A Christmas Carol : Un penny per i tuoi pensieri di nessuno : (Pensieri di Nessuno 4)

Tre giorni a Natale e non un fiocco di neve, neanche a pagarlo. Nemmeno grandine e nemmeno, in cambio, quel cielo terso azzurro acceso che a volte le migliori giornate di dicembre sanno offrire quando sono in vena di regali. Niente. A parte nuvolaglie brune e basse e un freddo umido porco che s’insinuava sotto maglie e cappotti e smistava con generosità raffreddori e mal di gola. Non c’erano più i natali di una volta. Non c’era più niente di quello che c’era una volta; in effetti, ormai c’era soltanto il qui e ora, un presente senza gusto né prospettive che assomigliava a masticare segatura con l’aspirazione di mangiar caviale. E pensare che qui era tutta campagna.
Lo scrittore pensava proprio questo, mentre aspettava sul marciapiede davanti al locale che il cameriere preparasse il tavolo per lui e per la moglie. E dall’immagine fiacca della segatura e del caviale, come pure dalla riflessione dozzinale sul presente scarso rispetto ai bei tempi andati, il lettore intuirà che lo scrittore in questione, quanto a creatività e a freschezza di sguardo, stava alla canna del gas.
C’era stato un momento, sei o sette anni prima, in cui lo scrittore quella freschezza l’aveva avuta, anche se in minima dose. Aveva pubblicato il suo ambizioso romanzo generazionale che-però-definire-generazionale-è-restrittivo-perché-forza-i-limiti-del-genere-per-compiere-una-analisi-di-più-ampio-spettro-e-spessore-sulla-contemporaneità-un-ritratto-dei-trentenni-che-va-bene-anche-per-i-quaranta, e lo aveva pubblicato col più importante editore del paese, nella collana più à la page del momento, una compagine guidata da un direttore editoriale geniale e simpatico che dirigeva un pugno di editor altrettanto geniali, simpatici e un po’ comunisti. Tutti loro credevano moltissimo nel libro. Dopo quindici giorni dalla pubblicazione, quando s’era capito che non avrebbe venduto una mazza, nessuno di loro aveva ritenuto di farsi sentire. Anzi erano proprio spariti nel nulla, segreterie telefoniche attaccate e mai una risposta alle sue e-mail. Il secondo libro l’aveva piazzato presso un editore più piccolo ma di blasone, guidato da un giovanissimo direttore editoriale geniale e simpatico, e forse un po’ comunista, che credeva moltissimo in questo libro, come pure la sua minima ma efficiente equipe di giovanissimi geniali e simpatici e forse un po’ comunisti. Almeno fino alla data di pubblicazione. Poi anche questo aveva venduto un cazzo. Nei primi quindici giorni, ovviamente. E la sparizione degli editor si era ripetuta. Il terzo libro lo aveva ancora l’agente letterario, da ormai due anni, un libro bellissimo nel quale l’agente credeva moltissimo, ma la crisi, si sa, la crisi…
La verità era che nessuno credeva più nello scrittore, nemmeno lo scrittore medesimo. E infatti non scriveva più una riga da mesi.
“Il tavolo è pronto.” Il cameriere li fece accomodare a un tavolo d’angolo fra la finestra e un altro tavolino per due, al quale una coppia giovane era già alle prese con due belle porzioni di linguine al nero di seppia. Sedendo, lo scrittore provò una nuova fitta di rimpianto per il bel tempo che fu: l’ultima volta che avevano mangiato lì, anni prima, erano neanche fidanzati, probabilmente come quei due lì, lui non era ancora uno scrittore (non pubblicato, almeno, visto che secondo alcuni uno scrittore è sempre uno scrittore da quando nasce a quando schiatta), e il locale era molto meno malandato di quanto appariva adesso. Dalla loro scorsa visita non era mai stato ristrutturato, nemmeno ritinteggiato, a quanto sembrava, e gli scarni addobbi natalizi facevano risaltare ancor di più, invece che ingentilirle, le scorticature dei muri.
Ordinarono nero di seppie e involtini di pesce spada. Quel posto era rinomato proprio per quello, se non per l’eleganza. La cucina fortunatamente non si era deteriorata quanto le pareti e lo scrittore e sua moglie non ebbero a pentirsi della scelta. Avevano una bimba piccola e uscivano da soli molto meno di una volta, per cui quando lo facevano era davvero deludente imbattersi in un ristorante scadente o in un film loffio. Stavolta era andata bene e il vino della casa dava un’ulteriore spinta all’umore (se la piccola si fosse addormentata presto, stasera, ci scappava magari anche una botta, era da un po’ che non…).
“Un penny per i tuoi pensieri, ciccino.” La moglie lo riscosse dai suoi piccoli vagheggiamenti sessuali. Prese tempo per inventarsi un pensiero confessabile.
“Qui non esistono i penny, dovresti dire un centesimo.”
“Vabbe’ è uguale, un centesimo.”
“E poi tutta l’espressione è un calco anglosassone, lo sai che li odio, come quelli che usano in senso positivo aggettivi come fottuto o maledetto o avverbi come maledettamente. Roba come maledettamente buono. Che vuol dire? Qua non significa niente, è solo la testimonianza della colonizzazione culturale angloamericana. Un penny per i miei pensieri? Qua nessuno ti paga per i tuoi pensieri…”
“Che palle che sei.”
“Scusa.”
“Ma perché ho sposato un fottuto intellettuale così maledettamente verboso?” La moglie rise piano della sua sfacciata presa in giro.
“Scusa.”
“Allora, a cosa pensavi?”
Lo scrittore incrociò per un istante lo sguardo della ragazza al tavolo accanto. Era una bella ragazza, sottile, con voluminosi capelli rossi, pelle eburnea e occhi di una sfumatura ambigua, fra il verde e il castano chiaro. Abbassò la voce: “A questi due seduti vicino. Sono così giovani, mi hanno ricordato quando venivamo anche noi a mangiare qui, da fidanzati.”
“Non eravamo ancora fidanzati, quando venivamo a mangiare qui.”
“Sì insomma, hai capito.”
La donna si voltò appena a guardare la coppia di ragazzi: “Sono molto più belli di quanto noi siamo mai stati.”
“Dici?”
“Sicuro.”
“Pure vent’anni fa?”
“Ciccino, quelli sono proprio belli, cioè, belli belli, voglio dire, sono quasi strani per quanto sono belli, non una cosa di lineamenti regolari o che, sono proprio… be’, belli.” Lei non era una scrittrice, e se lo fosse stata la varietà nell’aggettivazione non sarebbe stata il suo punto di forza.
In effetti però i due ragazzi erano… ok, belli. Lei con quella chioma leonina, gli occhi penetranti, le gambe magrissime ma molto toniche fasciate dai leggings (i leggings ai tempi in cui lo scrittore e la moglie erano fidanzati si chiamavano fuseaux, ma questo non cambia la sostanza delle cose). Il ragazzo era molto alto, e magro come uno stecco di ghiacciolo pure lui, ma dava un’insolita idea di forza fisica; aveva un cespo scomposto di capelli ricci da violinista e scarpe consumate che tamburellavano incessantemente sotto il tavolo.
Al momento di pagare il conto, lo scrittore mostrò la carta di credito, ma il gestore scrollò le spalle: “Abbiamo problemi di linea, mi scusi.” I contanti non gli bastavano e dovette uscire e camminare per due isolati prima di trovare un bancomat. Di ritorno incrociò il ragazzo, che evidentemente stava seguendo la medesima trafila. Era certo che sua moglie nel frattempo avesse già attaccato bottone con la ragazza. E così infatti era avvenuto, lei era campionessa mondiale di conversazione. Pochi minuti dopo si trovavano tutti e quattro a chiacchierare rilassati. Era piacevole parlare con qualcuno giovane e sconosciuto, era una boccata d’aria fresca. Lei stava finendo un master, lui un dottorato, si davano aria di chi è già smaliziato e disilluso, ma invece erano così meravigliosamente ingenui. Quando toccò a loro chiedere “cosa fate nella vita?”, sua moglie rispose per tutti e due: io insegno e lui fa l’avvocato… ma in realtà è uno scrittore. Sua moglie non riusciva a trattenersi, lo faceva sempre, pur sapendo che per lo scrittore era mortificante ammettere di essere uno scrittore, visto che non riusciva a guadagnare abbastanza per mantenersi con quello e visto che nessuno lo riconosceva mai né aveva letto le sue cose.
I ragazzi annuirono all’unisono. Lo scrittore conosceva quel modo di annuire. Voleva dire “eccone un altro che si crede Hemingway, tocca portare pazienza, speriamo almeno abbia il buon gusto suicidarsi anche lui.”. Abbassò lo sguardo farfugliando qualcosa per minimizzare, ma la ragazza gli parlò sopra: “Oh, lui ama moltissimo leggere” indicò il ragazzo.
“Pure una mia amica scrive, sa, medical thriller, è di queste parti, non so se la conosce…”
Lo scrittore la conosceva, era una ragazza carina e gentile, timidissima, che aveva venduto un botto di copie mischiando giallo e chick lit. Bella idea e molto remunerativa. Lo faceva rosicare parecchio, ma era talmente simpatica che si sentiva in colpa anche a invidiarla. Sorrise e smozzicò qualche parola di elogio. Il ragazzo riprese a parlare.
“Certo, niente a che vedere col mio preferito, G. P., non so se lo conosce, un grandissimo…”
Lo scrittore avvampò e simulando una bonaria noncuranza disse: “Ehm, veramente sono io.”
“Ma dài!”
“Eh, sì…”
“Guarda, non so quante volte ne ho parlato anche a lei, hai uno stile eccezionale, non lo dico per dire, i tuoi libri mi hanno colpito moltissimo… Sono troppo contento.”
Provò un brivido d’orgoglio. Era un pezzo che non riceveva complimenti così, gratis. Il giovane lo incalzò, era curioso di sapere del suo lavoro, del mondo dell’editoria, ma senza il doppio fine di chi abbia un manoscritto nel cassetto da sbolognare al primo esperto del settore che si trova a passare. No, era la genuina curiosità del lettore appassionato, quello che ogni scrittore vorrebbe avere sotto mano nei momenti difficili. Parlarono ancora una mezz’ora, e lo scrittore dovette trattenersi per evitare che nella voce riverberasse il sibilo all’elio del suo ego che si gonfiava fino a premere contro le pareti interne della cassa toracica. Quando lo scrittore e sua moglie uscirono dal ristorante, lui camminava molto più dritto, era… grato. Gli era persino tornata la voglia di scrivere.
Poco dopo uscirono dal locale anche i due ragazzi e salirono su una bellissima auto finlandese, molto lucida, una renna come logo. Lui guardò l’orologio e mise in moto.
“Cos’era questo, Stúfur, il numero sedici?”
Lei schioccò le labbra: “Quindici, Hurðaskellir, era il qunidici.”
“Cavolo. Ne abbiamo altri settantuno da galvanizzare prima di Natale.”
La ragazza annuì piano. Gli occhi verde-castano scintillarono assumendo un’impossibile sfumatura viola. “Settantuno scrittori sfigati a rischio depressione. Santa non c’è andato leggero con noi, quest’anno.”
L’auto scivolò elegante dentro una curva e subì un’accelerazione paurosa, decollando. Il tettuccio si aprì e i capelli del ragazzo aumentarono di volume, srotolandosi dietro la macchina volante come la scia di una stella cometa. Gli occhi della ragazza si allungarono, sembravano quelli di una volpe, e delle strane protuberanze, aggraziate piccole corna di cerbiatto, le apparvero alla sommità della fronte.
“Che fatica mantenere quel tristissimo aspetto umano.”
Lui sorrise. “Mai quanto fingere entusiasmo per un cantastorie stonato.”
“Hai chiesto tu di entrare nella sottocommissione per la salvaguardia degli scrittori in depressione da insuccesso.”
“Ero stanco di fabbricare giocattoli al Polo, ma non sono sicuro che mi sia convenuto.”
“A me fanno tenerezza, in fondo.”
“Bah! Tolta l’arroganza, tolta la vanagloria, tolta la tendenza a prendersi così fottutamente e maledettamente sul serio… sì, fanno tenerezza. In fondo.”
La macchina volante scomparve oltre le nuvole.

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