Pensieri di nessuno 3. Essere avvocato oggi, qui

Ho mal di schiena e brividi di freddo, e per di più alla radio in via del tutto eccezionale e, immagino, a mio esclusivo beneficio passano una vecchia canzone di Morissey che mi piace molto. Il che mi fa riflettere sul fatto che le canzoni di Morissey e i video di Morissey rappresentano la sublimazione romantica della condizione di sfigato. Bella voce e testi interessanti, ma il marchio è quello: giovanotto ipersensibile e dotato che potrebbe raggiungere traguardi importanti nella vita ma che invece finirà rovinato e incompreso in un monolocale di mezza periferia tappezzato di cartoni di birra vuoti. Uno così fa anche simpatia fino a quando gli regge il fisico e la freschezza dei lineamenti, ma diventa inevitabilmente molesto quando irrompono pinguedine e rughe: nessuno vuole fra i piedi una vecchia checca grassa che si lamenta tutto il tempo di quanto ogni giorno sia come domenica, silenzioso e grigio. Brutto perdente del cazzo.

Spengo il motore e l’accento posh dell’idolo dei miei sedici anni svanisce, inghiottita dai rumori del traffico resi vaghi dal diaframma del finestrino. Scendo, attraverso la strada, entro dal tabaccaio, compro un gratta e sosta, esco, riattraverso, torno all’auto, gratto e sosto. Il cappotto nero si screzia di rade gocce di pioggia mentre entro in tribunale. Striscio la carta magnetica e il tornello si inchina, salgo le scale e oltrepasso il corridoio della Corte d’Appello, saluto due colleghi e giro a destra, fino in fondo e ancora a destra. Mi fermo un attimo e ripasso mentalmente l’ordine della discussione: eccezione preliminare di incompetenza territoriale, due parole sulla prova testimoniale che ha confermato eccetera eccetera, una parola in punto di diritto perché come ben sappiamo per giurisprudenza costante eccetera eccetera, eccetera. Basta così. Per quello che vale.

Mi affaccio alla stanza, il giudice è chino sui fascicoli che gli porgono i colleghi ammucchiati torno torno alla scrivania come passeri su una pagnotta.

Mi faccio notare, “Consigliere la discussione delle nove…”

Il Consigliere si ridesta dal fascicolo: “Lei è l’avvocato…”

Favorisco le generalità, lui scrive il mio nome su un pezzo di carta.

“Bene può andare.” Si rituffa sul fascicolo.

“Ma come, non la discutiamo?”

Mi guarda con tenerezza. “Le memorie le avete depositate?”

“Sì ma…”

“E allora tanto vale che vi riportate, o avete qualcosa di nuovo da aggiungere?” Mi guarda con impazienza.

“No, ma…”

“Troverà il dispositivo domani in cancelleria. Arrivederci.”

Non che pensassi di essere Perry Mason.

Scendo di nuovo le scale e il mal di schiena aumenta, mi pare di avere due mattoni in ogni tasca, sudo freddo e mi cola il naso. La febbre è in arrivo e non posso manco prendere un’aspirina per via dell’ulcera.

Nell’atrio, colleghi che parlano del tema del giorno: si dimetterà, non si dimetterà? ‘Sto stronzo tanto ha tirato che ha fatto crollare i mercati. E a me che mi fotte, tanto non c’ho una lira, mica come te, a me non mi cambia un cazzo…

Ce n’è uno che dice, giuro, u capisti a chiddu lo hanno mandato assolto perché la cosa non l’aveva fatta, va’… Assolto per non aver commesso il fatto, lui… Ma tu, tu sei colpevole per la tua vita di merda, per il tuo lavoro di merda del quale evidentemente sconosci anche i fondamentali ma che eserciti lo stesso perché tanto è uguale. È sempre tutto uguale a tutto, qui.

E mentre esco, di nuovo sotto la pioggia ora battente, mi viene in mente un’altra canzone cantata dal caro vecchio Morissey, quella che dice più o meno così: La pioggia cade intensa su una città noiosa/ Questa città ti ha rovinato/ E tutti devono vivere la loro vita/ E Dio sa che io ho da vivere la mia/ Dio sa che io ho da vivere la mia/

William, it was really nothing

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