Borges: specchi, labirinti, tigri e dittatori (1 di x)

Tempo fa, anzi anni fa, a Buenos Aires ebbi un carteggio elettronico con Wu Ming a proposito di un accenno a “Borges come grande fan di Pinochet e della giunta militare argentina” fatto in un numero di Giap! (quando Giap! era ancora un newsletter). Era gennaio ed era il 2009 e – serendipità spaziotemporale – la questione Borges mi ronzava in testa da tempo. Com’è possibile che l’autore di Tlön non abbia detto o fatto nulla? Come la pensava? Borges era un conservatore, un “gorilla”, ma davvero era un fan di una compagine di bestie sanguinare, grette e miserabili? Come andarono le cose?

Da allora ho sempre cercato il tempo e il modo di indagare la questione. Ora ci provo, a frammenti e a lampi. A strisce di tigri, a specchi e a labirinti…

Argentina. Nel 1976 Rodolfo Walsh cura la selezione, l’eventuale traduzione e le biografie di una raccolta pubblicata da Hachette dal titolo Antología del cuento extraño.

Nel 1976, il 24 marzo, la Junta Militar sale al potere con un colpo di stato. Un anno e un giorno dopo Rodolfo Walsh viene ucciso, bruciato e lanciato nel fiume.

Il 19 maggio del 1976, Borges, Ernesto Sábato, Horacio Ratti (presidente della Sociedad Argentina de Escritores) e Leonardo Castellani (un sacerdote scrittore) pranzano con il generale Videla e con il generale Villarreal, segretario generale della Presidenza. I commensali bevono whisky, liquori e succo di frutta… Borges ringrazia Videla per il golpe.

«Le agradecí personalmente el golpe del 24 de marzo, que salvó al país de la ignominia, y le manifesté mi simpatía por haber enfrentado las responsabilidades del gobierno. Yo nunca he sabido gobernar mi vida, menos podría gobernar un país.»

L’incontro si svolge in un clima conviviale in cui si parla di cultura e di letteratura. È Videla a dire: «el desarrollo de la cultura es fundamental para el desarrollo de una Nación».

Padre Castellani rimane in disparte, taciturno e sospettoso. Sábato dirà anche lui la sua…

Nel 1979, Diego Harguindeguy, un intellettuale e attivista per i diritti umani allora 23enne, sta cercando, con un terrore da strizzargli il buco del culo fino a sigillarlo, di raccogliere clandestinamente delle firme importanti per uno scrittore desaparecido.

Mentre sono tutti in pausa dal lavoro, prende coraggio e fa il numero. All’altro capo del telefono risponde, con suo sommo sbigottimento, proprio Borges (ché no la mucama, el viejo mismo) che lo  ascolta con attenzione e con gentilezza gli dice di aver già firmato, che una signora è andata da lui, hanno parlato a lungo e lui ha firmato.

Il ragazzo, perplesso, lo ringrazia e saluta, anche perché i colleghi stanno tornando. Deve avergli raccontato una “cazzata per toglierselo dalle palle…”

Per vie traverse scopre più tardi che è vero. Ancora oggi, quando ne parla con gli amici e con i compagni, sottolinea la cosa: “Non toccatemi Borges! Tutto ma non Borges!” suscitando ire funeste e malumori a sinistra…

Nel 1980, Borges firma una petizione di sollecitazione a favore dei desaparecidos sul “Clarín”.

Nel 1981 rilascia un’intervista a Panorama in cui si schiera apertamente contro la Junta.

Nel 1982 condanna l’invasione argentina delle Malvinas (Cosa che non ha osato fare né Montoneros, né il Partito Comunista Argentino).

Ne Antología del cuento extraño c’è un racconto di Borges, El milagro secreto. L’introduzione di Walsh è questa:

Dell’opera di J.L. Borges – nato a Buenos Aires nel 1899 – si è detto che costituisce una letteratura a parte. All’estero è l’autore argentino più apprezzato. Da noi, scatena una corrente crescente di critiche, elogi e censure. Lo si è accusato di fare un gioco erudito e insensato dimenticando che le sue tematiche sono quelle relative da sempre al destino umano: il tempo e l’eternità, Dio, il mistero dell’identità personale, la creazione letteraria. Allo stesso modo gli viene attribuito l’obbligo di interpretare lo “spirito nazionale” e gli si rinfaccia di non farlo. Certo nichilismo burlone, proprio di molti argentini, costituisce senza dubbio un tratto evidente delle sue narrazioni: l’eternità, se esiste per le anime, è un periodo dilatato di abbrutimento; Dio, se per caso esistesse, è un riflesso di un altro riflesso, infinitamente irraggiungibile; qualcuno può scoprire di essere un altro, e quest’altro è il nemico più odiato; l‘identità personale è forse un’illusione; l’autore del Chisciotte è un oscuro scrittore francese d’inizio secolo; il vero Cristo è Giuda.

Solo un’attività umana – la creazione letteraria – sembra degna, chissà, dell’attenzione e della pietà di un dio. È il tema di questo splendido racconto… El milagro secreto. 

E il racconto è questo:

La notte del 14 marzo 1939, in un appartamento della Zeltnergasse di Praga, Jaromir Hladìk, autore dell’inconclusa tragedia I nemici, di una Vendicazione dell’eternità e di un esame delle indirette fonti ebraiche di Jacob Boehme, sognò una lunga partita a scacchi. Non la disputavano due persone, ma due famiglie illustri; la partita era cominciata molti secoli prima; nessuno ricordava quale fosse la posta, ma si mormorava che fosse enorme e forse infinita; i pezzi e la scacchiera stavano in una torre segreta; Jaromir (nel sogno) era il primogenito d’una delle famiglie ostili; agli orologi suonava l’ora d’una mossa che non poteva più essere ritardata; il sognatore correva per le sabbie d’un deserto piovoso e non riusciva a ricordare le figure né le leggi del gioco degli scacchi. Qui si svegliò. Cessò il fracasso della pioggia e dei terribili orologi. Un rumore ritmico e unanime, intramezzato da qualche voce di comando, saliva dalla Zeltnergasse. Era l’alba; le blindate avanguardie del Terzo Reich entravano a Praga.

Il 19, le autorità ricevettero una denuncia; lo stesso 19, di sera, Jaromir Hladìk fu arrestato. Lo portarono in una caserma asettica e bianca, sull’altra riva della Moldava. Non poté negare nessuna delle accuse della Gestapo: il suo nome materno era Jaroslavski, il suo sangue era ebreo, il suo saggio su Boheme ebraizzante, la sua firma allungava una lista di firme sotto una protesta contro l’Anschluss. Nel 1928 aveva tradotto il Sepher Yezirah per la casa editrice Hermann Barsdorf; il prolisso catalogo di questa casa aveva esagerato commercialmente la fama del traduttore; questo catalogo fu sfogliato da Julius Rothe, uno dei capi nelle cui mani stava la sorte di Hladìk. Non v’è uomo che, fuori della sua specialità, non sia credulo; due o tre aggettivi in lettere gotiche bastarono perché Julius Rothe ammettesse l’eminenza di Hladìk e decretasse la sua condanna a morte, pour encourager les autres. L’esecuzione fu fissata per il 29 marzo, alle nove di mattina. Questo ritardo (di cui il lettore apprezzerà più tardi l’importanza) si dovette al desiderio amministrativo di agire impersonalmente e posatamente, come i vegetali e i pianeti.

Il primo sentimento di Hladìk fu di mero terrore. Pensò che non l’avrebbero terrorizzato la forca, né l’ascia, né la ghigliottina, ma che morire fucilato era intollerabile. Invano si ripeté che il tremendo era l’atto puro e generale del morire, non le circostanze concrete. Non si stancava d’immaginare queste circostanze: assurdamente, cercava di esaurirne tutte le variazioni. Anticipava infinitamente il processo, dall’alba insonne alla misteriosa scarica. Prima del giorno fissato da Julius Rothe, morì centinaia di morti, in cortili le cui forme e i cui angoli esaurivano la geometria, mitragliato da soldati variabili, in numero cangiante, che a volte lo finivano da lontano, altre da molto vicino. Affrontava con vero timore (forse con vero coraggio) queste esecuzioni immaginarie; ogni finzione durava pochi secondi; chiuso il cerchio, Jaromir interminabilmente tornava alle tremanti vigilie della sua morte. Poi rifletté che la realtà non suole coincidere con le previsioni; con logica perversa ne dedusse che prevedere un dettaglio circostanziale è impedire che esso accada. Fedele a questa debole magia, inventava, perché non succedessero, particolari atroci; naturalmente, finì per temere che questi particolari fossero profetici. Miserabile la notte, procurava di affermarsi in qualche modo nella sostanza fuggitiva del tempo. Sapeva che questo andava precipitando verso l’alba del giorno 29; ragionava a voce alta: “Ora è la notte del 23; finché duri questa notte (e altre sei notti) sono invulnerabile, immortale”. Pensava che le notti di sonno erano vasche profonde e oscure, in cui poteva sommergersi. A volte l’afferrava un’impazienza della scarica definitiva, che lo redimesse, male o bene, dalla sua vana fatica d’immaginare. Il 28, quando l’ultimo occaso splendeva tra le alte sbarre, lo distrasse da queste considerazioni abiette l’immagine del suo dramma I nemici.

Hladìk aveva passato i quarant’anni. A parte alcune amicizie e molte abitudini, il problematico esercizio della lettura era tutta la sua vita; come ogni scrittore, misurava le virtù degli altri dalle loro opere, e chiedeva che gli altri misurassero lui dalle sue intenzioni e illuminazioni. Tutti i libri che aveva dato alla stampa gl’infondevano un pentimento complesso. Nei suoi esami dell’opera di Boheme, di Abnesra e di Flood, era intervenuta, essenzialmente, la mera diligenza; nella sua traduzione del Sepher Yezirah, piuttosto la negligenza, la fatica e la congettura. Giudicava meno deficiente, forse, la Vendicazione dell’eternità: il primo volume compendia la storia delle diverse eternità ideate dagli uomini, dall’Essere immobile di Parmenide fino al passato modificabile di Hinton; il secondo nega (con Francis Bradley) che tutti gli eventi dell’universo costituiscano una serie temporale. Argomenta che il numero delle possibili esperienze dell’uomo non è infinito, e che basta una sola “ripetizione” a dimostrare che il tempo è un inganno… Disgraziatamente, non sono meno ingannevoli gli argomenti che dimostrano quest’inganno; Hladìk soleva enumerarli con una certa disdegnosa perplessità. Aveva anche composto una serie di poesie espressioniste; queste, a confusione del poeta, figurarono in un’antologia del 1924, e non ci fu antologia posteriore che non le ereditasse. Da tutto questo passato equivoco e languido Hladìk voleva redimersi col dramma in versi I nemici. (Preconizzava il verso, che impedisce agli spettatori di dimenticare l’irrealtà, condizione dell’arte.)

Questo dramma osservava l’unità di tempo, di luogo e di azione; si svolgeva a Hradcany, nella biblioteca del barone di Roemerstadt, in una delle ultime sere del secolo XIX. Nella prima scena del primo atto, uno sconosciuto fa visita a Roemerstadt. (Un orologio suona le sette, una veemenza d’ultimo sole esalta le vetrate, il vento porta le note appassionate e riconoscibili d’una musica ungherese.) A questa visita ne seguono altre; Roemerstadt non conosce le persone che lo importunano, ma ha l’incomoda impressione di averle già viste, forse in sogno. Tutti i visitatori esagerano in lodi e riguardi, ma è evidente – prima per gli spettatori del dramma, poi per lo stesso barone – che sono suoi nemici segreti, congiurati per perderlo. Roemerstadt riesce a ostacolare o a sventare i loro complessi intrighi; nel dialogo si fa allusione alla sua fidanzata, Julia di Weidenau, e a un certo Jaroslav Kubin, che una volta aveva importunato la fanciulla con il suo amore. Kubin, ora, è impazzito e crede d’essere Roemerstadt… I pericoli si moltiplicano; Roemerstadt, alla fine del secondo atto, si vede obbligato a uccidere un cospiratore. Comincia il terzo e ultimo atto. Aumentano gradualmente le incoerenze: tornano attori che sembravano eliminati dalla trama; torna, per un istante, l’uomo ucciso da Roemerstadt. Qualcuno fa osservare che non ha annottato: l’orologio suona le sette, splende nelle alte vetrate il sole al tramonto, il vento porta un’appassionata musica ungherese. Compare il primo interlocutore e pronuncia le parole che già aveva pronunciato nella prima scena del primo atto. Roemerstadt gli parla senza stupore; lo spettatore comprende che Roemerstadt è il miserabile Jaroslav Kubin. Il dramma non è un dramma: è il delirio circolare che interminabilmente vive e rivive Kubin. Hladìk non s’era mai chiesto se questa tragicommedia degli errori fosse futile o ammirevole, rigorosa o casuale. Nell’argomento che ho abbozzato vedeva l’invenzione più adatta alla dissimulazione dei suoi difetti e all’esercizio delle sue doti; vi si scorgeva la possibilità di giustificare (in modo simbolico) i fondamenti della propria esistenza. Aveva già terminato il primo atto e qualche scena del terzo; la natura metrica dell’opera gli permetteva di rivederla continuamente, di correggerne gli esametri, senza avere sott’occhio il manoscritto. Pensò che mancavano ancora due atti, e che tra brevissimo tempo sarebbe morto. Parlò con Dio nell’oscurità: “Se in qualche modo esisto, se non sono una delle tue ripetizioni e delle tue errata, esisto come autore dei Nemici. Per condurre a termine questo dramma, che può giustificarmi e giustificarti, chiedo ancora un anno. Accordami questi giorni, Tu a cui appartengono i secoli e il tempo”. Era l’ultima notte, la più atroce; ma dieci minuti dopo, il sonno l’annegò come un’acqua scura. Verso l’alba, sognò d’essersi rifugiato in una delle navate della biblioteca del Clementinum. Un bibliotecario dagli occhiali neri gli domandò: – Che cerca? – Hladìk rispose: – Cerco Dio -. Il bibliotecario disse: – Dio è in una delle lettere d’una delle pagine d’uno dei quattrocentomila volumi del Clementinum. I miei padri e i padri dei miei padri hanno cercato questa lettera; io sono diventato cieco a cercarla -. Si tolse gli occhiali e Hladìk gli vide gli occhi, che erano morti. Un lettore venne a restituire un atlante: – Quest’atlante è inutile, – disse, e lo dette a Hladìk. Questi l’aprì a caso. Vide una carta dell’India, vertiginosa. Bruscamente sicuro, toccò una delle lettere più piccole. Una voce che veniva da ogni luogo gli disse: – Il tempo per il tuo lavoro t’è stato concesso -. Qui Hladìk si svegliò. Ricordò che i sogni degli uomini appartengono a Dio e che Maimonide ha scritto che le parole di un sogno, quando suonano chiare e distinte, e non si può vedere chi le ha dette, sono divine. Si vestì; due soldati entrarono nella cella e gli ordinarono di seguirli. Di là dalla porta, Hladìk aveva previsto un labirinto di gallerie, di scale e di padiglioni. La realtà fu meno ricca: scesero in un cortiletto per una sola scala di ferro. Diversi soldati – alcuni con l’uniforme sbottonata – rivedevano una motocicletta e la discutevano. Il sergente guardò l’orologio: erano le otto e quarantaquattro minuti. Si doveva aspettare che suonassero le nove. Hladìk, più insignificante che sventurato, si sedette su una catasta di legna. S’accorse che gli occhi dei soldati fuggivano i suoi. Per alleviare l’attesa, il sergente gli dette una sigaretta. Hladìk non fumava; l’accettò per cortesia o per umiltà. Accendendola, vide che gli tremavano le mani. Il giorno s’annuvolò; i soldati parlavano a voce bassa come se lui già fosse morto. Vanamente cercò di ricordarsi della donna il cui simbolo era Julia di Weidenau… Il plotone si formò, s’inquadrò. Hladìk, in piedi contro il muro della caserma, attese la scarica. Qualcuno temette che la parete restasse macchiata di sangue; ordinarono allora al condannato di avanzare di alcuni passi. Hladìk, assurdamente, ricordò i vacillamenti preliminari ordinati dai fotografi. Una pesante goccia di pioggia gli sfiorò una tempia e lentamente rotolò sulla sua guancia; il sergente vociferò il comando finale. L’universo fisico si fermò.

Le armi convergevano su Hladìk, ma gli uomini che stavano per ucciderlo restavano immobili. Il braccio del sergente eternizzava un gesto inconcluso. Su un mattone del cortile un’ape proiettava un’ombra fissa. Il vento s’era arrestato come in un quadro. Hladìk tentò un grido, una sillaba, la torsione d’una mano. Comprese che era paralizzato. Non il più tenue rumore gli giungeva dal mondo impedito. Pensò “sono all’inferno, sono morto”. Pensò “sono impazzito”. Pensò “il tempo s’è fermato”. Poi rifletté che in questo caso anche il suo pensiero si sarebbe fermato. Volle metterlo a prova: ripeté (senza muovere le labbra) la misteriosa quarta ecloga di Virgilio. Immaginò che i già remoti soldati condividessero la sua angoscia; bramò di comunicare con loro. Si stupì di non sentire alcuna stanchezza, e neppure la vertigine della sua lunga immobilità. Dopo un tempo indeterminato, s’addormentò. Quando si risvegliò, il mondo continuava immobile e sordo. Durava sulla sua guancia la goccia d’acqua; nel cortile, l’ombra dell’ape; il fumo della sigaretta che aveva fumato non finiva mai di disperdersi. Un altro “giorno” passò prima che Hladìk comprendesse. Un anno intero aveva chiesto a Dio per terminare il suo lavoro: un anno gli concedeva l’Onnipotente. Dio compiva per lui un miracolo segreto: l’ucciderebbe, all’ora fissata, il plotone tedesco, ma nella sua mente, tra l’ordine e l’esecuzione dell’ordine, trascorrerebbe un anno. Dalla perplessità passò allo stupore, dallo stupore alla rassegnazione, dalla rassegnazione a un’improvvisa gratitudine.

Non disponeva d’altro documento che della memoria; il mandare a mente ogni esametro nuovo, gl’impose un fortunato rigore, ignorato da coloro che arrischiano e dimenticano paragrafi provvisori e sconclusionati. Non lavorò per la posterità e neppure per Dio, delle cui preferenze letterarie poco sapeva. Minuzioso, immobile, segreto, ordì nel tempo il suo alto labirinto invisibile. Rifece il terzo atto due volte. Soppresse certi simboli troppo evidenti: i rintocchi ripetuti, la musica. Nulla veniva a importunarlo e a distrarlo. Soppresse, abbreviò, ampliò; in nessun caso preferì la versione primitiva. Giunse ad amare il cortile, la caserma. Uno dei volti che gli erano di fronte modificò la sua concezione del carattere di Roemerstadt. Scoprì che le ardue cacofonie che tanto allarmavano Flaubert, sono mere superstizioni visive: debolezze e molestie della parola scritta, non di quella sonora… Terminò il suo dramma: non gli mancava di risolvere, ormai, che un solo aggettivo. Lo trovò; la goccia d’acqua riprese a scivolare sulla sua guancia. Gridò il principio d’un grido, mosse il capo, la quadruplice scarica lo fulminò.

Jaromir Hladìk morì il 29 marzo, alle nove e due minuti del mattino.

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