IN TV CONTA LA VECCHIA

 Spesso si sente dire in giro che la televisione italiana fa schifo, che la fiction italiana non è al livello di quella di altri paesi, ma raramente si spiega anche il perché con esempi pratici. Proviamo a farlo qui con un esempio pratico che coinvolge me e i Kai Zen direttamente, o quasi. Scrivendo questo post renderemo pubblico, e pertanto forse fuori mercato in via definitiva, un nostro soggetto per una fiction televisiva, ma se la nostra intuizione è corretta, quel soggetto è fuori mercato comunque, per cui poco male.
La voglia di scrivere questo post mi è venuta un paio di domeniche fa, quando ho visto le prime due puntate de “Il restauratore”, fiction di Rai 1 con Lando Buzzanca che interpreta un ex poliziotto ed ex galeotto finito a fare il restauratore che, per non precisati motivi, ha il dono paranormale di vedere immagini passate e future connesse agli oggetti che tocca per mestiere. Ovviamente sfrutterà il suo dono per aiutare la gente in un crescendo di buonismo ecumenico. Il prodotto in sé parte da un’idea discreta quanto non nuova, ma la realizzazione è tipica del prodotto medio televisivo di casa nostra, visto che procede incurante di evidentissime carenze di sceneggiatura, salti logici, situazioni improbabili e troppi personaggi macchiettistici.
Che te lo sei visto a fare, direte voi: una cosa del genere si capisce dopo tre minuti. Vero, ma avevo un motivo personale per sottopormi alla prova. Alcuni anni fa, infatti, mi venne in mente un’idea per una fiction che aveva molti punti in comune con questa, seppure credo un poco più originali. Si trattava della storia di un antiquario un po’ luciferino che si interessa di oggetti curiosi che, puntata dopo puntata, danno l’occasione di sciogliere intrecci misteriosi legati ai loro proprietari (trama verticale) e anche di rivelare qualcosa del sibillino antiquario (trama orizzontale). Ne parlai con J, quello fra i miei soci più propenso a scrivere su commissione e a cazzeggiare con trame e personaggi, e sviluppammo lo spunto fino a creare un concept della serie e un abbozzo di prima puntata (quello che vedete sotto). Lo abbiamo limato insieme agli altri soci Kai Zen e, sull’onda dell’entusiasmo, giacché c’eravamo, abbiamo anche messo a punto un’altra mezza dozzina di progetti del genere nel corso dei mesi/anni seguenti. L’anno scorso, dopo averli raffinati e riscritti, ne abbiamo parlato al nostro agente, che si è mostrato interessato. Riguardo a quello dell’antiquario (Il signore delle cose, secondo il nostro titolo), l’agente ci disse che era bello ma che stavano già facendo una cosa simile. Quando sono andato in giro su internet a cercare notizie in proposito ho trovato addirittura che il protagonista della fiction in preparazione aveva perfino un nome quasi uguale a quello della nostra, Basilio il restauratore e Basileo il nostro antiquario. Il nome in questione lo avevo scelto perché è un nome tradizionale della mia famiglia e questa ulteriore coincidenza mi ha lasciato basito, come direbbero gli sceneggiatori di Boris. Con questo chiariamo subito che qui non si intende affatto accusare nessuno di plagio, il soggetto non lo avevamo ancora fatto girare e le somiglianze dimostrano solo che le idee originali non esistono (il nostro per esempio si ispira a Cose preziose di Stephen King) e che, forse, certe suggestioni sono nell’aria e capita che vengano colte e sviluppate in modi diversi da persone diverse nello stesso periodo. Questione di memi, forse.
Intanto i nostri soggetti sono stati sottoposti a qualche casa di produzione, ma nulla, a parte qualche complimento, si è concretizzato. Il fatto è che le case di produzione dovrebbero sviluppare progetti da vendere ai canali TV, che poi sono quelli che hanno i soldi, ma al momento di soldi ne girano pochi, i canali digitali, che sono quelli che produttivamente osano di più, vivacchiano sempre peggio e dunque producono sempre meno, mentre la TV generalista parte dal presupposto che il suo telespettatore medio sia un vecchio rincoglionito per il quale non vale la pena sforzarsi a scrivere e realizzare bene un programma. Magari gli autori sono pure bravi, ma dalla loro scrivania a quella dei Del Noce di turno, di passaggio in passaggio, il soggetto viene strapazzato, semplificato, banalizzato, sceneggiato a calci nel sedere e recitato coi piedi, tanto “è per la Tv”. Questa è la cosa che fa più arrabbiare: trattano gli spettatori come bambini idioti ai quali si può dare a bere qualsiasi cosa. Basta dare un’occhiata alle decine di fesserie presenti in una qualunque puntata di questo “Restauratore” o di “Anna e i cinque”, di “Non smettere di sognare” e di decine di altre. Basta vedere come ogni semplicissimo passaggio di trama venga sottolineato venti volte con i peggiori stratagemmi (infodumping, commento a voce alta del protagonista quando è solo ecc.) per evitare che quel vecchio rincoglionito dello spettatore medio se lo perda perché è distratto, legge il giornale, sta al cesso o se è donna sta stirando (cosa che ci venne detta in un’occasione; evidentemente nella mente di chi fa Tv gli uomini leggono il giornale e le donne stirano, invariabilmente…). La fiction nostrana deve solo essere rassicurante, piena di “italiani brava gente” e priva di qualsiasi spunto che induca a un impegno intellettuale anche minimo, perché “la gente che guarda la Tv si vuole distrarre, non vuole pensare…” ecc. Come se pensare senza spegnere il cervello fosse un’attività mostruosamente faticosa che ti impedisce di staccare dai problemi quotidiani. Insomma il perturbante, l’Unheimlich freudiano, ciò che non è familiare, è bandito, proibito, vietato, dimenticato, debellato. Eppure è uno dei motori fondanti e fondamentali di ogni narrazione che si rispetti.
In un ormai lontano passaggio televisivo di una Canzonissima del ’71 Alberto Sordi, prendendo in giro Corrado, gli fece notare come lui aveva successo perché faceva tenerezza alle vecchiette. La battuta finale era più o meno “A Corra’, pe’ la televisione QUELLO CHE CONTA E’ LA VECCHIA!”

Ecco, mi pare che i dirigenti di oggi non si discostino molto da quel principio. Vero che potrebbero avere ragione visto che le fiction che ho appena citato, malscritte e peggio recitate, hanno un buon successo. Ma è pure vero che anche i buoni prodotti hanno successo, le poche volte che arrivano alla TV generalista, vedi Doctor House, Lost, Desperate Housewives o La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana e Fuoriclasse con la Littizzetto, per citare qualche produzione italiana di livello più elevato (per quanto non esente da pecche), senza contare i cosiddetti cult come Boris o il caso Romanzo Criminale (e qui ci sarebbe da aprire una parentesi davvero lunga su contenuto, messaggio e ricezione degli stessi). Il pubblico forse è meno scemo di come lo dipingono loro, e comunque impara in fretta se gli si dà l’opportunità di raffinare il gusto.

Sarebbe allora il caso di credere un po’ di più nel gusto e nell’intelligenza del pubblico. Anche perché “la vecchia” non può vivere per sempre e le modalità di fruizione dei media cambiano giorno dopo giorno. I dirigenti di oggi potrebbero trovarsi molto velocemente col culo per terra domani, se non stanno al passo.
Qualcuno potrebbe dire che sputiamo nel piatto in cui mangiamo, ora a parte che non abbiamo mai mangiato da quel piatto, ci sembra che siano i produttori e le reti televisive a sputare nel piatto in cui mangiano, ossia quello di chi scrive. È questione di plusvalore marxista, al solito.
Riportiamo sotto il soggetto del nostro “Il signore delle cose”, tanto per dare una forma concreta a tutte ‘ste chiacchiere qui sopra.
(Dice, ma ve la bruciate così? Sì, embe’? È roba nostra, avremo il diritto…)
La Perle ai Porci Productions presenta

Il Signore delle Cose
(concept e sommario indicativo della prima puntata)
In un’appartata ma centrale calle di Venezia (ma potrebbe essere anche un’altra città per esigenze di produzione, con eventuale preferenza per Torino, per questioni di atmosfera), c’è un piccolo negozio di antiquariato e bric-à-brac. Curiosamente, accanto a pezzi di grande valore, in questo negozio ce ne sono altri molto meno importanti ma sempre antichi. L’atmosfera del locale è elegante ma eccentrica e permeata di un’aura misteriosa. Il negozio si chiama Il Signore delle Cose.
Il proprietario è Basileo Aragona, un uomo misterioso come il suo negozio, un po’ luciferino, che predilige i toni ambigui. (potrebbe/dovrebbe essere: alto, pelato, sopracciglia a freccia, vestito di tweed). Vive nella sommessa piccola storia delle cose.
Le cose non sono solo cose, hanno una storia spesso molto più lunga e interessante delle singole persone che le hanno possedute, hanno uno spirito, un carattere, un destino.Questa è la filosofia di Basileo, la filosofia del signore delle cose. Basileo è spesso attratto da oggetti strani, incongrui, che rispecchiano il carattere del negozio, antichi ma non necessariamente preziosi. Insieme ai suoi aiutanti li ricerca e raccoglie per la collezione di un cliente che non si vede mai. Gli oggetti, uno per puntata, saranno (per esempio) una bambola del primo Novecento, una prima edizione autografata di Alice nel paese delle meraviglie, una maschera funeraria, un calcolatore meccanico ecc. Questa ricerca detterà il Leitmotiv del serial.
Una puntata tipo funziona così.
In un prologo, che può anche essere un flashback molto risalente nel tempo, si vede l’oggetto della puntata, per esempio una bambola Lenci (bambole di pezza del primo Novecento che oggi sono preziosi oggetti da collezione), e un evento cruciale della vita di uno dei suoi proprietari a esso legato:
Un uomo vestito alla moda d’inizio secolo regala la bambola a una bambina. Nella scena successiva si vede la bambina ammalata a letto (persone preoccupate intorno e un medico che scuote la testa parlando coi genitori). La bambola incombe inquietante sul letto della bimba da sopra una toeletta, come se fosse un presagio di morte. Fine del flashback.
Da qui in poi parte il tempo presente con il protagonista, Basileo, che parla di quella bambola ai suoi aiutanti (descritti sotto). Ha ricevuto mandato da un committente di cui non può rivelare il nome di trovare quella bambola (le bambole Lenci sono tutte classificate e magari si può aggiungere un particolare che la distingua dalle altre). Le ultime tracce che si hanno della bambola risalgono al precedente proprietario: la bambola compare nel catalogo della collezione privata di un collezionista scomparso nel nulla due anni prima. Basileo e i suoi aiutanti (ma Basileo più che altro agisce a distanza e raramente di persona, un po’ come Nero Wolfe) indagano andando a parlare con parenti e collaboratori del collezionista. Il curatore del patrimonio dello scomparso ha inserito quel particolare “pezzo” nell’inventario compilato su ordine del tribunale, ma, ora che a due anni dalla scomparsa si sta procedendo all’apertura della successione, stranamente la bambola non si trova. Fra i parenti e gli amici del collezionista emergono strani legami ed omertà, apparentemente riconducibili a poco rassicuranti pratiche di magia nera. Corre voce che quella bambola portasse sfortuna e pare che durante una seduta spiritica lo stesso collezionista avesse appurato che la bambola era in origine stata regalata a una bambina da un amico e socio di suo padre che di lì a poco lo stesso padre aveva denunciato per frode, rovinandolo. L’uomo accusato di frode era a sua volta dedito a pratiche di magia nera. Si insinua il sospetto di una maledizione risalente all’inizio del secolo scorso che si sia poi trasmessa di proprietario in proprietario. In realtà, si scoprirà che la maledizione è una bufala, il collezionista è stato ucciso da una parente che voleva impadronirsi dei suoi beni, ma che, non essendo prossima in linea di successione (e proprio per questo in principio non era stata sospettata), aveva preferito far sparire il cadavere e poi far nominare curatore un suo amante in modo da avere il tempo nei due anni che per legge devono passare prima dell’apertura della successione, di far sparire i pezzi più pregiati della collezione. Va da sé che non c’era nessuna maledizione, la bambina dei primi del Novecento era morta per una malformazione cardiaca congenita precedente al regalo “maledetto”, e tutta la storia era stata architettata dai due colpevoli per creare un alone maledetto sull’eredità e indurre i legittimi eredi a starne il più possibile lontani.
Gli aiutanti di Basileo sono Matteo Berenson, un ricercatore di antichità, sorta di investigatore degli oggetti, colto, raffinato, distrattissimo e umanamente ingenuo ma coraggioso; Cleto (diminutivo di Anacleto) Bresci, un restauratore perfezionista fissato, un nerd dell’artigianato, puntiglioso e bizzarro, sedicente discendente dell’anarchico regicida Gaetano Bresci;
Dora Kropp una esperta d’arte che si rivelerà una detective delle assicurazioni in incognito (da questa linea narrativa, volendo, possono originarsi equivoci e sospetti fino all’ultima puntata), incaricata di indagare su Basileo che è sospettato (ingiustamente) di un traffico illecito di opere d’arte; Ólafur Arnaldson, islandese, diplomato dell’accademia delle belle arti nel suo paese, sta seguendo un master in restauro e antiquariato a Venezia. Ha conosciuto Il Signore delle Cose quasi per caso, aggirandosi per la città appena trasferito. Ha frequentato il negozio, entrando misteriosamente nelle simpatie di Basileo(che non da confidenza quasi a nessuno, ma che con Ólafur si è dimostrato da subito stranamente in sintonia. Basileo conosce, anche in questo caso misteriosamente, un po’ di islandese e parla spesso con il ragazzo nella sua lingua.) Ólafur passa sempre più spesso a trovare l’antiquario all’ora del té. Alla fine del master, il ragazzo è in cerca di uno stage e con sommo sbigottimento degli altri collaboratori viene preso a bottega da Basileo(che, scopriremo nel corso delle puntate, scorge in lui il suo stesso talento per riconoscere l’anima degli oggetti a prescindere dal loro valore commerciale, il “dono”, e vede nel giovane islandese un possibile erede…

Tutti i personaggi sono legati a filo doppio alla figura dell’antiquario. Le loro storie e vicende personali saranno ricollegabili, nel corso della serie (come sottotrama) a un oggetto in possesso o in transito dal Signore delle Cose. Tutti prima o poi dovranno fare i conti con il loro passato e confrontarsi anche drammaticamente con Basileo. In seguito alle rivelazioni sul passato e la provenienza degli oggetti legati a Ólafur (la prima croce arrivata in Islanda con i missionari medioevali), Dora (una moneta bucata), Matteo (una lente di ingrandimento molto antica) e Cleto (la pistola dell’antenato regicida) i rapporti con Basileo cambieranno. Chi voleva tradirlo, per esempio, lo salverà dal voltafaccia di un amico insospettabile.
Ogni puntata potrebbe essere raccontata dal punto di vista di uno loro, anche se in sinergia con gli altri (seguire un cliente, cercare l’oggetto, valutarlo, indagare ecc.) e cominciare con l’immagine del loro oggetto personale. All’inizio sarà semplicemente un indizio vago per gli spettatori per poi trasformarsi nel cardine delle storie personali e delle sottotrame dedicate ai quattro. Ogni puntata avrà un registro narrativo / visivo ricorrente diverso (uno per ogni personaggio) in modo da esplorare i vari punti di vista, vite private, passato e caratteri dei “nostri” e affezionarsi alle loro doti positive e negative.

La casa di Basileo non l’ha mai vista nessuno dei quattro, nemmeno l’islandese, ma si vocifera che sia un museo incredibile e che lui vi riceva sempre strane visite. In ogni puntata, come abbiamo visto, si cerca un oggetto che via via rivela qualche storia fosca o strana dei proprietari, porta a galla segreti ecc. Inframmezzate a ciò, come linea narrativa che unisce le varie puntate, si possono intessere le sottotrame, i tormentoni e le storie dei singoli collaboratori e, specialmente, i loro sforzi per capire – ognuno col suo stile, per i propri motivi e con le varie dinamiche fra loro – chi è davvero la persona per cui lavorano e chi è questo misterioso committente che viene citato in ogni puntata. Qual è lo scopo finale della raccolta di oggetti strani del signore delle cose? Basileo è un ladro, è solo un tipo strano o è una specie di dio minore?
Due possibili finali. Soluzione razionale: Basileo vuole ricostituire la collezione di oggetti che era presente nella stanza di sua figlia, uccisa anni prima durante un furto con casa svaligiata. Nessuno degli oggetti venne mai ritrovato e lui da un lato vuole riavere le cose e dall’altro risalire al responsabile della sua tragedia personale. Soluzione irrazionale: lui è davvero un dio minore o una sorta di stregone che può recuperare da alcuni oggetti, particolarmente amati in vita dal loro proprietario, l’anima, o una porzione del respiro vitale di quest’ultimo che, secondo varie credenze esoteriche, vi rimarrebbe attaccata dopo il decesso del corpo. Basileo potrebbe essere in grado di far tornare alla vita per pochi minuti persone morte in modo da farle parlare coi loro cari l’ultima volta, ma solo se ha a disposizione un oggetto preferibilmente antico, un manufatto anteriore alla plastica, per esempio, appartenuto e amato da quelle persone.

Un possibile cliffhanger per un eventuale seguito, potrebbe essere il cambio di consegna tra Basileo e Ólafur Arnaldson e la partenza del primo per un viaggio (alla ricerca di un oggetto) proprio in Islanda.

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5 thoughts on “IN TV CONTA LA VECCHIA

  1. Onore al merito: ieri ho visto un paio di puntate de Il tredicesimo apostolo e devo dire che è un gran bel passo avanti. Ancora parecchie approssimazioni ma almeno si osa un po’ di più.

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  2. ho visto anche io delle puntate del XIII apostolo: nella numero 5, c’è un personaggio luciferino, tal Muster, con tanto di gatto di nome Cagliostro che tocca la carta da gioco di una bimba e ne prevede la tragica fine… sounds familiar? 🙂

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  3. Sounds familiar eccome. La tv è così, difficile dire dove finisce la citazione e comincia la scopiazzatura, dove finisce la scopiazzatura e parte l’omaggio, dove il tentativo di nobilitare con qualche riferimento alto e dove la zeppa per reggere una totale mancanza di idee. A volte sta tutto insieme. Ci fosse un pochino di gusto a reggere l’insieme sarebbe meglio, chiaro…

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  4. hai molta ragione. le produzioni italiane sono sconfortanti: scordiamoci il gusto fino a quando sarà più importante ripetere le stesse cose venti volte, anche e soprattutto per motivi pubblicitari. al quarto spoot del primo blocco pubblicitario la vecchia s’è già scordata tutta la storia, quindi daje… ma le ripetizioni sono anche cross canale, con gli stessi temi trattati in fiction simili, e diverse al tempo stesso, messe in onda dalle due major di un sistema televisivo esausto. non voglio passare per facile esterofilo, ma sto vedendo solo ora Sherlock, la serie della BBC: ecco, quelle sarebbero le produzioni che mi farebbero pagare il canone per la tv di stato senza la solita molletta al naso.

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