kai zen “vs” wu ming: il futuro della scrittura nell’epoca della crisi

Pubblichiamo un’intervista che ci fece, in tandem con gli illustri cugini, tempo fa Mauro Garofalo per il sole 24 ore e che è uscita solo ieri….

C’era una volta, in una galassia lontana lontana, un piccolo giornalista che aveva ricevuto l’ok dal suo capo-redattore per un’intervista “al quadrato” su un tema che a lui, il piccolo piccolo giornalista, sembrava di raro interesse: il futuro della scrittura nell’epoca della crisi dell’editoria. Il piccolo piccolo piccolo giornalista aveva pensato che nella galassia lontana esistessero due nomi (collettivi, due esperimenti unici a loro modo, ognuno con una sua peculiare specificità, e composizione di individui che collettivamente formavano il progetto condiviso), e i nomi erano: Kai Zen e Wu Ming.
Dopo dieci mesi il piccolo piccolo etc etc giornalista non era riuscito a pubblicare: la crisi dell’editoria avanzava, e si nutriva di cose grandi ma soprattutto di piccoli piccoli giornalisti… morale della storia: “io sono nessuno” ma siccome Internet è già una “rivoluzione” ecco a voi l’intervista integrale, in rigoroso ordine alfabetico, di due “scrittori” che hanno molto da dire sul tema: Quale futuro per la parola?
Da questa parte della barricata, faccio le mie scuse per l’attesa a Kai Zen e Wu Ming. Verranno tempi migliori anche per il giornalismo delle piccole galassie. Un grazie per la loro paziente, attenta, professionalità.

KAI ZEN
1. Nell’epoca del Turbo-capitalismo e dell’individualismo la scelta del “nome collettivo” è un’innovazione. Cos’è l’innovazione nella scrittura?
Innovazione nella scrittura… Scendere dal piedistallo, scrivere senza pensare di apporre la propria firma sotto il titolo dell’opera. E non per tentazioni “vetero-comuniste”, ma perché scrivere per glorificarsi è il difetto più comune. Scrivere per sentirsi bravi, e sentirsi dire che si è bravi. Per colpire, apparire, vendere. E poi finire, se si ha buona sorte, a scrivere un libro valido, magari due, e il resto trascurabile. D’altronde, chi l’ha detto che se qualcuno riesce a scrivere una storia avvincente poi sia in grado di farne una serie intera? Statisticamente è poco probabile. Innovazione nella scrittura potrebbe essere allora scrivere per vivere la vita di ogni giorno senza per forza dover rinunciare all’epica. Per trasmettere, condividere. Scrivere semplice e funzionale o scrivere con verve, intensamente, utilizzare nuovi linguaggi, ritmi differenti. Scrivere più di personaggi e azioni e meno di pensieri. Mostrare più che dimostrare. Scrivere per cazzeggiare tra amici, per raccontare il concerto dell’anno, o per rimorchiare in chat: potrebbe anche essere meglio che scrivere per pubblicare il caso letterario dell’anno. L’innovazione è l’uovo di Colombo: le storie contano più di chi le scrive. Il modo di scriverle deve dunque lasciare loro tutto lo spazio possibile.
2. Se lo scrittore è figlio del proprio tempo, che cosa è Kai Zen e cosa è il tempo? (somma di tempi singoli, parafrasando Braudel…)
Partiamo dalla seconda. Il tempo è sangue coagulato nelle vene ma potremmo anche dire, al contrario, che “tempus esse, nisi quia tendit non esse” come confessava Agostino D’Ippona: Il tempo esiste in quanto tende a non esistere: essendo il presente una tensione verso il futuro finisce per diventare passato, la sua misurazione risulta impossibile perché senza durata (non essendo altro che il trascinarsi del futuro verso il passato). Questo particolare futuro diventato passato in cui ci troviamo sembra essere l’epoca in cui il civilizzato e il barbaro si guardano in faccia prima dell’ultima “spiegazione.” Ed è nello iato tra uno sguardo e l’altro che si cela il motore della scrittura, nello scarto tra me e l’altro da me (e viceversa). Nella ferocia e nel clima da fine di monto di quest’epoca tragicomica cova la spinta vitale alla narrazione. È proprio in questo tempo che si dovrebbe prestare ancor più attenzione a quanto si narra. Il rischio di fare dell’ideologia, di dimostrare e non mostrare come dicevamo poc’anzi, è in agguato anche perché gli spiriti contemporanei sembrano aver bisogno di verità semplici e/o di risposte che alleggeriscano dai propri interrogativi. Di vangeli o di fosse insomma e si finisce inevitabilmente per fare del catechismo, quale conclusione della dialettica, arrendevolezza di un intelletto privato degli istinti. Come sia Kai Zen non lo sappiamo dire esattamente, forse è solo il coro di una tragedia o quello di una farsa. Che lo scrittore sia figlio del proprio tempo poi potrebbe essere vero per un terzo: è anche figlio del proprio spazio (luogo) e della casualità, del principio di individuazione kantiano quindi. Moccia e Saviano, per fare due esempi tra molti, sono entrambi scrittori del proprio tempo, luogo e percorso di cause ed effetti.
3. William Gibson ha parlato di “alleanze progettuali”, ovvero i migliori in discipline diverse si mettono insieme per realizzare un progetto, una volta realizzato, il progetto si chiude e ogni membro del gruppo decide il prossimo progetto a cui partecipare: è il futuro della creatività? e cos’è la creatività oggi nell’epoca della riproducibilità tecnologica?
In finanza si chiamano joint venture oppure, quando il sodalizio fra più soggetti non riguarda un singolo affare ma comporta la nascita di un soggetto giuridico diverso, le chiamano fusioni o acquisizioni: si mette insieme la capacità progettuale di uno, quella produttiva di un altro e la rete di distribuzione di un terzo. Può funzionare anche in ambiti creativi e artistici, ma probabilmente solo se alle singole qualità di ognuno si aggiunge l’affinità di gusto e di spirito e il rispetto per l’altro. In una parola: l’amicizia. Nell’epoca della riproducibilità tecnologica dell’opera d’arte e forse anche dell’autore, questo ingrediente in più è forse l’unico che non si può clonare e anche l’unico davvero irrinunciabile. Per lavorare insieme a un romanzo bisogna amarsi, almeno un po’. In Kai Zen ci si ama. Quel tanto che basta.
4. La storia più bella nel percorso narrativo della letteratura occidentale da l’Ulisse di Omero a oggi: ovvero perché una storia “funziona”?
Se c’è una storia che piace a tutti quattro è Lo straniero di Camus: un tizio un po’ strano ammazza un altro tizio senza motivo, e per questo viene processato e condannato. A dirla così non pare un esempio dal quale trarre chissà che principi. Ma di regole narratologiche e di consigli di scrittori per far funzionare una storia se ne possono citare a iosa. Sono quasi sempre buone regole, buoni consigli. Il che non significa che servano davvero. Ci si possono mettere personaggi dal profilo indimenticabile, intrecci mozzafiato, una lingua ardita ma non ridondante, eppure non è detto che la storia funzioni. Le storie migliori sono quelle che pungono l’anima, ma come si fa a ridurre un’esperienza del genere a una regola? Sembra banale ma forse le uniche cose di cui vale la pena parlare sono la vita, la morte e l’amore. A pensarci bene però tutto quello che ci circonda ha a che fare con vita, morte e amore (in tutte le sue sfumature, odio compreso). Tanto vale narrare ciò che ci sembra valga la pena di essere narrato. In fondo, comunque, esiste una sola storia: le cose non sono come sembrano. Tutto il resto sono variazioni sul tema.
5. Pianeta Terra. Ventunesimo secolo. Sempre più spesso la scrittura corre da un media a un altro (da fumetti a cinema, da romanzi a online): come muta la scrittura nel processo di attraversamento?
Il processo di scrittura è sempre in trasformazione e non solo nel passaggio da un media a un altro, ma anche all’interno di uno stesso linguaggio narrativo. La scrittura si dissolve e si ricrea in continuazione, spesso lo fa in modo caotico più raramente in maniera strutturata. Oggi che i linguaggi e i territori narrativi appaiono praticamente infiniti, il processo di trasformazione della scrittura attraverso i media sembra tradire ogni regola: romanzi scritti come sceneggiature di film, album fotografici virtuali impaginati come fumetti della Marvel, videoclip che sostituiscono articoli di giornale. L’avvento di internet ha dato la possibilità a tante persone di raggiungere circuiti mediatici fino ad allora preclusi e questo ha generato sperimentazione, a volte inconcludente, ma pur sempre sperimentazione e anche contaminazione. Per cui la scrittura nel suo processo di attraversamento nomadico di linguaggi non segue più regole precise, ma si inventa di volta in volta. Si è innescata una sorta di cortocircuito tra orizzonti mediatici. A noi i cortocircuiti piacciono…
6. Il percorso dell’eroe nella letteratura. Il percorso dell’eroe nel cinema. Racconta in breve le fasi della crescita dell’uomo, in base all’assunto che “l’uomo è le sue scelte” (lo dice Batman)…
Batman ha quasi sempre ragione. Certo la scelta di farsi accompagnare da Robin non depone a suo favore… Scomodando miti, letteratura e narrazioni di ogni dove e ogni quando: qual è la differenza tra l’uomo delle caverne e quello dei salotti? Mentre il primo ha avuto bisogno del diluvio, il secondo si è forgiato i mezzi per l’apocalisse da solo senza l’aiuto di Dio, il progresso risiede in questo. Il superuomo non è altro che un troglodita equipaggiato di armi atomiche. Le fasi sono due quindi, una passiva in attesa di una fine, l’altra attiva in grado di scatenare la fine, ma non possiamo scordare che l’uomo è un parassita, un cancro, un imprevisto ma anche una cosa passeggera, un animale preda della sofferenza, sempre uguale a se stesso, assetato di sangue, il cui sentimento più alto, l’amore, non è altro che il risultato di reazioni enzimatiche, la cui esistenza è ammantata d’assurdo, senza possibilità di redenzione, immersa nell’illusione e la cui unica terribile realtà non può trovare altra sede se non in se stessa e le cui parole d’ordine sono solitudine e destino. Parole d’ordine con cui da sempre l’eroe è in lotta furibonda. Le sue scelte derivano e proseguono da esse.
7. Come inizi una storia? Da quali elementi cominci a immaginare mondi/personaggi? In breve, consigli per un giovane scrittore…
Posto che, come scriveva quel tale, è arrischiato pensare che una coordinazione di parole possa assomigliare all’universo e che, come scriveva quell’altro tale, il patrimonio di ogni scrittore sono i suoi segreti, le sue sconfitte cocenti e inconfessate; il fermentare delle sue vergogne è la garanzia della sua fecondità: scegli il luogo, prova a trasferirti da quelle parti (se non di persona, ahimè cosa difficile, almeno in rete, o guardando film, leggendo libri), cerca di immaginare cosa significa vivere in quel posto. Il luogo condiziona tutto: un appuntamento amoroso vuol dire una cosa a Bombay, e un’altra a Los Angeles. Una a Torino e un’altra a Molfetta. Decidi quale luogo ti suggestiona di più, non dare limiti alla tua fantasia, sappi che i luoghi inusuali interessano, sempre. Come pure quelli quotidiani quando sono visti da una prospettiva insolita. I luoghi interessano, e i personaggi interessano. Tratteggiali in modo preciso, dà loro modi, usanze, manie, rendili imperfetti, vulnerabili, divertenti. E soprattutto dai loro una volontà e uno scopo; poi mettili in relazione tra loro. Come linee curve che si intersecano in vari punti del piano cartesiano. L’interazione tra i personaggi crea la storia, il loro movimento, l’azione. Non puoi stabilire tutto prima di cominciare, anzi, molto poco in realtà. Lascia che le dita tamburellino libere sulla tastiera, e pensa ai vantaggi di oggi: se rileggendo non ti piace più, una volta avresti dovuto buttare via fogli su fogli (e non va bene, siamo ambientalisti!), oggi ti basta premere ‘CANC’ e ricominciare.

WU MING
1) Per William Gibson, le “alleanze di progetto” saranno il modello del prossimo futuro: piccoli gruppi autonomi che si aggregano su un’idea, finita quella, i gruppi si sciolgono per confluire in nuove “alleanze di progetto”: il futuro dell’umanità è nella creatività condivisa? WM: La visione di William Gibson è corretta. Ma non riguarda il futuro. Riguarda il fenomeno umano così come si è presentato nel corso della storia, che lo si analizzi sotto il profilo dell’etologia, dell’antropologia filosofica e culturale, della politica. Si potrebbe dire che l’uomo è l’animale che produce il suo tempo attraverso l’interazione con gli altri uomini. Ci fa piacere che William Gibson sia d’accordo su questo.
2) Lo scrittore è figlio del suo tempo? E allora Jules Verne, Isaac Asimov, J.G.Ballard… l’arte è come Cassandra? (finisce alla stessa maniera?)
WM: Secondo alcuni l’arte non ha circostanze. C’è una verità artistica che ci fa apprezzare i dipinti delle grotte di Lascaux, il canto gregoriano (ovviamente per chi lo apprezza), l’architettura barocca, la poesia simbolista… Secondo noi lo scrittore è fatto della materia vivente che proviene dal proprio tempo, ma anche da tutti i tempi passati. Di conseguenza la sua produzione può aprirsi su altri tempi possibili, può evocare ed evidentemente presentire futuro.La nostra concezione di arte è però certamente meno astratta, meno ideale, tende molto più al processo concreto di vivere che all’iperuranio degli ispirati. Per noi l’arte è la padronanza del mestiere, un po’ come in una bottega artigiana del Rinascimento. Il dato interessante, oggi, non è come finisce Cassandra, ma come finisce la città che non crede alle sue visioni.
3) Quale è stata la più grande rivoluzione dopo l’invenzione della scrittura? Quando si ha una “rivoluzione” in scrittura?
WM: Sul piano cognitivo/comunicativo successivamente non ce n’è stata una altrettanto grande. C’è stata forse una fondamentale declinazione interna all’invenzione della scrittura, cioè l’approdo a un alfabeto fonetico composto da un numero limitato di simboli, che ha consentito la desacralizzazione e la diffusione indiscriminata della scrittura. Da lì agli sms il passo resta comunque più breve di quello dalla cultura orale a quella scritta.
4) Tecnologia e narrazione: come gli strumenti cambiano il modo di scrivere? Ovvero, l’arte nell’Epoca della sua riproducibilità tecnologica…
WM: Uno potrebbe dire che la tastiera e lo schermo hanno reso il flusso di coscienza di chi scrive molto più trasparente, perspicuo: gli aggiustamenti avvengono in tempo reale, al punto che la prima stesura è in un certo senso già mediata attraverso cancellazioni, correzioni, inserti continui. Sul piano stilistico ha favorito forse l’uso della paratassi: il processo di scrivere si velocizza e così anche il modo di impostare la pagina. In fondo, però, Alfieri scriveva dialoghi secchi e stringati anche con penna e calamaio. E’ un genere di argomentazione, quindi, che lascia un po’ il tempo che trova.
5) Il viaggio di Ulisse è il viaggio dell’uomo: inseguire le proprie aspirazioni, viaggiare, perdersi, scegliere cosa divenire, tornare, essere di nuovo se stesso ma mutato. Che “viaggio” si compie scrivendo (quali le fasi)?
WM: Si compie un viaggio al di fuori di sé. L’esperienza vicaria delle scrittura e della lettura è ciò che rende ancora unica la letteratura e che chiama in causa direttamente la nostra capacità visionaria. Si tratta di trovare una vicenda da raccontare, un grumo iniziale, un’idea, un personaggio, e da lì dare vita a una storia attraverso un insieme di segni e di codici. Infine si ritorna a se stessi. E se il viaggio è stato avvincente e significativo, non si è precisamente uguali a quando si era partiti. Qualcosa di sé è rimasto in quella storia e una parte di quella storia è rimasta con noi.
6) Pianeta Terra. Ventunesimo secolo. Sempre più spesso, le storie passano da un media a un altro: dai fumetti al cinema, dal libro all’online: nell’attraversamento tra un media e un altro, cosa succede alla scrittura? quali sono i limiti/confini della scrittura? E, dunque, le sue possibilità (limite come “punto di frontiera”)?
WM: La transmedialità ci interessa molto, anche se preferiamo non pianificarla e lasciare che siano i lettori ad esplorare i nostri universi narrativi con bussole e mappe che noi non siamo in grado di maneggiare. In questo, non vedo limiti: la scrittura apre la porta su un mondo e chi vuole può raccontarlo con il linguaggio che gli è più congeniale. Per facilitare questo processo, tutti i nostri testi si possono copiare e scaricare gratuitamente. Più problematica è la transmedialità preconfezionata: storie che nascono già distribuite su più media. Storie fatte per colonizzare l’immaginario, che rischiano di anticipare e bloccare la libera creatività dei fruitori.
7) Come si inizia e si immagina, poi, lo sviluppo di una storia: ovvero, quale è l'”equazione che porta al processo creativo”?
WM: Qualunque storia, anche la più reale, nasce da un’ipotesi “fantastica”: “Che cosa succederebbe se…?” Detto altrimenti: il cuore della creatività narrativa sta nel conflitto, in una sovversione del quotidiano svolgersi degli eventi. Per questo, credo che le storie siano un ottimo antidoto contro un mondo sempre più decaffeinato e light, che fugge l’eresia e sogna il trionfo del facile.

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