TURA SATANA KILL! KILL!

Forse anche lo strafottente e istrionico Russ Meyer, se fosse ancora vivo, avrebbe versato qualche lacrimuccia alla notizia della morte di Tura Luna Pascual Yamaguchi, in arte Tura Satana, icona sexy degli anni sessanta. Eh si, la super Vixen dalla quinta abbondante e dal pugno facile, se n’è andata il 4 febbraio scorso all’età di 71 anni, dopo una vita piena di vicissitudini e una carriera di attrice exploitation che l’ha resa un’icona a trecentosessanta gradi: la moracciona dagli occhi a mandorla ha fatto sognare per anni orde di adolescenti brufolosi in preda agli ormoni impazziti (che lei rendeva ancora più inquieti), è stata un simbolo per le femministe degli anni settanta e non era difficile, durante la guerra del Vietnam, trovare sue fotografie appese nelle camerate delle caserme di mezza America e allo stesso tempo trovare la sua faccia stampata sulle magliette di contestatori più o meno pacifisti che quelle stesse caserme avrebbero voluto bruciarle. Perché Tura era una tosta, tostissima. Nata da un padre attore di cinema muto e da una madre contorsionista, la piccola Luna conobbe subito le asprezze della vita: fu violentata all’età di nove anni, dopo aver passato la prima infanzia internata con la famiglia in uno campo di concentramento americano per giapponesi (Tura era nata in Giappone da padre giapponese e madre cherokee ) durante la seconda guerra mondiale. Dopo quella bruttissima esperienza si decise a frequentare un corso di karaté, a quanto pare con successo, perché un giorno nella sua scuola di Chicago gonfiò come zampogne un gruppo di scolarette di colore che, forti di essere in branco, si erano decise a cacciare dalla loro scuola tutte le ragazzine nipponiche. In realtà l’unica bambina con gli occhi a mandorla dell’Istituto destinata a essere vittima del “razzismo fra poveri” perpetrato dalla banda di ragazze nere era la piccola Tura che però, a pugni e calci, rispedì il quintetto afroamericano nel ghetto a leccarsi le ferite. Purtroppo per lei, però, le sventure erano appena iniziate: a tredici anni fu vittima inconsapevole di un matrimonio combinato che per sua fortuna durò solo pochi mesi. Dopo l’annullamento iniziò a ballare in un locale come danzatrice esotica. Intanto, però, la fama di picchiatrice della piccola Tura si era sparsa per tutta Chicago e da un giorno all’altro si trovò a capo di una gang di sole femmine. Forse fu proprio in quel periodo che  formò il suo carattere coriaceo che tanto sarebbe piaciuto alle femministe un ventennio più tardi. Poi, finalmente, nel 1963 iniziò la sua carriera di attrice in un film oggi considerato un cult, Irma La Dolce di Billy Wilder, dove Tura interpreta una prostituta. Ma fu durante una delle sue serate da spogliarellista nei locali di Chicago che Tura incontrò il regista Russ Meyer, l’uomo che le avrebbe cambiato la vita per sempre offrendole un ruolo da protagonista nel suo Faster, Pussycat! Kill! Kill! , un film che ha fatto entrare Tura Satana nella leggenda. La trama è di quelle tipiche del genere exploitation, di cui Meyer era un esponente di punta: Tura interpreta Varla, il capo di una gang di spogliarelliste che dopo aver rapito una coppia, ed aver assassinato l’uomo, obbliga la donna a seguirla nelle loro avventure criminali. Dopo questo, la Satana interpreterà altri film del genere, con alterno successo. L’unico che forse vale la pena menzionare è The Astro-Zombies di cui, fra l’altro, a breve dovrebbe uscire un seguito. Passati gli anni del “successo” Tura non ha mai smesso di essere fedele al proprio personaggio; la si poteva trovare nei party fetish del circuito underground statunitense oppure ospite di programmi televisivi in fascia protetta, sempre vestita allo stesso modo: pantaloni di pelle scuri, canotta nera con balconcino e trucco esagerato con rossetto luccicante in evidenza. Era sempre lei, fiera e sensuale, anche quando gli anni iniziarono ad appesantire i suoi contorni e a segnarle il viso, era sempre lei la Supervixen dal seno prosperoso e dagli occhi profondi. Tura, rest in peace…

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