Broccolino’s snow.

Sono un viaggiatore capriccioso: cammino, cammino, cammino fino allo sfinimento e oltre e mi piacciono i posti bizzarri. Il mio compagno di viaggio non fa un piega e gliene rendo merito. È solo dubbioso sul fatto che sia City Island il posto da vedere a New York. Il giorno uno del viaggio nordamericano comincia con il taijiquan ho scritto nello scorso post, a farlo però non sono né io né il mio socio ma le signore cinesi nel parco che vediamo dalla finestra oltre l’inferriata della scala antincendio. Un altoparlante diffonde melodie pentatoniche e le signore si muovono con grazia. C’è anche un tizio che accenna qualche mossa di kung fu ma sembra più una presa in giro che un vero e proprio esercizio. Per chi stia dando spettacolo, alle 7:30 di mattina, non è dato sapere visto che le massaie in tuta non lo degnano di uno sguardo. Il socio mi sveglia alle 7:00, lo fa perché il jet leg è ancora denso e perché fuori c’è New York, non Novara. Bene contrattacco subito: andiamo a Brooklyn… a piedi. Tentenna poi si entusiasma. Un entusiasmo che viene falciato immediatamente dalla temperatura. Nei pressi di City Hall ci aggiriamo agghindati come soldati dell’armata rossa di stanza in Siberia, prendo addirittura il capello di lana (io odio i cappelli) dalla tasca, sto per indossarlo quando, sbarazzina, ci passa accanto una ragazza in minigonna, pullover leggero e infradito. Metto via il cappello. Sfilo pure i guanti. Ma le mani le tengo ben ficcate nelle tasche del cappotto da marinaio. In silenzio svoltiamo l’angolo ed eccolo: il ponte di Brooklyn, un paio di chilometri sospesi sul fiume. Attraversarlo è sempre “una botta”. Sulla destra si apre Tribeca e a un certo punto all’orizzonte spunta Liberty Island con la statua. Per Simone è la prima volta e l’accusa. Per me no, ma accuso comunque e sempre, e poi ora mi sto pure guardando Rubicon che è ambientata tutta lì sotto… Poco oltre metà ponte, mentre ci viene incontro un tizio baldanzoso in maniche di camicia (aperta sul petto e senza canottiera), comincia a nevicare o meglio a piovere ghiaccio. Testa bassa e pedalare. Arriviamo a Brooklyn, ci inoltriamo per le stradine di Dumbo, camminiamo fino al giardino sotto il ponte, anzi sotto i ponti perché poco più in là c’è il Manhattan Bridge, e ci sediamo un minuto a tirare il fiato mentre una troupe sta girando immancabilmente qualcosa. Scambio quattro chiacchiere con un signore coreano, non ci capiamo, ma sorridiamo entrambi per cortesia. Girovaghiamo ancora un po’ tra magazzini trasformati in loft di lusso e gallerie d’arte fino a quando il freddo non ci costringe alla ritirata. Ricordavo un bar niente male e mentre mi perdo per cercarlo, scopro di averlo alle spalle. Entriamo accolti dalla musica di Micah P. Hinson e sono felice. Ordino un bagel e un succo d’arancia, il compagno di viaggio ordina una colazione all’americana: bacon, uova, tre o quattro pancake, succo d’acero e non so cos’altro. Gli rubo un pancake. Mi faccio portare un caffé nero rovente e sono pronto alla seconda proposta: prendiamo una metro e andiamo a Harlem e poi magari pure a Spanish Harlem. Ci pensa, poi accetta. Mi piace viaggiare con questo tizio.

Advertisements

One thought on “Broccolino’s snow.

  1. Pingback: Voices from the Village. Day 0 | : kaizenology :

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...