A letto in campagna

Bella la campagna. Anche d’inverno, non c’è che dire. La natura, la tranquillità, i campi, l’odore di bosco, di legna, di camino. Di muschio, di capra, di pony: roba per narici forti. Soprattutto per chi vive a ridosso di un fottuto incrocio di città (italiana), la campagna è un toccasana. Dormi bene, mangi bene (cioè, ci provi, se sei in Olanda), ti rilassi, leggi, osservi panorami sconfinati. Tutto rallenta, tutto si dilata. Pensi. Ti stringi nel maglione a collo alto stile George Michael in Last Christmas (ma senza orecchini da frocio). Ti prepari un tè. Fischietti spensierato un motivo dei Napalm Death. Accendi una sigaretta che fa ridere. Bella la campagna, non c’è dubbio.

Però.

Io lo so che voi sapete. D’altronde chi non ha una seconda casa di famiglia fuori città, sapientemente acquistata con i frutti di onesta e mai invasiva evasione fiscale (io!). Oppure chi non ha un amico con la casa in Brianza o nel pavese. Chi non scrocca notti da amici benestanti, prima fingendo di non potere per altri impegni e poi mandando sms a ruota per stuzzicare il rinnovo dell’invito. Ecco, la volta buona arriva sempre, spesso d’inverno, e quel che accade nel salotto della casa di campagna, verso le 23:30, quando la grappa è finita e le fidanzate muoiono di sonno (anche per i discorsi sulla Serie A della rappresentanza maschile seduta sui divani vecchi, finiti nella casa di ripiego), è che si entra ognuno nella stanza da letto assegnata, gelida come una passeggiata ai bordi della tangenziale est di Milano ai primi di febbraio  e puzzolente di stantìo, si osservano le tredici coperte arlecchino anni ’70 assegnate (col cazzo che ti mollano il piumone fichissimo o anche solo una coperta che non abbia almeno una cinquantina di palate di acari) e ci si consola pensando al bel risveglio campagnolo del giorno dopo.

Certo. Ma prima c’è da MORIRE, amici. Come di cosa?

Allora, funziona così: a casa fate i fighi dormendo nudi (come il sottoscritto) o in t-shirt e tanga, o al massimo con quei pigiamini sexy da 100 euro che però – pensate osservandovi – CAZZO se fanno la differenza (occhio a non farvi beccare chiusi in bagno davanti allo specchio in pose provocanti), in campagna invece portate giustamente uno di quei vecchi pigiami slabbrati a rombi azzurrini e dall’elastico/cintura ascellare, spessi come cappotti. Lo indossate, mentre la vostra compagna si è già infilata a letto con su calze, pantaloni della tuta, felpina, giubbotto, sciarpa e scaldaorecchie. Poi spiegate il lenzuolo a triangolo dalla vostra parte, il minimo possibile, sotto minaccia del ninja sdraiatovi accanto, prendete un bel respiro e via. Dentro il congelatore.

Inizia la passione. La sofferenza indicibile. Il punto più basso dell’umana sostenibilità. Gli inferi, ma del gelo. Si tratta di pochi, interminabili minuti, ma siete pronti a scommettere che non scorreranno manco per il cazzo. Che il freddo deve aver bloccato il meccanismo dell’orologio del mondo, congelato le lancette. Cristallizzato per sempre la fottuta clessidra della vita. Per voi è solo gelo, niente altro. Manca il respiro. Non c’è movimento, non c’è posizione che regga. Perchè non c’è fonte di calore. Alcuna. Manco a pagarla oro. Si fa come tutti, in quei terribili istanti. Si finge. Ci si distrae con la mente. Le dottrine di autoconvincimento: fa caldo. Fa caldo fa caldo fa caldo fa caldo fa caldo. Ah, che caldo. Minchia che caldo. Oh, ma che caldo fa?

AAAAAHHH!

Cos’è stato? Niente, solo la mano gelida che si appoggia sulla coscia, in posizione fetale, rannicchiato come i bulgari del circo contorsionista.

Autoconvincimento. Disciplina. Interpretazione attoriale. Pensare ad altro. Allora, vediamo… Quel cazzo di tergicristallo della macchina è da cambiare, mi costerà un botto. E la Luisa? Quando torna dal Portogallo? Mi deve ancora ridare ‘Il Petroliere’ che le ho prestato tre mesi fa. ‘Sta stronza. Dovrò andare a riprendermelo di persona, mi inventerò una scusa qualsiasi. Però, bona la sorella della nuova vicina.

AAAAHHHH!

Ancora. Cos’è? Ah, certo. I piedi della mia adorata che mi toccano gli stinchi. C’è anche lei in ghiacciaia, dimenticavo. Sempre caldi i piedi delle fidanzate, nevvero? Troverei più calore umano in obitorio, cazzo.

Però intanto il tempo passa. I primi due minuti sono la MORTE. Dopo piano piano l’involucro umano comincia a reagire. A dispensare calore attorno a sè. Certo, ci sono prateria gelide, là sotto le tredici coperte arlecchino anni ’70. Ma lì tanto non c’andrò mai in vita mia. Me ne sto bello rannicchiato. Lascio che la grappa e le sigarette che fanno ridere si occupino del mio stato di veglia, lo piglino a calci nel culo. Attività che comunque riscalda.

E poi nero. Vuoto. Il nulla. Il disegnatore ha finito il turno. Alcuni lo chiamano sonno. Ma questo è sonno in ghiacciaia. In Olanda dicono faccia benissimo, dormire in stanze gelide. Sarà. Ma la mattina mi sveglio con la voce di Antony & the Johnsons e il naso che perde come il rubinetto della scuola di mia figlia.

…Quando si torna nell’asfalto di casa nostra, amore?

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2 thoughts on “A letto in campagna

  1. Il segreto per far passare il freddo dal letto è iniziare i preliminari/sesso non appena ci si mette dentro…

    e qui l’uomo cazzo ha qualcosa che batte il “Caro ho mal di testa”… “cara c’è freddo certo che hai mal di testa, facciamo sesso, ci scaldiamo e poi buona notte… e che saran mai 2 minuti!” eheh

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  2. eh eh eh ,
    esperienza vissuta….
    coperte arlecchino con scaldotto accidentalmente rimasto acceso tutta notte.
    faccia fuori dalle coperte a -4
    il resto del corpo sotto coperte arlecchino a +35
    purtroppo ero da solo………………………..

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