Dream Machine 2 (i terrori della notte)

I muri crollano, le torri crollano, i mercati crollano e gli imperi crollano. È solo un’illusione passeggera, non abbiate timore. Dal punto di vista degli eoni questi ultimi venticinque mila anni sono solo nanosecondi. Civiltà ben più solide di quelle del mondo moderno non sono che vaghe reminiscenze di polvere ormai. Degli uomini che hanno vissuto, sofferto, amato, desiderato e sognato non resta traccia se non nelle nostre eliche del DNA, il serpente Ouroboros che tutti portiamo in seno.

Così i nostri affanni, i nostri vaneggiamenti i nostri ossessivi dimenamenti ricordano quelli del pazzo con la camicia di forza davanti allo sguardo morto dell’eternità. Cthulu ci guarda ma non ci vede. Dopo di noi verranno altri e poi altri ancora a illudersi, nuovi imperi, nuovi crolli e infine un crollo definitivo che rimetterà le cose in prospettiva, che ci rimetterà al nostro posto. Un anemone marino evoluto in un anemone terrestre con pretese d’intelletto. Un parvenu della coscienza. Uno sbruffone tragico e comico senza senso del tragicomico.

Ed eccoci qui, ad agitarci come anguille in un secchio di cui non scorgiamo quasi mai il bordo, la nostra curva dell’orizzonte. Siamo impegnati a vivere e mentre siamo concentrati in quest’attività, la più assurda delle attività – nascere per morire – ci dedichiamo a una serie infinita di microattività: alcune di queste astrusità che c’intestardiamo a perpetrare hanno a che fare con la produzione e il consumo, che a loro volta sono punti di sutura di ragnatela di azioni e comportamenti che tessiamo giorno dopo giorno. Quanto potrà mai durare la bava di aracnide nella furia di una tempesta cosmica? Il tempo in cui ci si trova nell’occhio del ciclone, certo. Per fortuna non ci accorgiamo (quasi mai) che si tratta di un occhio. Se solo potessimo scorgere gli orizzonti supernovici che scruta… Probabilmente ci lasceremo morire d’inedia o dedicheremo la nostra esistenza e quelle delle nostre discendenze a diventare un abbagliante kamikaze nucleare invocante il mantra dei megatoni.

Se, come diceva Lacan, l’inconscio non è qualcosa di interno ma di esterno, un, mi azzardo a definire “esonscio”, allora siamo riusciti a imbrigliarlo o meglio a dargli una forma, sebbene priva di confini precisi. L’essenza della tecnica di cui andava messianicamente predicando Heiddegger ha trovato nella rete l’ultima epifania, l’inconscio collettivo è la rete. La tecnologia non solo ci ha fatto evolvere – grazie all’unico vero grande passo dell’umanità, ma non dell’uomo – da troglodita a troglodita dotato di armi atomiche (il superuomo). L’inconscio collettivo, il mare magmatico e terrificante in cui nuota il mito, i cui abissi sono popolati da endocetti e archetipi è lì, a portata di clic. Quando ci sediamo davanti allo schermo tocchiamo con mano quello che fino a dieci anni fa era celato e carico di terrori e desideri. Siamo di fronte alla più grande scoperta (per quanto possa significare) umana, la rivelazione dell’inconscio, la sua incarnazione elettronica eppure non ne scorgiamo la portata. Lo abbiamo davanti agli occhi quotidianamente e non succede nulla. Ce ne stiamo lì, seduti, come niente fosse, lo diamo per scontato. Ma internet è l’inconscio collettivo. Quello che per millenni ci ha costretti a venire a patti con l’individuo feroce, codardo, debole, malvagio… che ogni nostro corpo ospita fino a un certo punto, fino a quando si stanca. Davanti a un simile mostro, davanti a una simile, terrificante, occasione ci comportiamo come ci si aspetta che l’animale uomo si comporti. Non facciamo nulla. (In)consapevoli, come sempre. Matti e affamati? Annoiati e sazi, forse.

A parte l’evoluzione tecnologico-morale, sembriamo quindi non essere evoluti per nulla, non ci è spuntato nessun terzo occhio, non siamo coscienti di fare parte, forse, di un tutto, non riusciamo a dubitare più di tanto e l’esplorazione dello spazio è sempre quella dello spazio esteriore. Di nuovo, in questi giorni, c’è stato un assalto all’ultima offerta all’apertura di uno store e di nuovo c’è stata un’epidemia zombi. Io ho esaurito le domande. Mi restano solo e sempre le due questioni morali più pressanti a ronzarmi in testa: di cosa mi hanno fatto avere bisogno oggi? Quale accessorio mi hanno reso indispensabile?

Stiamo fissando la dream machine da così tanto tempo, forse da sempre, da non riuscire più ad accorgerci di aver reso concreto, in tutto il suo fulgido terrore, il sogno.

Quando abbiamo iniziato a raccontarci delle storie attorno a un fuoco lo facevamo per proteggerci dai terrori della notte. Ogni tanto voltavamo le spalle alle fiamme per scrutare il buio, le storie ci avevano impaurito abbastanza per farci capire di non andare a ficcanasare nell’oscurità… a guardarla, osservarla, scrutarla, studiarla con timore reverenziale, semmai a sfidarla, questo sì. Ma cosa succede quando le storie non ci proteggono più, non ci spaventano abbastanza da insegnarci a difenderci? Cosa succede quando le storie sono rassicuranti, inoffensive, spuntate? Ci allontaniamo dal fuoco. Ci addentriamo nell’oscurità convinti che il bagliore alle nostre spalle possa illuminare a lungo il nostro cammino. E così è per un po’, ma arrivati nel cuore della notte, se sollevassimo il capo al cielo ci accorgeremmo che le stelle sono milioni di occhi che brillano sinistri nel freddo siderale dello spazio e che il sibilo, l’ululato, lo schiocco, il crepitio, il frinire e il ruggito non sono suoni amici, non sono adatti a fare da ninna nanna e quando allungheremmo la mano a cercare la lama affilata alla cintura, ci accorgeremmo che le storie con cui è stata forgiata sono di latta. Il segreto dell’acciaio è stato dimenticato. E anche se tutto non ha importanza e anche se questi millenni sono solo manciate di nanosecondi, avremo paura. L’oscurità è a portata di mano, le belve che nuotano in essa anche. Hanno le sembianze di innocue quotidiane felicità (come, per citarne una su un milione di miliardi, possedere l’ultimo modello di iPhone senza sapere da dove arrivi, quanta infelicità può aver causato e il perché lo si possieda), hanno i tratti di una vita passata senza la consapevolezza del suo passaggio. Tutti i giorni osservo l’abisso, Nietzsche si sbagliava, per quanto a lungo lo osservi lui non mi osserva mai. Lo farebbe solo se la mia lama fosse affilata, scintillante e forgiata con il brutale acciaio delle storie. Solo così potrei affrontarlo e solo così esso avrebbe il coraggio di affrontare me. E invece me ne sto qui a masturbarmi davanti all’inconscio collettivo, convinto che sia un sito porno o l’apple store.

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