allora non facciamoci più infinocchiare, cazzo! Quelli pensano solo ai soldi e – guarda un pò – la stessa cosa succede anche a me quando vado al lavoro: penso ai soldi a fine mese. E io sono un dolce, premurosissimo e responsabile padre di famiglia, figuratevi come la possono pensare aggressivi manager in carriera…

Lasciamo calore umano, speranze e collaborazione per tutto ciò che NON è negli scaffali dei supermarket. Il punto non è cambiare volto all’economia, o meglio non solo (e non a breve termine, comunque). Il punto è diminuire l’importanza dell’economia. O meglio, favorire altri schemi di pensiero. E nel frattempo non farsi fregare dal guru di mercato di turno: una marca ha successo con un prodotto? Benissimo, sono contento per loro, ma un domani nove su dieci sbaglierà qualcosa e deluderà il mercato e i propri clienti. È matematico, amici. È come un Governo: non può mai accontentare tutti. Ecco, e proprio in quel momento, quando sentiamo puzza intorno al prodotto che acquistiamo, snap!, uno schiocco di dita e via verso la concorrenza. Senza patemi, senza remore. Senza spenderci tempo ed energia.

Libera concorrenza, no?

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