Intervista fichissima sul blog di verdenero

Una bella intervista realizzata da Emiliano Angelelli, che ringraziamo.

A voi i due link al blog (è stata pubblicata suddivisa in due parti) e sotto il testo completo.

E adesso correte in libreria!

http://blog.verdenero.it/2010/11/10/delta-blues-intervista-ai-kai-zen-parte-prima/

http://blog.verdenero.it/2010/11/11/delta-blues-intervista-ai-kai-zen-parte-seconda/

Si chiama Delta blues ed il nuovo romanzo di Kai Zen uscito per VerdeNero Romanzi il 20 ottobre scorso.

Ambientato nel Delta del Niger, il libro del collettivo di narratori è un ecothriller dai numerosi richiami letterali e musicali.

Nei giorni scorsi ho raggiunto i Kai Zen per un’intervista. Ne è uscita una lunga chiacchierata che ho diviso in due parti. Ecco per voi la prima. Domani arriva la seconda.

Delta Blues, un titolo dai richiami musicali. Perché?

Per Kai Zen la questione del titolo è una questione spinosa, deve riassumere ma non rivelare, deve accattivare ma non prostituire, deve racchiudere in sé il cuore del racconto ma allo stesso tempo rimandare a qualcosa di distante. Ancor prima di scrivere il libro, mentre stavamo lavorando alla trama, Delta Blues si è abbattuto con naturalezza sul lavoro, appena abbiamo scritto la parola delta abbiamo lasciato le sinapsi fare i loro collegamenti. Il Delta Blues è il blues dei primordi, quello dei primi del ‘900, quello di Robert Johnson che fa il patto con il diavolo al crocicchio, ed è anche una sorta di colonialismo al contrario.

La musica africana che colonializza i ritmi irlandesi e scozzesi, gli imbastardimenti tra suoni del nordeuropa e quelli creoli e dà vita al blues, con la sua cadenza languida, triste, ma anche rabbiosa adatta perfettamente a narrare il fluire del fiume. Abbiamo semplicemente riportato in Africa questo suono che lì è nato e che in occidente ha trovato la chiave di tutto il suo dolore, la sesta nota della pentatonica, il Krol, la “blue note”. Quella aggiunta clandestinamente.

Scegliere un titolo del genere ha condizionato il racconto, ha modificato l’intreccio costringendoci quasi a inserire il blues per davvero. E così l’arlecchino conradiano si è trasformato in un bluesman, completamente matto. La sua sanità mentale è venuta meno, la sua passione per il blues, il cortocircuito creato da queste sonorità che vanno a ovest e ritornano indietro, non lo ha risparmiato.

È un’allegoria di un Africa non più attuale, un Africa che ha fatto il patto con il diavolo e che ha pagato con la sua anima un conto troppo, troppo salato. L’Africa rappresentata da uomini come Sunday e da alcuni esponenti del MEND è invece tutt’altra cosa, è un Africa su cui l’occidente ha smesso di esercitare un’influenza morale.

Il libro è diviso in cinque parti, ognuna i esse porta il titolo di una canzone di Johnson e ci sono sembrate perfette per riassumere il senso di ogni parte.

Perché definite Delta Blues una cover?

Perché lo è. Si tratta del rifacimento di Cuore di tenebra di Conrad, rivisitato secondo il nostro stile e il nostro punto di vista di uomini del XXI secolo. Noi tutti adoriamo la musica e abbiamo senza dubbio un approccio alla letteratura simile a quello di una band: ogni strumento suona in funzione dell’amalgama finale. Di conseguenza amiamo l’esercizio delle cover e apprezziamo l’idea di reinventare un’opera sulla base delle sensazioni che questa ci ha dato originariamente. Una cover è un diverso punto di vista, più che una versione comparabile all’originale. Anche perché in questo caso avremmo le nostre difficoltà, nei confronti di un romanzo simbolo del XX secolo.

E perché proprio Conrad?

Quando ci è stato proposto di lavorare a un romanzo Verdenero e abbiamo pensato di rivolgere l’attenzione agli scempi ambientali delle compagnie petrolifere in Africa, ci è venuto naturale considerare simili interventi come conseguenze deteriori del neocolonialismo. Da lì il pensiero è andato al colonialismo e a una delle sue opere simbolo, che è senz’altro Cuore di tenebra. Non è la prima volta che Cuore di tenebra viene rivisitato, basti pensare ad Apocalypse Now, ad Aguirre furore di Dio (che però è perlopiù ispirato alle memorie di Gaspar de Carvajal), o per rimanere in tema di libri a L’accordatore di piano di Daniel Mason.

Il petrolio nel Delta del Niger, un tema molto delicato che con VerdeNero Inchieste abbiamo trattato in Guerra alla terra. Com’è nata, e soprattutto perché è nata, l’idea di ambientare il vostro romanzo all’interno di questo complesso scenario geopolitico?

Kai Zen ha sempre avuto una spiccata propensione a dipanare complicati e complessi intrighi internazionali attraverso narrazioni ramificate e strutturate su diversi livelli di analisi. Amiamo la dimensione corale (migliore anche per suddividersi il lavoro, in un certo senso), ci interessano gli equilibri del mondo, lo scacchiere internazionale, il potere, la politica, l’economia e come tutto questo si muove e si attorciglia nella graticola spazio-temporale in cui noi tutti viviamo. Tutto ha una spiegazione, in ambito macroeconomico. Semmai l’assurdo e l’inspiegabile sono dentro il singolo individuo. Inoltre abbiamo sempre considerato il ’sistema petrolio’ come qualcosa di dannoso e ipocrita – almeno in parte – dunque l’occasione era solo da cogliere. Per puro caso, poi, alcuni di noi avevano già seguito le vicende del Delta e avevano approfondito, rimanendone colpiti.

Nel romanzo c’è una citazione piuttosto evidente. Ivo Andric, protagonista del libro, prende il nome dal più noto scrittore bosniaco del Novecento.

“Un omaggio e un’abitudine” scrivono i Kai Zen. “Spesso i nostri personaggi hanno nomi di scrittori e filosofi, oppure di perfetti sconosciuti. Sono le categorie che ci interessano di più”.
Il libro alterna le vicende in prima persona di Andric – che è in Nigeria sulle tracce di Klein, dipendente dell’Ente scomparso nella giungla – e la corrispondenza email di Klein con la figlia prima e i suoi diari di prigionia poi. Comè nata l’idea di questo doppio binario temporale? Qual’era l’effetto narrativo che intendevate ottenere?

Ci sembrava opportuno dare voce fin da subito anche al nostro “Kurtz/Klein”, cosa che Conrad in Cuore di tenebra in pratica fa solo alla fine. La tanto millantata egemonia morale e intellettuale del primo mondo, rappresentato da Klein, non esiste più e forse non è mai esistita. E’ soltanto economica. Inserendo il punto di vista di questo personaggio, attraverso l’espediente della corrispondenza telematica, ne abbiamo dato atto in modo esplicito fin da subito. Inoltre il doppio piano narrativo permette di porre a confronto due distinte ricerche individuali, rappresentate da viaggi che finiscono per diventare percorsi interiori e nel tempo, nel profondo dell’animo umano.

L’Ente, gigantesca multinazionale del petrolio, ricorda molto una società di nostra italica conoscenza. Mi sbaglio?

Certo che ti sbagli. Ogni riferimento è puramente casuale, no? Scherzi a parte, l’Ente non è una sola compagnia, è la summa di ciò che di cattivo hanno fatto e fanno, un po’ per una, tutte le compagnie petrolifere in quell’area. E potremmo anche aggiungere che, in verità, forse il nostro ente nazionale, sia in passato grazie a un personaggio assolutamente di rilievo (per quanto indubbiamente controverso) quale Enrico Mattei, sia nei decenni attraverso alcune politiche di riqualificazione, non è certo tra i peggiori, per quanto ridicola sia una classifica dei “meno cattivi”. E’ il “sistema petrolio” il problema, non il singolo soggetto economico. E’ stato giusto per il mondo puntare solo sul petrolio per energia, trasporti, prodotti di consumo? Secondo noi no. E – qui sì l’Italia arriva per ultima – pare che oggi nessuno l’abbia ancora capito, che si può anche fare business con qualcosa di più pulito. Soldi senza ridurre il pianeta a un colabrodo.

Alla fine di Delta Blues avete allegato la bibliografia, una cosa piuttosto inconsueta per un romanzo. Come mai questa scelta?

Per noi è naturale, lo facciamo sempre. Anche per il nostro precedente romanzo “La strategia dell’ariete”, e sarà così pure per il prossimo. La nostra è un’officina narrativa, e i libri che consultiamo sono gli attrezzi che adoperiamo ogni giorno. Non vuoi forse menzionare la chiave inglese che hai utilizzato tra i fautori del successo della tua manodopera?

Kai Zen è il secondo romanzo VerdeNero scritto da un collettivo (prima c’erano stati i Wu Ming). Il tema della scrittura collettiva mi incuriosisce molto. Riferito al lavoro che sta dietro a Delta Blues, come avete concepito l’idea, come ci avete lavorato, come avete diviso il lavoro? Avete una modo di procedere ben definito oppure ogni romanzo viene organizzato e sviluppato diversamente?

Ogni romanzo ha bisogno di una configurazione diversa. Ce ne accorgiamo già nella fase iniziale del brainstorming. Questo racconto in particolare è stato pensato in quattro, scritto in due ed editato in tre. Delta Blues però è anche un altro dei tasselli che stiamo mettendo assieme per completare un grande affresco narrativo, un processo alchemico che collega ogni lavoro firmato da Kai Zen. La strategia dell’Ariete era la parte del sangue, Delta Blues è quella dell’acqua, il prossimo sarà quella del metallo.

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