Vuelvo al Sur 2. Reportage dal centro del mondo.

Villa 21, Buenos Aires


Abbandoniamo la strada principale e cominciamo a inoltrarci nel dedalo di strade e vicoli che formano la griglia della villa. Passiamo da una via a due corsie lunga meno di cinquanta metri, voltiamo a destra poi a sinistra. Tutto si restringe, le baracche e le case di mattoni grezzi e lamiere delimitano il nostro percorso, il cielo è solcato da fili, le finestre sono protette da inferriate, il bagliore del televisore e il suo ronzio sono un motivo ricorrente. Tutti hanno la tv accesa, tutti hanno la tv. Via cavo. Il “tizio del cavo” mi viene spiegato si fa pagare per i collegamenti e per gli amplificatori di segnale che fanno da prolunga e da connessione tra i vari fili, è il “tizio del cavo” ufficiale ma qui lo fa illegalmente. Ho una strana sensazione, indosso un paio di jeans vecchi e una maglietta nera semplice, un po’ scolorita, non porto occhiali da sole, non ho il portafogli con me e ai piedi ho delle anonime scarpe da ginnastica, sono alto poco più di un metro e settantacinque ma sono il più alto di tutti quelli che incontro e puzzo di primo mondo lontano un chilometro. Sono un’eccezione, una distorsione spaziotemporale, non dovrei essere lì, lo so, lo sanno, sono leggermente turbato.
Sono quasi le sette, incrociamo qualche ragazzino, un capannello di donne di una certa età, una coppia con un passeggino, un gruppo di tre uomini che ridono tra loro, dei cani spelacchiati. Proseguiamo, sempre più all’interno. C’è odore di carne alla griglia, l’audio della tv si mescola con la cumbia che arriva dagli stereo e dai telefonini portati alla cintura di alcuni ragazzi. La mia guida svolta sicura tra una stradina e l’altra, alcuni vicoli poco più larghi di me si infilano come crepacci ogni gruppo di quattro, cinque case, all’interno vedo scivolare delle ombre. Un’auto blu metallizzata con le minigonne, i vetri oscurati e i cerchioni sportivi ci costringe a camminare rasente ai muri, passa oltre rombando a bassa velocità, dall’interno proviene un rumore sordo, come se i woofer riproducessero solo i suoni più bassi della musica.

Ci fermiamo davanti a una casa a un piano fatta di mattoni grigi senza intonaco, è un parallelepipedo grezzo e cadente. Il mio uomo si affaccia alle inferriate della finestra accanto alla porta, qualcuno sta guardando le Cronache di Narnia steso sul materasso di cui intuisco la forma, posso scorgere solo lo schermo, i piedi del letto e un ventilatore che ruota sul suo asse. La guida abbaia per scherzo. Un urletto seguito da una risata lo accolgono, dall’inferriata fanno capolino una bambina di dieci anni e una donna dagli occhi azzurri arrossati all’inverosimile, sembrano due ciliegie aperte con il nocciolo blu. Sono Diomira e Mariana, la figlia e la moglie di Rey.

La letteratura argentina contemporanea sembra aver riscoperto la villa miseria. Le librerie fanno mostra di diversi titoli le cui storie raccontano le baraccopoli bonaerensi. Leonardo Oyola, uno scrittore che dalla villa proviene, sta portando avanti una serie di noir, il primo Santeria e il secondo Sacrificio, pubblicati dalla collana Negro Absoluto delle edizioni Aquilina. Eterna Cadencia, la casa editrice culto, nata da una libreria altrettanto di culto, ha appena dato alle stampe la Virgen Cabeza di Gabriela Cabezón Cámara. Il tema delle villa miseria però non è solo una questione letteraria o un’“ambientazione esotica” con cui colorare il genere, la favelizzazione di Buenos Aires è una tematica scottante, le prime pagine dei quotidiani della capitale concentrano sempre più l’attenzione su questo fenomeno. Le villa esistono dagli anni ’30 e nessuno se non qualche intellettuale e soprattutto alcune organizzazioni per i diritti umani ci ha mai fatto caso. Si è sempre trattato di luoghi dimenticati, non visti, non esistenti per le classi abbienti porteñe, anche nel caso della Villa 31 che sorge a pochi passi dal Microcentro, dal centro degli affari bonaerensi, la “city”, che di giorno brulica di banchieri, finanzieri, impiegati, imprenditori, avvocati e turisti dediti allo shopping ma che di notte lascia spazio, come se si aprisse un varco su una dimensione parallela, a senzatetto, villeros, piccoli criminali e cartoneros.

Cosa è cambiato? Dal crac economico di inizio millennio l’Argentina sembra essere un altro paese per certi versi. La politica ha preso direzioni inedite, soprattutto per quanto riguarda il passato della nazione e la sua nota vicenda storica. Le Madri di Plaza del Mayo hanno smesso di fare il giro della piazza il giovedì, per la prima volta in oltre trent’anni, sono state cancellate le leggi che impedivano ai processi ai militari di fare il loro corso e molti sono stati condannati, ultimo tra questi il generele Jorge Rafael Videla, uno dei massimi esponenti della Junta Militar che tenne in pugno il paese dal 1976 al 1981, condannato all’ergastolo pochi mesi fa. Dapprima il presidente Nestor Kircher e poi sua moglie – ora vedova – che lo ha succeduto alla presidenza negli ultimi anni, ha lavorato molto sul fronte dei diritti umani, c’è chi dice anche troppo, dimenticandosi del resto dei problemi del paese che ora deve fare i conti con una destra aggressiva che ha già conquistato la capitale con Mauricio Macri sindaco e che spinge sull’acceleratore dei temi della sicurezza e dell’immigrazione.

Durante il mandato Kirchner, l’afflusso di immigrati soprattutto da Bolivia, Paraguay e Perù è aumentato creando alcuni problemi di ordine sociale, primo fra tutti l’occupazione di territori ed edifici pubblici e privati e la conseguente creazione di micro villas, come per citare un esempio nel quartiere turistico di Palermo Soho all’altezza di Godoy Cruz lungo la ferrovia.

Uno degli episodi più emblematici, che ha poratato definitivamente all’attenzione dei media la favelizzazione di Buenos Aires, si è svolto durante le ultime vacanze natalizie…


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