FACCIOCOSEVEDOGENTE…

 Capita spesso di girare per l’Italia (e non solo) con i miei sodali Kai Zen a presentare qualcuno dei nostri moltoseriamenteimpegnati  libercoli e capita altrettanto spesso, nelle serate organizzate ad hoc per noi giovani scrittori disimpegnati, di incrociare sul nostro cammino qualche collega straniero a cui piace, dopo essersi presentato, rompere… il ghiaccio con frasi del tipo: “Ma come avete fatto voi italiani ad eleggere uno come Berlusconi? Come fate ad andare avanti con uno così da più di sedici anni?”  Di solito la prima risposta che mi viene in mente è “State forse meglio voi con Sarkozy (se è francese) o con David Cameron oppure con la Merkel (se è inglese o crucco)? Ma poi penso che la loro risposta potrebbe essere più fastidiosa della mia domanda, qualcosa del tipo “Sì, stiamo decisamente meglio anche se sono dei grandissimi stronzi” e potrebbero anche avere ragione da vendere; quindi mi limito ad alzare le spalle e sospirare un “che ci vuoi fare”, come farebbe un vecchietto di Canicattì seduto al tramonto davanti alla sua casetta bianca dopo che il vicino di casa gli ha appena comunicato serafico “Ammazzarono compare Scalìa!” , “Ehh che ci vuoi fare”. 
Noi italiani siamo così, tutto passa tutto succede davanti a noi, come in un film d’azione a cui non partecipiamo. Poi è vero, abbiamo i nostri scatti di rabbia, cinque-dieci minuti non di più, in cui incitiamo alla rivoluzione e alla guerriglia urbana e poi via di nuovo a sedersi su quella sedia davanti casa a vedere un film su di noi a cui però non partecipiamo. Che ci vuoi fare, siamo dei professionisti nell’essere sempre “altro” da quello che succede sul palco della vita, o mal che vada se è proprio impossibile stare fuori dai riflettori allora ci premuriamo di far sapere che noi non siamo gli unici sotto le luci accecanti della verità. Chi ha rubato? Io no, e se sono stato io allora eravamo in tanti e forse c’eri anche tu che mi punti contro quel faro accecante. Cristo, proprio come ho fatto io poco fa! Guardate sette otto righe più sù: noi italiani siamo messi male ma anche voi inglesi, francesi, tedeschi….ci sono cascato anch’io, non poteva essere altrimenti. Attenzione, però, non si tratta di un “mal comune mezzo gaudio” perché l’italiano non vuole dividere la torta delle responsabilità con qualcun altro, semplicemente ve la lascia tutta…Guarda la luce, fissala…ooopps non ci sono più, sono già di nuovo nel buio più fitto.

Ma a fare cosa? Non saprei; conosco un sacco di persone ma dico veramente tante di cui non sono in grado di dire quale sia la loro attività primaria, di cosa si occupino. Ma qui siamo oltre le evanescenti circostanziali risposte che poteva dare la fanciulla col vestitino a pois bianchi al ragazzo riccioluto con la camicia aperta seduto accanto a lei in un prato spoglio della periferia romana, siamo oltre il FCVG (FaccioCoseVedoGente). Per esempio: conoscente, trentacinque anni, bella presenza, sposato con due figli piccoli, si occupa di spettacoli e eventi culturali, dice lui. Si lamenta sempre che le tasse sono alte, che le banche lo strozzano e che i suoi bambini a scuola si pisciano nei pantaloni ogni volta che la maestra pronuncia il nome “Bocelli”. Perché mai una maestra elementare dovrebbe ripetere più di una volta ma anche solo una volta il nome Bocelli? Gli chiedo. E lui “Perchè è una troia sadica che per farmela pagare quando ha scoperto che Antongiulio e Antonluca (sono i nomi dei suoi figli, non dite niente per carità avete già colto la citazione lo so!) reagivano a quel nome facendosela sotto, ci ha preso gusto!” Stavo per chiedergli perché una maestrina delle elementari avrebbe dovuto avercela con lui ma ha subito proseguito: “Quella troia e quel bastardo del suo figliolo, io non lo riconoscerò mai!” Ah ecco, alla fine si tratta solo di soldi. Eppure lui ne ha tanti, di soldi intendo (ma anche di figli a questo punto): casa di proprietà, macchina quasi di lusso, la moglie sempre in tiro come il suo naso, ma a quanto pare non bastano mai. Un giorno ho provato a farmi gli affari suoi; l’ho beccato mentre usciva di casa in tutta fretta: “Ciao Carletto, dove vai di bello?” Lui, un po’ impacciato “Stasera c’è un concerto di lirica, ho organizzato tutto io, ci sarà anche l’assessore” (Ci avete fatto mai caso? Chissà perché quando in un discorso si pronuncia la parola “assessore” tutto il contesto si carica di ufficialità e autorevolezza. “Dove sei andato?” “Al cesso, c’era anche l’assessore…” e subito ci immaginiamo una toilette con i rubinetti d’oro e camerieri coi guanti bianchi che ce lo scrollano non appena abbiamo finito il getto nella tazza, anch’essa dorata). La stessa sera sul tardi lo sento salire per le scale, il passo pesante. Mi faccio ancora gli affari suoi: “Ciao Carletto com’è andata?” Lui alza lo sguardo e mi penetra con gli occhi, come un leone che sta per avventarsi sulla preda, ma poi fa un bel respiro e si calma. Un sorriso leggero, appiccicato male su un viso che dice altro. “Tutto bene…una serata memorabile” e poi si chiude la porta di casa alle spalle senza aggiungere una parola. Io che ormai sono entrato nella parte della anziana-vicina-rompiballe-che-si-fa-i-cazzi-degli-altri accosto l’orecchio alla parete che divide il suo appartamento dal mio. “Quella testa di cazzo, non ha voluto i soldi in nero. Si è messo a fare il salvatore della patria e ancora: “Ma io lo so che dichiara neanche il dieci per cento di quello che guadagna…e viene a fare il regolare con me!” Poi sento un rigurgito vocale quasi sovraumano, un nome pronunciato a squarciagola ma non capisco. Un istante di assoluto silenzio e poi rumore di pugni sul tavolo e bambini che piangono. Di nuovo “Quel bastardo…adesso con questo assegno sapranno di tutto il resto, sapranno dove andare a prendermi…bastardo” E di nuovo quel nome urlato con l’ugola fuori dai denti che saltella come un uccellino a cucù fuori dalla sua casetta. I bambini continuano a piangere, lui continua a bestemmiare. Non ho neanche più bisogno di stare con il padiglione auricolare aderente alla parete, che fra l’altro mi affaticava pure, ora me ne sto seduto in poltrona (ah dimenticavo, questa è la mia principale attività non molto redditizia ma neanche troppo dispendiosa) e ascolto il mio programma radio preferito “Bestemmie in casa Gori”. Il lagnare dei fanciulli sovrapposto alle imprecazioni del loro papà creano quasi un mantra cacofonico che mi assopisce. Sto quasi per addormentarmi quando, come un codice svelato, mi giunge all’orecchio quasi in perfetta equalizzazione un nome: “Bocelli”, seguito da una gragnuola di insulti e bestemmie. Ho un’illuminazione! io questa serata l’ho già vissuta altre volte, ero solo troppo assopito per accorgermene e troppo rincoglionito per capire che un nome solo può fare tanta paura, sia esso “Berlusconi” o “Bocelli”, così tanta paura che alle volte ci si piscia nei pantaloni…(continua)

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