Pessimismo influenzale

Al sesto giorno di un’estenuante influenza che ha murato in casa la famiglia intera, le pareti interne del cervello sono interamente piastrellate di inchini e di schettini, di giletti indignati e di de falchi incazzati, di decreti per la crescita e di lozioni anticaduta. Insomma, siamo arrivati all’indigestione da televisione. Uno stato tossico che può indurre incubi ma anche portare a qualche estemporanea e amara considerazione sul passato e sul futuro. In due parole: sbrocchi e ti metti a pontificare. Quello che riporto sotto è lo sfogo di mia moglie, alla quale cedo la parola.

Ieri sera mentre guardavo uno squallido programma su Rai uno pensavo: “ecco Carlo Conti e Paolo Bonolis ce l’hanno fatta! Sono lì che cantano, ballano, intrattengono, sembrano i padroni indiscussi di un’ Italia che va a rotoli. Sicuramente non hanno problemi a pagare le bollette o l’assicurazione della macchina e non si trovano a scongiurare il pericolo che gli si rompa un dente o gli si spezzi la montatura degli occhiali per paura di non riuscire a trovare i soldi per rimediare.” Poveri anche loro perché in fondo non hanno nessuna colpa, anzi al contrario cercano di far divertire la gente, di far compagnia a tutte quelle persone che non possono uscire, aiutano a far sì che il tempo transiti il più indolore possibile verso congiunture politico economiche migliori.
Ogni giorno attraverso gli sfoghi di amici e parenti prendo atto delle sofferenze figlie di questa epoca, c’è chi ha perso il lavoro, chi non può più pagare il mutuo a tasso variabile, chi non può fare un altro figlio perché non saprebbe come mantenerlo, chi ha problemi con il marito depresso perché ormai senza lavoro da troppo tempo, ascolto la disperazione di chi, come si dice dalle mie parti, non ha più occhi per piangere.
Eppure quelli della mia generazione sono quei ragazzini rampanti che negli anni 80 hanno fatto la vacanza della maturità negli Stati Uniti, che indossavano le Timberland, che hanno ricevuto la macchina a 18 anni, che hanno festeggiato in grande i 18 anni, indossando abiti di tafta e grandi spalline. La generazione ancora sicura che studiare legge, economia, lingue gli avrebbe garantito un futuro brillante, che non ha messo nemmeno per un istante in discussione la possibilità che nel futuro non avrebbe potuto beneficiare delle comodità a cui era abituato.. E invece no, per chi non se ne è andato, per chi un po’ per vigliaccheria un po’ per comodità è rimasto in questa città meridionale il destino è stato un altro.
E’ stato quello di fare anni e anni di pratica presso avvocati, notai e commercialisti senza vedere il becco di un quattrino stando a casa con papà e mamma, c’è chi pensava di avercela fatta perché era riuscito ad entrare nel giro politico giusto ma che via via si è ritrovato ad essere trattato peggio dell’ultimo degli ultimi magari proprio da quegli amici d’arte con i quali erano state condivise tante serate allegre ma che adesso “visto il loro ruolo” non ricordano più chi sei, mantengono rapporti strettamente professionali lasciando trapelare, non troppo velatamente, che in qualsiasi momento sei sostituibile, che tante persone pagherebbero per essere al tuo posto e bla bla bla e tu, che sai che la tua vita e quella della tua famiglia dipende da quel sudatissimo lavoro non puoi fare altro che abbozzare un sorriso amaro cercando di tenerti stretto quello che hai, soffocato, deluso, tradito.
C’è chi è terrorizzato dall’influenza perché la malattia non è prevista dal contratto.
Quanti quarantenni che non sanno dove stanno andando, che non hanno nessuna certezza, con prospettive di lavoro e di vita confuse, incerte, talvolta inesistenti.
C’è chi decide consapevolmente o inconsapevolmente di uccidersi, in un attimo, con lo sballo di un minuto perché troppo sensibile o troppo stanco di lavorare a progetto, di non poter garantire al proprio figlio un futuro stabile.
Probabilmente era impossibile costruire il proprio futuro dalle ambizioni e perché no, anche dalla arroganza che ha troppo spesso caratterizzato i ragazzi degli anni 80 ma quello che si è verificato è catastrofico.
Una, due specializzazioni, master, corsi di specializzazione e di perfezionamento, abilitazioni all’insegnamento, abilitazioni per il sostegno, dottorati di ricerca e chi più ne ha più ne metta, anni e anni di studio, di sacrifici, di soldi spesi, di tempo impiegato per cosa? Per essere disoccupato, per lavorare a progetto, o per ricevere un terzo della parcella perché il cliente ha deciso così.
L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro! Stiamo aspettando un lavoro e non solo, stiamo aspettando condizioni di lavoro dignitose stabili e garantite. Ma la nostra, quella cresciuta negli anni 80, purtroppo, si è rivelata la generazione di quelli che aspettano e basta, sempre come se fossimo ancora dei ragazzini. Il destino ridicolo di chi morirà senza essere arrivato da nessuna parte, ma pensando di avere ancora tutta la vita davanti.

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