Kai Zen & Simone Sarasso a gran velocità verso Bressanone

Domani sera alle 20:00, al centro giovani Connection di Bressanone in via Ponte Widmann l’accoppiata Kai Zen| Sarasso torna a calcare le scene. Dopo New York, Boston e Toronto il Sudtirolo (!).A questo punto non ci resta che (ri)pubblicare un breve estratto da La guerra di Teo, il nostro racconto parallelo al graphic novel di Simone, United We Stand, ambientato proprio ai piedi del Rosengarten e che potrebbe fare il paio con questo  vecchio post.

Dal bollettino della brigata Andreas Hofer, “La guerra di Teo” 17 maggio 2013

Dopo la carneficina di Roverè e la morte di Tetano ci aggiriamo per il rifugio come cani rabbiosi in gabbia. Herbert si è scolato una dozzina di lattine di birra davanti al pertugio da cui dominiamo la valle. È in attesa di qualcosa che non c’è.
Siamo rimasti io e lui per il momento. Ci hanno contattato due ragazzi ladini scampati alla strage di Corvara. Ci raggiungeranno al punto di incontro d’emergenza della Brigata. Il santuario.
Ho freddo. Non so se è il brusco calo di temperatura di questi giorni o qualcosa che sale da dentro. Ho cercato una coperta o un giubbotto in alcuni bauli e sotto una branda. Ho trovato la valigia di Davide Guerra. A lui non serve più. Dentro, un beauty-case con spazzolino e dentifricio, un k-way, un maglione, un paio di jeans, una copia devastata de “L’unico e la sua proprietà”, un mazzo di penne bic e un moleskine appena iniziato. Non ho potuto fare a meno di leggere i suoi appunti brevi e confusi. Ho provato un senso di spaesamento. Ho tremato.
Cosa sto facendo qui? Non sono l’unico a chiederselo. Riporto quanto ha scritto Davide. Non so perché. Ma sento che devo farlo. Mi rendo conto di quanto poco conosciamo gli altri. Di quanto poco capiamo gli altri. Con Guerra ho scambiato qualche parola da quando è cominciato tutto questo. Non lo conoscevo nemmeno prima, ma sembrava un ragazzo gentile, con una buona parola per tutti. Ora è carne morta. E io sento di dover quasi tirare un sospiro di sollievo. Capirò, se ci sarà QUALCOSA da capire, solo quando tutto sarà finito. Se non mi ammazzeranno prima e se non perderò la testa nel frattempo.

Italiano di merda. Walsche. Ancora con queste cazzate. Se sono qui non è per una questione di patria. E così
come me molti altri. Tedeschi, ladini, italiani. È lo stesso. Nessuno di noi, o quasi, ha mai badato a queste
stronzate fino a ora. Sono questioni rimaste irrisolte per molti, troppi anni, questioni politiche alimentate da quattro vecchi del cazzo. Fasci da una e dall’altra parte. Menti così strette che al confronto il buco del culo di un passero sembra il tunnel del Brennero. Eppure rieccoci. Italiano di merda.
Per cosa combatto? Per il Sudtirolo libero? Libero da cosa? Se ancora i miei compagni, dopo tutto quello che è successo mi chiamano italiano di merda e mi guardano storto.
C’è stato un tempo, in cui io, anarchico per gioco, bevevo allo stesso tavolo dei “punk rurali”, ragazzi di lingua tedesca figli di contadini milionari che studiavano filosofia a Vienna e Berlino. Con loro sognavamo una Bolzano diversa. Volevamo un centro sociale occupato, uno come quelli visti nelle città grandi, volevamo concerti, cinema, librerie, musei… parlavamo – in italiano perché io il tedesco lo parlo malissimo anche se l’ho studiato tutta la vita, dall’asilo alle superiori – di libertà, ma non facevamo altro che ubriacarci a caraffe di zibibbo in uno squallido bar del centro o suonare in qualche garage convinti di essere i nuovi Nirvana, convinti che questa città pidocchiosa fosse Seattle. E poi via, chi a Bologna, chi a Innsbruck, chi a Padova e chi a Trento. Chi addirittura a Londra.
Troppi soldi. Troppi davvero per un posto che non sa come spenderli, per un posto dove la cultura la fanno le istituzioni, pure quella alternativa. Sbadigli, sbadigli e ancora sbadigli. Qualche chiavata in campagna vicino all’ospedale ma non con le ragazze italiane. Le ragazze italiane se la tirano. Si truccano, si vestono di tutto punto, sono sexy ma non la danno. Mi sono sempre chiesto per quale cazzo di motivo si mettessero in ghingheri, come se avessero un invito per la premiazione degli oscar (del porno) per andare al bar sotto casa se poi, al momento di divertirsi, si tirano sempre indietro… Che città del cazzo. Che posto del cazzo. E allora perché combatto? Per chi? Per cosa?
Italiano di merda. Fanculo. Ti sparerei nei coglioni, se non fosse che forse hai ragione.
Italiano di merda.
Non saremmo mai dovuti venire qui. I miei nonni, con le pezze al culo dal Veneto, in fuga dall’alluvione del Polesine e con la speranza di un lavoro alle acciaierie, con il Duce che regalava loro una casa alle Semirurali, a Shanghai. Che tempi.
Ricordo il vecchio che mi raccontava di come dovesse attraversare tutta la città da via Parma fino alla stazione per poi dover rifare lo stesso percorso a ritroso sull’altra riva del fiume per arrivare in fabbrica, perché c’era un solo ponte per attraversare l’Isarco. Ponte Loreto.
Ogni volta che ci passo immagino le processioni grigie di operai, con la schiena dritta e lo sguardo fiero, alle cinque del mattino con -15° e il fiume congelato e poi penso a quelli di oggi con la bmw, con le rate della bmw, che con lo sguardo spento e la schiena curva si trovano al New Pub, al Fantasy, al Bar Corso, a La Destra, al Bar 8 a brindare alla fine del “governo comunista” più breve delle storia, a gridare “Eia Eia Alalà”.
Per chi combatto allora? Per qualche fottuto nostalgico del Kaiser? Per qualche nazista separatista di ‘sta minchia, per i contadini con i soldi che gli escono dal culo – neanche le loro mele del cazzo, pagate con le nostre tasse, fossero d’oro – per i punk rurali che sono rimasti a Vienna e a Berlino a parlare di anarchia e a tirare di speed? Per i miei compagni che mi chiamano Walsche? Per difendere la città bomboniera e i suoi privilegi? Per le bolzanine che se la tirano talmente tanto da averla più secca di una pietraia? Per la sezione ladina della Brigata che è stata spazzata via mentre difendeva i suoi privilegi e suoi alberghi di lusso a Corvara?
Fanculo. Combatto perché non posso fare altro. Perché altrimenti la mia vita sarebbe solo un trascinarsi di bar in bar e da quando ho fatto saltare la testa a un fascio mi sento vivo.
Teo dice che l’orrore è arrivato. Bene per me l’orrore è stata la vita sotto vetro che ho passato in Sudtirolo. E allora Sudtirolo libero, libero da sé stesso. E quando avrò finito di ammazzare i fasci, ammazzerò anche i miei compagni facendomi saltare in aria assieme a loro. Tedeschi di merda.

RVM 00:00-rec

La telecamera inquadra un taccuino chiuso appoggiato su un letto. Le mani dell’operatore lo aprono, la calligrafia è incerta, tremante. Il fuoco va e viene. Zoom sulla parola “libero”.

Stop-1:02

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