L’Italia degli Scilipoti

L’ITALIA DEGLI SCILIPOTI
Caro Guglielmo, ho come l’impressione che ormai, più che lo sfruculiamento personale, a determinare il contenuto di queste righe sia il susseguirsi degli eventi. E gli eventi di questi giorni non possono che avere un nome ed un cognome: Mimmo Scilipoti, da Barcellona Pozzo di Gotto. Che dopo l’ardita e sprezzante operazione di salvataggio del culo di Berlusconi, esigo sia posto a capo di un governo tecnico. Certo, la battaglia per la scelta dell’argomento è stata cruenta, e Scilipoti l’ha davvero spuntata solo di un pelo sull’altro tema caldo della settimana: l’elevatissimo coefficiente di milfitudine di Catia Polidori. Due storie parallele, la sua e quella di Scilipoti. Due signori nessuno che hanno tenuto per le palle i destini di una nazione, decidendone le sorti e cambiando, chissà, il corso della storia. E però, onestamente, di Catia Polidori non avrei saputo cosa dire, oltre alle turbe ormonali che ha sviluppato agli ignari che se la sono vista apparire davanti su google, presi dalla curiosità di conoscere chi cazzo fosse “il deputato Polidori” al quale la maggioranza dopo il voto ha tributato una standing ovation che nemmeno ‘i Testi Fracidi a Zampagna quando segnò al Milan a domicilio. E quindi voto per l’altro, l’omino agopunturista salvatore della patria che ha sodomizzato con rara brutalità le aspettative di chi avrebbe voluto riportare l’Italia sui binari della normalità. Scilipoti for president.
Alessio Caspanello

Caro Alessio, la scelta dell’argomento in effetti in questi giorni era obbligata. Del resto il buon Scilipoti ha proprio il physique du role per attirare l’attenzione su di sé. Bello, alto, fascinoso e sempre pronto a battersi per una buona causa. A differenza di molti commentatori malevoli degli ultimi tempi, non cederò alla tentazione di fare illazioni sui reali motivi per i quali Scilipoti ha cambiato idea sul voto di fiducia, al solo scopo di metterlo in cattiva luce. Anche perché non ne vedo alcun bisogno. Diamogli credito, invece, non pensiamo che si sia venduto il voto per farsi pagare i debiti o le rate del mutuo, confidiamo piuttosto nella sua parola: ha sostenuto il governo perché Di Pietro lo ha deluso, non lo ha chiamato, non si è filato nemmeno di striscio la sua brillante proposta di legge sull’agopuntura. Quest’uomo, a quanto dice, ha deciso di mutare il destino economico, politico e sociale del paese – per un breve assurdo ma decisivo istante nelle sue manine – perché il leader del suo partito non ha sostenuto la diffusione dell’agopuntura. Lo ha detto lui, e non se ne vergogna nemmeno. Uno a questo punto potrebbe pensare: ma che cos’ha in testa un tizio del genere? La prima risposta che mi viene è che ha in testa l’unica idea di politica che sembra valere qualcosa ultimamente: la politica dei fatti propri, degli interessi privati che, per quanto futili rispetto all’interesse pubblico, vengono puntualmente anteposti a quest’ultimo dagli scellerati che abbiamo votato. Non mi votano la mia leggina? E io non gli garantisco l’appoggio alla mozione di sfiducia al governo, tié. Sembra uno sketch di Cetto Laqualunque, il politico naif criminale interpretato da Antonio Albanese a cui peraltro Scilipoti a mio parere somiglia. E visto che di sketch si tratta, ridiamo, caro Alessio, ridiamo. Amaro.
Guglielmo Pispisa

di Alessio Caspanello – Guglielmo Pispisa

qui gli articoli precedenti.

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