Manager in cabina autocarro

Ricordo ancora, era il 2008 ed è cominciato tutto come uno scherzo. Un amico camionista slovacco aveva la sorella sposata con un manager di una di quelle cazzo di multinazionali che possiedono mezzo mercato tra saponette, deodoranti, detersivi e altra merda chimica. Sì, quelle che riempiono di schiuma puzzolente il fiume dietro casa vostra salvo poi negare tutto e sponsorizzare il green day di qualche associazione spontanea di cittadini: quasi preferisco i rapinatori a mano armata. Anzi, senza ‘quasi’. Comunque, cominciava allora a girare tra i paesi del nord Europa una di quelle idee bizzarre – geniali e allo stesso tempo ridicole – che fanno capire quanto siamo in fondo coglioni, come specie animale: Stress al lavoro? Vita troppo complessa? Senti che non ce la fai più? Vieni da noi in campagna e rimani abbracciato a una mucca tutto il giorno. Ecco, la stessa cosa  – dalla parte delle mucche – è successa poi anche a noi Truck Driver: l’amico slovacco un giorno ha portato per scherzo suo cognato il manager sul bestione, per una consegna di prodotti caseari dalla Puglia ad Amburgo… non l’avesse mai fatto. ‘Sto troncolone imbellettato e profumato pare abbia scoperto il vero significato della vita, dopo quel viaggio. Pare abbia raccontato l’esperienza a tutti, passato la parola. C’era da morire dal ridere ad ascoltarne i racconti: l’incravattato ha iniziato il viaggio a suo modo, snocciolando statistiche sulla durata del viaggio, sul costo dei tratti autostradali, sull’usura dei pneumatici e stronzate simili. Petr – lo slovacco – lo guardava storto, con un ghigno costante sotto i baffoni rossastri: non durerà molto, la mozzarella laureata con master.

E invece no, cazzo. Il tizio ha cominciato a mutare piano piano, ad entrare nel personaggio. Prima ha allentato il nodo della cravatta, dopo nemmeno una cinquantina di chilometri, forse turbato dai poster di tettone in permanente e colpi di sole appiccicatigli dietro la schiena, o forse perso nello scrutare il traballante e ipnotico orizzonte stradale. Poi ha cominciato a parlare in modo sboccato, ha stappato almeno una decina di pessime bibite in lattina, una dietro l’altra, passandole dopo un sorso al cognato conducente, ha alzato sempre di più il volume dell’autoradio che sparava gli Hellacopters. Tutto sudato e sorridente, sembrava un altro. Sembrava rinato.

“Fratello, fermati alla prossima che devo scaricare l’acqua alle olive e mi ingloberei anche volentieri un hamburger a tre o quattro strati. Che ne dici?”

La mutazione galoppava, evidentemente, e in maniera anche preoccupante. Ma Petr ancora non sapeva, non aveva idea dell’incredibile potere rigenerante che l’habitat del camionista è in grado di trasmettere a tutti quei colletti bianchi da strapazzo. Di norma il cognato gli avrebbe detto, in circostanze simili: Petr, scusa il disturbo mentre guidi. Ti scoccerebbe fermarti un paio di minuti non appena possibile? Devo recarmi alla toilette. Potremmo anche mangiarci qualcosa di leggero, se ti va…

Ancora non sapeva. Petr è stato il pioniere. Sì, il fondatore. E rispose: “Per me è ok. Ma… tu stai bene?”

“Mai sentito meglio, cazzo. Fanculo anche a ‘sta camicia.” Se la strappò di dosso e la fece a brandelli. Ci pulì il cruscotto, sfregando come un invasato, mentre la preoccupazione di Petr lievitava. Gli venne in mente Robert Downey Jr. giornalista/violento crinimale nel magnifico Natural Born Killers di quel pallone gonfiato di Oliver Stone. Il paragone calzava a pennello.

Poi tra imprecazioni agli autisti, tirate su di catarro e relative esplulsioni dal finestrino (con tutti i rischi annessi al vento contrario), ruminate di gomme da masticare e forti tamburellate di dita a seguire i ritmi infernali di Reign in Blood degli Slayer, Petr cominciò piano piano a capire. A fiutare il business. Vuoi vedere che… Ne parlammo al solito incontro allo snooker del mercoledì. Il Gran Consiglio dei Camionisti Sovrappeso deliberò in un batter d’occhio. Un paio di giornalisti amici scrissero i pezzi giusti, nei giorni seguenti. Internet al solito fece da cassa di risonanza. E poi la cosa ci esplose in faccia: decine di manager, amministratori delegati, professionisti di alto rango, chirurghi facevano a spintoni per prenotare una tre giorni sulle nostra cabine autocarro. Più la destinazione era remota, meglio era, e più ci pagavano. Ricordo un notaio in estasi per la sua Barletta-Oslo, e scucì la bellezza di 10.000 euro per quel cazzo di viaggio di merda. Roba da non credere. Altro che mucche da abbracciare.

Ora sto provando a diversificare il business, per così dire. Voi mi conoscete ormai. Sto provando a convincere le ballerine di lap dance del posto che frequento che le vibrazioni di un viaggio nella mia cabina autocarro – con me a fianco, ovviamente – fanno bene alla compattezza delle loro chiappette d’oro, e sostituiscono tranquillamente un bimestre di faticoso step in palestra. Vediamo se riesco a rimorchiarne un paio per le prossime trasferte scandinave. Vi terrò aggiornati.

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5 thoughts on “Manager in cabina autocarro

  1. Ma sto pezzo non l’hai riciclato?

    Il notaio diventa un camionista e tu starai mica diventando un responsabile programmi della RAI, ufficio repliche? eheh

    Oh se sto pezzo è originale allora sto avendo un mega gigantesto deja vu! E quindi chiedo scusa 😀

    W le stripper girls comunque!

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  2. Sei davvero grandioso! Ebbene sì, ammetto di aver riciclato il post (a grande richiesta- grande, nel senso mia e di un paio di cugini) e sono orgoglioso di essere stato pizzicato da un lettore di prima categoria, o AAA come Panciovilla. Dunque, grazie 😀

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  3. Cazzo si la tripla A.. finalmente.

    Mi presti 5000euro? Sono affidabile e te li restituirò…. sicuramentissimo! 😀

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