Vuelvo al Sur 5. Reportage dal centro del mondo

Villa 21, Buenos Aires

Il cielo è ormai viola scuro e la croce al neon azzurro è un bagliore alieno tra la luce aranciata dei lampioni. Per un momento restiamo in silenzio ad ascoltare il respiro della villa. Come in ogni romanzo che si rispetti c’è un cane che abbaia in lontananza, serve a dare il senso di realtà alla storia, eppure sono così frastornato da quel luogo che il cane non basta, non lo percepisco ancora come reale, non del tutto. Non è la mia realtà quotidiana, non lo sarà mai, quei fori di proiettile sul muro sono al contempo terribili e metafisici. Li vedo, li temo, ma è come se non fossero reali. È come se stessi semplicemente leggendo un racconto pulp in cui sono piombato per qualche misterioso motivo. Oltre al cane, ci sono i ronzii insettoidi di moto lontane che sfrecciano tra il dedalo polverso di strade e stradine, le stesse moto da cui forse, a capodanno, hanno sparato ad altezza uomo. Tendo le orecchie, c’è anche della musica, della cumbia villera distorta da qualche impianto stereo sgangherato, una melodia pacchiana scandita da tastiere e batterie da quattro soldi.  È un ritmo antico, che scorre nelle vene dell’America Latina da cinquecento anni. Ha viaggiato dall’Africa attraverso l’Oceano Atlantico per arrivare in Colombia, è una danza popolare che dopo cinque secoli, filtrata dal tropicalismo, ha invaso club e discoteche e dalle discoteche si è trasferita alle baracche delle periferie, diventando il gangsta rap del subcontinente. Pibes Chorros e Dama Gratis sono i due gruppi più noti, nati nella villa, cantano la villa e sono nemici. La rete straripa di blog e siti dedicati a loro e alla loro rivalità. I loro suono ha superato i confini delle baraccopoli ed è diventato colonna sonora quotidiana della classe meno abbiente argentina, per poi scalfire il primato del rock nacionàl, il rock en castellano, che ora fa i conti con i suoni e ritmi della villera e ne La luz del ritmo, l’ultimo album dei Los Fabulosos Cadillacs, il gruppo rock argentino per antonomasia, fanno capolino intere linee di tastiera e pattern ritmici tipici della cumbia.

Mentre il suono cumbiero si avvicina a bordo di un’auto e copre anche l’abbaiare del cane, qualcosa agita gli abitanti della strada. Non so cosa fare. Entrare in casa di Rey, restare immobile e impassibile a bere birra o chiedere alla guida se accompagnarmi fuori di lì. Rimango seduto.

L’autopattuglia si ferma davanti alla porta di uno dei dirimpettai di Rey, tre poliziotti con i giubbotti antiproiettile, bussano e qualcuno li fa entrare. Dopo qualche minuto escono scortando una donna e una ragazzina. Le fanno salire in macchina e se ne vanno. Passano a pochi centimetri dalle mie scarpe. Rey fa un commento in guaranì, poi racconta che l’uomo di casa era molto violento, anche per lo standard della villa, e che picchiava spesso a sangue moglie e figlia. Di lui non si sa nulla da giorni. L’allontanamento della polizia sembra aver rimesso in moto la routine del vicinato. Non mi spiegano altro e la conversazione si perde in facezie. Ormai è tardi. Saluto i miei ospiti, che mi ricordano dell’invito per me e la mia famiglia a un asado per la domenica successiva. Basta che telefoni per avvertirli di quanti saremo. Strette di mani e baci sulla guancia.

Mi avvio a fianco del guida attraverso la villa, sembriamo una versione postapocalittica di Gianni e Pinotto. Percorro le strade dissestate in tranquillità, l’inquietudine che ho provato entrando è sparita. Cammino con familiarità e sicurezza come se per un istante fossi a passeggio in un posto normale. Mi chiedo anche cosa sia un posto normale. Forse la normalità è questa ed è il resto a essere un’anomalia. Quando usciamo dal reticolato e torniamo sulla strada principale, ci troviamo di fronte una babele sonora. Musica, auto, moto e motorini, schiamazzi, urla e risate. C’è tutto tranne l’autobus. Andiamo alla fermata e aspettiamo. La notte è tiepida. Si sta bene. Vedo un taxi uscire da una via laterale, lo indico al mio uomo. Costa troppo e poi… Lascia perdere quanto costa. Prendiamolo. Non sembra molto convinto ma mi segue. Fermo l’auto prima che si immetta sulla principale. Saliamo. Il tassista è inequivocabilmente fatto. Il mio uomo, mi blocca con la mano sul petto prima che possa dire nulla. Gli dà l’indirizzo e le indicazioni per arrivarci. Durante il tragitto conversiamo del più e del meno. Il tassì imbocca una strada chiusa in mezzo a un complesso di monoblocks. La guida si agita ma cerca di mantenere la calma. Chiede al tassista cosa stia facendo. L’uomo al volante si ferma davanti a una barriera di cemento e torna indietro. Ci spiega che fino a poco prima la strada era aperta. Torna verso la villa e svolta all’altezza di un cavalcavia verso Pompeya. Il mio accompagnatore è sul chi vive ma appena arriviamo nel barrio si rilassa un po’, fino a quando il tassista si ferma a far benzina. Scendiamo tutti dall’auto. La guida va a pisciare su un albero poco distante dal distributore, so che non mi stacca gli occhi di dosso però. Ripartiamo. L’autista dice che ogni tanto va alla Villa 21 perché c’è un’ottima parilla che non costa nulla.  Ha la voce impastata, suda e trema. Avanziamo a strappi, singulti, accelerazioni e frenate. Risaliamo il ventre molle di Buenos Aires, ci insinuiamo barcollanti tra i suoi quartieri. Dopo quaranta minuti siamo dalle parti di Palermo. Ci facciamo lasciare davanti a una bar su Nicaragua e Thames. Il tassista ci fa uno sconto di dieci pesos, per la sosta benzina. La guida mi offre l’ennesima birra. Ci sediamo a un tavolino all’aperto e mentre scola la sua Stella Artois gelata, sempre da 66, mi spiega che molti tassisti vanno a comprare la coca o la pasta base in Villa, altro che parilla e come loro molte persone. Costa poco ed è buona.

Sorseggio la birra, sul marciapiede c’è un andirivieni continuo persone in bermuda firmati e infradito. Il bar è pieno di stranieri e argentini che bevono cocktail elaborati, una musica elettronica innocua arreda gli spazi sonori. Nessun foro di proiettile nei muri. Mi sento a milioni di anni luce dalla villa. Poi, tre ragazzini villeri sfatti di crac spuntano da dietro l’angolo, sono fuori posto, come uno smoking in un quadro rinascimentale. Attaccano briga con chiunque incontrino. Rovesciano un tavolino a cui siedono due americani che rimangono impietriti. Avanzano verso di noi. Si fermano un secondo ci squadrano, ci annusano, passano oltre e se la prendono con un gruppo di turisti dall’altra parte della strada. Spinte, bottiglie rotte e insulti, poco altro. La favelizzazione di Buenos Aires. L’allarme sicurezza, il quieto vivere minato, ogni giorno un po’, ogni giorno di più. Mi ritrovo a pensare che in realtà, da sempre, sia in atto una buensoairesizzazione della favela. Un rovesciamento di valori per cui gli altri vengono considerati sempre dalla parte del torto e le loro violenze brutali, mentre le nostre sono violenze pulite. Loro sopravvivono e noi viviamo. Loro sparano da una moto in corsa, noi bombardiamo un paese. Loro rubano, noi facciamo acquisizioni. Loro spacciano, noi creiamo bisogni inutili. Ma nel mondo, la maggior parte delle persone vive nelle loro condizioni, non nelle nostre. Noi e loro. Potrei anche dire che in realtà noi siamo loro, ma sono tutte stronzate, roba da romanzetto impegnato, politicamente corretto. Non è vero noi non siamo loro, nessuno di noi sopravvivrebbe a lungo in una villa miseria. Nessuno.

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