Il love shopping con Dostoevskij

C’è uno scrittore in Italia (forse anche più d’uno ma per il momento ci occupiamo solo di questo uno) che ha la leggerezza di tocco e l’arguzia adatte a raccontare la volgarità e la decadenza da tardo impero dei nostri tempi, senza risultare stucchevole. È già qualcosa. Se questo scrittore, oltre a non risultare stucchevole, ti fa anche ridere di gusto è ben più che qualcosa. Quando poi ti accorgi che il suddetto scrittore, oltre a non risultare stucchevole e a far ridere di gusto, non si limita a creare dei bozzetti divertenti o grotteschi, come pure sembrerebbe in un primo momento, ma fa pian piano emergere dalle sue storie dei personaggi di carne e sangue… be’ quello scrittore, oltre a leggerlo, a me viene voglia di conoscerlo, offrirgli una birra e chiacchierare un po’. Ora, io questa fortuna più o meno ce l’ho, perché Federico Baccomo in arte “Duchesne” lo conosco. Lo conosco come ci si conosce al giorno d’oggi, certo, via mail, facebook e altre magagne, dunque non l’ho mai visto di persona e non gli ho mai offerto quella birra, ma se capita prometto che lo farò perché se lo merita. Questo per mettere le mani avanti: ecco un recensore che conosce il recensito, ecco uno scrittore che parla bene di un altro scrittore, ecco dunque la cricca, la camarilla, i soliti sospetti. Ecco sì, embe’?

Il libro di Baccomo si intitola La gente che sta bene (Marsilio X) e, mi si perdonino le banali metafore, prima ti rilassa con un po’ di solletico e poi ti prende per le palle e te le chiude in un cassetto. Il cassetto del comò con sopra la specchiera della camera da letto, di modo che, mentre soffri per lo schiacciamento, hai modo di osservare la tua espressione angosciata, perché il libro parla proprio di te, anche se in principio ti fa credere che il protagonista è uno da te molto lontano.

Il personaggio di un libro che ho molto amato (La fata carabina di Daniel Pennac per chi fosse interessato) diceva che il segreto di un grande cecchino è quello di identificarsi completamente col proprio bersaglio: mentre prendi la mira ti accorgi che tu e l’obiettivo siete la stessa cosa, un tutt’uno: se hai il coraggio di sparare non puoi mancare il colpo. È questo che fa Baccomo ed è per questo che il suo romanzo non è la solita satirella carina e inutile di questa brutta brutta società che crediamo di non meritarci. L’operazione è rischiosa, perché partire nei toni di un classico chick-lit in stile Sophie Kinsella per poi virare verso Dostoevskij può farti finire fuori strada, ma Baccomo conduce con mano sicura e l’esperimento riesce.

L’avvocato Giuseppe Sobreroni, protagonista assoluto del romanzo, è partner di un grande studio legale d’affari di Milano, moderno esponente di una classe dirigente che ha mantenuto intatta la mancanza di scrupoli e il cinismo della generazione precedente, smarrendone però lo stile (uno stile che non salvava quei vecchi bastardi dall’inferno, intendiamoci, ma che li metteva quantomeno al riparo dall’essere ridicoli). Sobreroni, così come gli altri della sua schiatta, è invece di tutto un po’, è squallido, è egoista, opportunista, totalmente privo di senso della misura e dei propri limiti, razzista, patetico, egotico, megalomane, logorroico e gaffeur. E mi somiglia pure. Ti somiglia, ci somiglia. Ci fa sentire presi in mezzo. Che piaccia o no.

Questo risultato, Baccomo lo ottiene con due accorgimenti, uno di matrice narratologica (dal che si deduce che Baccomo è uno scrittore che sa il fatto suo) e uno, per così dire, esistenziale (dal che si deduce che Baccomo conosce l’animo umano e potrebbe perfino essere una brava persona). L’avvocato Sobreroni, infatti, racconta in prima persona, è il narratore della storia, il che per un antieroe preso brutalmente per il sedere e sballottato dalla prima all’ultima pagina è abbastanza raro. La sua mancanza di consapevolezza di sé, della sua meschinità, in principio costituisce un cortocircuito gradevole: il lettore sa e capisce di più del narratore/protagonista. Ma siamo solo all’inizio. Col procedere del racconto infatti diventa sempre più evidente la compassione che l’autore prova per questo personaggio, anzi dico meglio – la compassione vien dall’alto e non è questo il caso – la compenetrazione, l’empatia, il riconoscere che al posto di quel povero idiota potremmo esserci noi, altrettanto poveri e idioti. Dimostrare empatia verso un Sobreroni qualsiasi, riconoscerlo come proprio simile è il passo decisivo che uno scrittore può compiere per far sbocciare nell’universo finzionale che crea sulla pagina il mondo reale dal quale trae ispirazione. Non è obbligatorio farlo, il realismo a ogni costo non mi pare per forza buona cosa, ma se questo passo lo si compie con l’onestà di mettersi in gioco in prima persona, il tentativo va sottolineato, soprattutto quando, come in questo caso, il tentativo è ben riuscito.

Il primo libro di Duchesne era molto comico, forse più di questo, ma il coinvolgimento del protagonista (anche in quel caso un avvocato d’affari), la sua compromissione col mondo che descriveva, era marginale. Il giovane professionista di Studio illegale (questo il titolo del primo libro) era uno con valori ben precisi, forse un po’ confuso e trascinato dagli eventi, ma certo una figura positiva al cento per cento. E proprio per questo motivo il risultato rimaneva distaccato; si rideva di questi assurdi professionisti milanesi fissati col business english e la managerialità come si potrebbe trovare buffo un pesce tropicale dalla forma strana osservato al di là del cristallo di un acquario. La gente che sta bene invece siamo noi. Possiamo riderne solo se siamo in pace con noi stessi, altrimenti proveremo un disagio sottile. Provateci, ne vale la pena.

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