Москва́ on the beach

La pallina azzurra rimbalza con violenza sul muro. L’uomo sudato le corre incontro e col palmo della mano la colpisce per farla tornare indietro. Il rumore sordo echeggia tra i palazzi. Il suo avversario ripete il rituale. Palmo aperto, muro grigio e da capo fino a che uno dei due non sbaglia. Lo sport in questione è una sorta di squash, ancora più frenetico, giocato senza racchette. Il campo è quello di cemento circondato da una rete metallica sul lungomare tra Coney Island e Brighton Beach. È novembre, nei giorni scorsi il freddo si è fatto sentire, ma oggi l’estate indiana ci ha regalato una tiepida giornata di sole. Il mare luccica sotto un cielo pervinca e la spiaggia ospita qualche bagnante in costume. Da qui piano piano parte la città, da qui si agita e si espande quella meravigliosa mostruosità che risponde al nome di New York. Dimenticate Manhattan, dimenticate Brooklyn, il Bronx e la città dei film, dell’immaginario collettivo e del mito, lasciate perdere insomma tutto quello che sapete o che pensate di sapere su New York e provate a immaginare…
Lungo la promenade, su panchine sgangherate, siedono delle vecchie signore che danno da mangiare ai gatti, chiacchierano tra loro in russo mentre sulle terrazze comuni ai piani bassi dei palazzi che danno sul mare si ritrovano i vicini a giocare a scacchi, a godersi il tepore del sole e a sorbire tè mescendolo da un samovar. Una piccola finestra quadrata al terzo piano espone timida una bandiera cubana come se l’inquilino avesse sbagliato quartiere o come se la guerra fredda non fosse mai finita. Alcuni avventori siedono sulle sedie di plastica all’esterno di un paio di bar, la scritta Moscow è circondata da un florilegio di falci e martelli.
A Little Odessa, Brighton Beach, le insegne sono in cirillico, le vetrine sono infestate da bottiglie di vodka di ogni forma e colore, samovar e matrioske, i negozi di vestiti espongono abiti degni di zarine o di impiegati del catasto della DDR, le specialità dei gourmet sono caviale e lingua di bue in salamoia, le librerie vendono classici e moderni rigorosamente russi accanto a dischi di popstar del quartiere e ogni venti metri c’è uno “psychic”, un cartomante, un medium. Le ragazze sono slanciate, bionde e pallide come la meravigliosa strega delle nevi ma quando invecchiano si trasformano in piccole signore vestite con i colori e i ricami della bandiera del Turkmenistan o del Kazakistan. Brighton Beach Avenue corre più o meno parallela al lungomare ed è la spina dorsale del quartiere, si snoda all’ombra della sopraelevata sulla quale sfreccia la metropolitana e solo da lì sopra si può vedere l’Oceano. Ai piedi dei piloni d’acciaio la vita sembra scorrere frenetica, sporca e squallida ma c’è del fascino in quest’angolo bizzarro di New York, in quest’enclave degna di Kaliningrad ma priva delle sue bellezze, un fascino che solo un viaggiatore curioso può percepire e che al turista fatto per lo shopping sulla Quinta è precluso. Provate a entrare in uno dei locali di Brighton Beach Avenue per mangiare qualcosa, qualsiasi cosa, saprà sempre e comunque di aglio, come la pizza ai broccoli o il calzone al pollo della pizzeria italiana rivestita di specchi e neon, il cui proprietario è probabilmente bielorusso mentre i pizzaioli sono sicuramente portoricani e il ragazzino che sparecchia è di colore ma parla solo spagnolo. Provate. State lì, seduti a un tavolo lercio, osservate il mondo che viene e che va, ascoltate la babele di lingue che vi circonda, respirate l’odore di fritto e la veracità di un pezzo di New York, strambo ma autentico, vi sembrerà di aver vissuto da quelle parti per molto tempo e di conoscere intimamente la città. Unica avvertenza: la pizza non mangiatela davvero o per digerirla vi servirà qualcosa di molto – ma molto – più potente della vodka dell’emporio all’angolo.
Passeggiate poi lungo tutta la strada attraversandola a casaccio, inspirate a pieni polmoni l’aria salmastra mentre un fruttivendolo scarica la merce da un camion lurido, un ebreo chassidico lituano distribusice opuscoli sulla Torah e una torma di ragazzini biondi conciati come gangsta rapper fanno finta di essere grandi. Odori e sapori stordiscono i sensi, la sopraelevata cancella il cielo e da un leggero senso di oppressione. È il momento si salire le scale, di prendere la metro, di rivedere un brandello di Oceano e lasciarsi Little Odessa alle spalle attraversando una landa desolata di casette di legno prima di che i vagoni si perdano di nuovo negli abissi della metropolitana all’altezza di Broadway Junction per dirigersi at the heart of it all, al cuore, a Manhattan. Eppure è Mosca sulla spiaggia, quell’angolo di Russia laggiù, con tutto il suo squallore, assieme a molti altri luoghi fuori rotta, marginali, che rendono il cuore pulsante e la città inequivocabilmente unica. Da amare o da odiare, come Little Odessa.

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