Vuelvo al Sur 4. Reportage dal centro del mondo.

Villa 21, Buenos AiresÈ cronaca degli ultimi mesi. A Villa Soldati, un barrio popolare, che un tempo faceva parte dell’area di Villa Lugano, sorge un parco dedicato alla memoria degli studenti desaparecidos. Nei pressi del parco si trova una teoria di monoblocks, complessi edilizi popolari che ospitano il 40% della popolazione del quartiere. Il parco è stato occupato da centinaia di famiglie provenienti da Perù, Bolivia e Paraguay che nel giro di poche settimane hanno cominciato a costruire un insediamento di fortuna. La questione politica argentina è molto delicata ma per quanto riguarda gli avvenimenti che per due settimane hanno trasformato Villa Soldati nello scenario di una guerra civile metropolitana sono riconducibili, a grandi linee, a interessi di partito e manovre politiche in vista delle elezioni.

I giornali hanno di nuovo usato il termine favelizazzione, hanno puntato i riflettori, a seconda del loro orientamento, sulla questione sicurezza o sulla questione abitativa, ma andiamo con ordine. A metà dicembre gli abitanti dei monoblocks, hanno aspettato invano un intervento delle forze dell’ordine ed esasperati dalla presenza degli occupanti hanno deciso di occuparsene in prima persona. Accompagnati da una manciata di hooligan facenti capo ad alcune frange estreme delle tifoserie calcistiche cittadine, alcuni gruppi di residenti del barrio si sono armati di bastoni, lame e pistole e hanno affrontato gli occupanti. Il bilancio tra morti e feriti è stato grave e l’escalation di violenza dei giorni successivi ha scatenato la stampa che ha messo Buenos Aires e l’Argentina definitivamente a fare i conti con la favelizzazione. Ma per quale motivo la polizia non è intervenuta?

Sembra che il sindaco della capitale, Mauricio Macri, avesse promesso agli occupanti delle terre nel quartiere, salvo poi negare tutto. La polizia metropolitana però non è entrata in azione perché Macri ha dato l’ordine di non farlo in quanto riteneva che fosse di pertinenza della polizia federale che dipende dal governo centrale e quindi dal governo Kirschner, di cui Marci è oppositore. Di fatto la polizia federale è stata costretta a intervenire dopo giorni di scontri tra residenti e occupanti schierandosi in modo da proteggere gli occupanti mentre abbandonavano la zona del parco. La questione sicurezza è salita così alla ribalta delle cronache mentre la popolarità di Cristina Kirchner scendeva nei sondaggi. Mossa politica, scarso coordinamento dell’amministrazione pubblica e delle forze dell’ordine o incapacità di reagire a un fenomeno in crescita esponenziale come l’immigrazione e la favelizzazione della città? Fatto sta, che mentre i talkshow soffiavano sul fuoco, sul prato bruciato e devastato di Villa Soldati sono riamasti a terra dei corpi di alcuni disperati e altri disperati sono tornati pieni di rancore, rabbia e paura ai loro monoblocks.

Non riesco a staccare lo sguardo dal foro del proiettile, Rey mi racconta che hanno ammazzato anche suo cugino a qualche strada da dove ci troviamo. Nel tono della sua voce non c’è incrinatura, le sue parole suonano come se stesse parlando delle previsioni del tempo. La guida mi racconta che secondo lui l’indifferenza, se non lo spregio, verso la vita umana dei paraguaiani ha radici lontane, risale alla Guerra della triplice alleanza, come il loro atteggiamento machista verso le donne. Il vicino di casa di Rey è morto a sua volta. Una serie di coltellate all’addome gli hanno fatto rovesciare le viscere in strada. A farlo fuori il dirimpettaio a cui aveva fatto da padrino al battesimo del figlio. Tutto è nato da una banale lite calcistica. Meglio il River, meglio il Boca, meglio L’Olimpia, meglio il Libertad… L’assassinio si è trasformato presto in una faida familiare che ha lasciato a terra sette persone.

Tra il 1865 e il 1870 il Paraguay si schierò contro Argentina e Brasile, affiancati come se non bastasse dall’Uruguay, per questioni politco-territoriali. È come se oggi il Portogallo dichiarasse guerra alla Francia, all’Inghilterra e alla Svizzera contemporaneamente e infatti durante il conflitto la popolazione paraguaiana venne dimezzata, da oltre 525 mila persone si passò a poco più di 221 mila e di quei 221 mila solo 28 mila erano di sesso maschile: ogni otto donne c’era un uomo o meglio c’era un vecchio o un bambino o un ragazzino. Un cambiamento demografico legato alla “sopravvivenza della specie” che influenzò pesantemente i ruoli sociali di genere e che, ancora, oggi è radicato nella cultura paraguaiana per cui la poligamia è cosa quotidiana, come lo sono maltrattamenti, uxorocidi, femminicidi, sfruttamento e violenze. Molte famiglie della media borghesia bonaerense ospitano in casa per cinque giorni su sette delle mucamas, donne tuttofare, di origine paraguaiana che spesso fanno anche altri due o tre lavori per mantenere i loro uomini nullafacenti. La guida è irremovibile, secondo lui, los hombres paraguayos sono tutti uguali. E lo sono a causa del loro passato di “maschi da monta” da preservare e curare per la prosperità, o meglio la sopravvivenza, di un paese ridotto in cenere da una guerra di fine Ottocento…

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