Intervista per Whipart

Oscar Barone ci ha contattati per un’intervista sul portale Whipart.it

Lla riportiamo sotto e ringraziamo Oscar per l’interesse.

Pillole di scrittura collettiva made in Kai Zen

 

Come riuscire a fare in modo che l’esperienza letteraria di quattro scrittori possa non essere distruttiva? Al collettivo Kai Zen la parola.

 
Dal tempo in cui il collettivo Wu Ming ha iniziato a far parlare di sé, si sono scoperte negli anni diverse iniziative di scrittura collettiva più o meno di successo.
Quest’oggi abbiamo il piacere di avere con noi uno degli esempi più riusciti di questo fare letteratura: Kai Zen.
Ringraziandoli anticipatamente, poniamo loro alcuni quesiti sul come riuscire a trovare il modo di intrecciare l’esperimento letterario di ben quattro persone.

Come nasce il vostro collettivo? Perché Kai Zen?
Nel lontano 2003 tre di noi hanno partecipato a un’iniziativa di scrittura collettiva lanciata su internet. Era una storia da far proseguire scrivendo i capitoli successivi all’incipit dato. Ognuno di noi è stato scelto per uno dei capitoli che proseguirono la storia. Il risultato fu gradevole – intitolato Ti chiamerò Russell – e un piccolo editore di Imola, Edizioni Bacchilega, decise di pubblicarlo e di presentarlo ufficialmente alla Biblioteca di Imola. Ogni partecipante prescelto fu invitato, e lì tre Kai Zen si conobbero. Da quel momento facemmo comunella ed è nato il nostro progetto.
Kai Zen era il nome di una band di rock industriale, stile Nine Inch Nails, presente nel libro, nella quale suonava uno dei protagonisti. Il nome ci piacque e lo adottammo subito.

Perchè mettersi in quattro a scrivere un libro?
La domanda sarebbe: perché mettersi a scrivere un libro?
Nel nostro caso la differenza sta tutta nel metodo di lavoro. A volte funziona, altre no, e il risultato varia sia per l’autore singolo che per quello ‘collettivo’. Il punto è avere gli stimoli giusti per scrivere. Avere qualcosa da dire. Per noi essere in quattro significa soprattutto poter contate su un numero maggiore di stimoli e di punti di vista.

Quanto differisce la nascita, la gestazione di un libro scritto a otto mani, rispetto al classico one man?
Differisce molto perché tutta la prima fase consiste in un brain storming durante il quale confrontiamo idee, approcci, punti di vista e le tematiche alla ricerca del soggetto e del giusto taglio da dare alla storia che andremo a scrivere. Quando questa è condivisa, lo sviluppo pratico del lavoro è – ripeto – sostanzialmente una questione di metodo di lavoro. D’altronde se ci pensiamo nessun autore dei classici è lasciato davvero solo: ci sono sempre editor, ghost writer, amici/consiglieri e molte altre figure che dispensano consigli e via dicendo. Noi facciamo tutto tra di noi.

Per voi Jam Session è una parola applicabile esclusivamente nell’ambito musicale?
No, per noi musica e letteratura sono molto più simili di quanto sembri. Noi stessi siamo una rock band dove il suono dello strumento di ciascuno di noi è in funzione dell’amalgama e del risultato-canzone. E una buona band deve saper anche improvvisare, facendo Jam session e affinando la conoscenza del proprio strumento.

Quanto pesa il fattore Internet sulla vostra azione letteraria?
Moltissimo. Noi siamo in effetti un’entità esistente grazie a Internet. Ci siamo conosciuti attraverso la rete, lavoriamo ogni giorno insieme in rete, abbiamo vizi e virtù di tutto quello che è figlio di internet. Supportiamo inoltre la condivisione, la collaboratività, l’apertura dei saperi e l’interscambio con il popolo della rete.
Senza internet non ci sarebbe kai zen.

Osservando la vostra produzione, sembra che abbiate iniziato ad ispirare la vostra struttura narrativa a quella di grandi classici. L’ultimo vostro lavoro in uscita (Delta Blues) per esempio, è una rielaborazione di Cuore di tenebra di Conrad.
Partendo da un lavoro di questa caratura – su cui si è scritto e spanto – , non c’era il rischio di sembrare in qualche modo a corto di idee?

Il rischio c’era, ma grazie al modo in cui abbiamo sviluppato la traccia originale, crediamo si intravedano giusto un paio di ideuzze originali made in Kai Zen.
E poi il prossimo romanzo (non cover) è in dirittura d’arrivo; ove rimanessero dubbi, basta aspettare un po’ . Kai Zen è un insieme di progetti di varia natura, di respiro differente, tra i quali l’insolita idea della cover, che potremmo tra l’altro ripetere in futuro.

Kaizen è il termine che contraddistingue una metodologia di miglioramento continuo. Visto dall’alto di una piramide produttiva, le idee dei piani inferiori dovrebbero filtrare verso i piani alti – coloro che hanno il potere vero e proprio -, apportando una miglioria al sistema produttivo.
Quanto di questa filosofia è applicata al vostro sistema compositivo?

La pratica aziendale del kaizen è sicuramente una coincidenza ironica e per noi divertente, dato che adoriamo le prese in giro, ma non ha niente a che vedere con il funzionamento delle nostre cose.
Basti sapere al fatto che noi stessi stiamo tutti al piano terra, quindi non ci sono gerarchie ma al massimo differenti specializzazioni che negli anni abbiamo imparato a sfruttare meglio.
Al limite potremmo definire i piani alti il cervello e quelli bassi i piedi, così chi ci vuole attaccare avrà agio a dire che le idee ci vengono dal basso e che scriviamo con i piedi.

Bella questa. Idee dal basso per essere attuate ai piani alti. Vista con gli occhi di una persona attenta agli scontri di questi giorni, può essere assurta ad uno dei tanti slogan dei giovani manifestanti. Qual è la componente sociale della vostra produzione?
E’ sempre presente, quantomeno in filigrana. In Delta blues è evidente, dato che l’intero progetto e la collana Verdenero nascono con chiari fini sociali ed ecologici. Fermo restando che il primo e più importante passo verso un serio impegno sociale è fare bene il proprio lavoro, che nel nostro caso è raccontare storie.
Ottimo comunque il concetto delle idee che vengono dal basso; ci piace.

Un ultima domanda sciocca: qual’è l’anno in cui preventivate di ricevere il Nobel per la letteratura?
Duemilaventisei. Abbiamo fatto una scommessa in proposito con i nostri figli (che sono tutte figlie, in realtà).

» Sito ufficiale dei Kai Zen
» Il blog ufficiale dei Kai Zen
» Wiki sulla metodologia Kaizen

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3 thoughts on “Intervista per Whipart

  1. Pingback: Intervista per Whipart « : kaizenology :

  2. @ joepsichip: ci stiamo ancora ragionando. Non è semplice, o meglio lo sarebbe ma non volgiamo limitarci a far circolare un e-book che sia la semplice versione elettronica del romanzo, in questo caso delta blues… c’è qualcosa che bolle in pentola ma dobbiamo ancora studiarcela bene.

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