Messina non esiste

Caro Guglielmo,

sembra che si sia arrivati al dunque. Da qualche giorno, infatti, Eurolink ha diffuso i dati catastali di case e terreni che saranno espropriati a Faro e Ganzirri per la costruzione del ponte. E a me, che ho sempre liquidato la questione sotto la voce “stronzate”, è toccato sorbirmi i sorrisetti ironici di chi invece da una trentina d’anni è convinto che tempo due settimana e una squadra di operai con cappello di carta e manicola, metterà mano al ponte. Adesso, io non voglio distruggere le illusioni di nessuno, se queste servono a farlo campare tranquillo e con la coscienza a posto, ma di un’opera che ha come copertura finanziaria più o meno un settimo di quanto servirebbe, e gli altri si vuole raccattarli sul mercato (proprio oggi, proprio con questi chiari di luna), ecco, sulla certezza che la vedrò mai portata a termine (o anche solo iniziata) non ci scommetterei su nemmeno il resto di un caffè. E d’altra parte mi piacerebbe che qualcuno di quelli che oggi mi sorridono con l’aria di chi la sa lunga, un giorno o l’altro mi spiegasse se e quanto è contento del buco nero di miliardi che in trenta e passa anni la Stretto di Messina si è ciucciata proponendo in cambio più o meno solo il plastico che ogni anno, sempre più tristemente, da un trentennio espone in fiera. E ppi il capolavoro: i 75mila euro spesi in fotocopie nel 2006, che fanno il paio con i 78mila spesi nel 2005. Quello che mi domando io è questo: ma che cazzo c’avranno avuto da fotocopiare con settantacinquemila euro all’anno? E la Siae non dice niente?

Alessio Caspanello

Caro Alessio,

la grande opera sullo Stretto, come pure la società che la promuove da decenni (a suon di fotocopie, mi par di capire, a questo punto), sono lo specchio fedele e impietoso di ciò che la nostra città rappresenta: un nonluogo. I nonluoghi, secondo la fortunata (e un po’ paracula) definizione dell’antropologo Marc Augé, sono quei luoghi che hanno la prerogativa di mancare di identità, di storia, di possibilità relazionali. Lo sono i supermercati, gli aeroporti, gli svincoli e ogni struttura funzionale a una circolazione veloce. Come il ponte sullo Stretto, appunto. Così Messina, che è la città di passaggio per antonomasia, il posto dove si passa mentre si è diretti altrove, ma non ci si ferma mai, se non per brevi soste distratte (fanno eccezione i crocieristi perplessi che vedo a frotte intenti a fotografare il Palazzo di Giustizia, ma questa è un’altra storia). Il ponte è dunque il nostro simbolo perfetto, e il fatto che esista solo nella mente di alcuni visionari illuminati e nei bilanci di altrettanto visionarie società per azioni lo rende ancor più potente ed evocativo. Il nostro simbolo è un nonluogo che non c’è, promosso da una società creata per fotocopiare all’infinito il niente. Un’astrazione talmente ardita da dare il capogiro a Peter Pan. Messina è l’arancino della Tourist, è una squadra di calcio seguitissima che scompare periodicamente fra i dilettanti, è il gelato ottimo che si squaglia al sole. È il nulla. È un buco nell’immaginario collettivo. La linea piatta dell’encefalogramma piatto di chi non sa più neanche immaginare. Un amico professore ha proposto ai suoi studenti universitari (di lettere) un questionario con tre brani di tre autori messinesi che parlano dello Stretto. Risultato: nessuno o quasi ha riconosciuto gli autori e, quel che è più rivelatore, nemmeno il luogo. Dunque Messina non esiste. Manco per chi ci abita.

Guglielmo Pispisa

Alessio Caspanello – Guglielmo Pispisa

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