Bollettino del Delta

Lagos. Cazzo. Sono ancora soltanto a Lagos. Ogni volta penso che mi risveglierò di nuovo nella giungla”. E invece domani alle 18 saremo a Bologna (cazzo sono ancora soltanto a Bologna) alla Feltrinelli di piazza Ravegnana in compagnia di Wu Ming 2 e alle 21 al Teatro Sì di via San Vitale 67 per Verdenero All Star, con una compagine d’autori da far rizzare i capelli al mondo dell’editoria: Wu Ming, Carlo Lucarelli, Siomona Vinci, Deborah Gambetta, Loriano Macchiavelli, Alfredo Colitto, Valerio Varesi, Girolamo De Michele, Francesco Aloe. La serata si aprirà con lo spettacolo della Compagnia Fantasma tratto da Delta Blues e poi come ai vecchi tempi si sale in consolle per il dj set (kiss kiss bang bang rock ‘n’ roll country western black ‘n’ death & delta blues ça va sans dire).

Abbiamo detto che stanno arrivando le prime impressioni e le prime interviste, Luca Crovi è stato il primo in assoluto e sul blog di Tutti i colori del giallo potete leggere lo scambio che abbiamo avuto con lui.

Andrea Consonni. su Lankelot e D’Andrea GL parlano in modo opposto, davvero opposto, materia da neofenomenologia critica, di Delta Blues… uno lo stronca l’altro ne parla bene per 4 (!) post… Ringraziamo entrambi per la passione con cui si sono dedicati alla lettura e alla riflessione sulla lettura.

Partiamo dalla stroncatura. Prima quello cattivo poi quello buono diceva sempre mia nonna quando doveva rifilarmi una medicina tremenda seguita da un dolce… Io non ero molto convinto ma comunque… “Lagos. Cazzo. Sono ancora soltanto a Lagos. Ogni volta penso che mi risveglierò di nuovo nella giungla”.

 

Delta Blues secondo Andrea Consonni: Assistendo al quotidiano spettacolo messo in scena dai mezzi d’informazione viene da chiedersi se l’Africa (ma questo vale anche per l’Asia e l’America Latina) esista ancora fisicamente e se il mondo in cui viviamo sia realmente ancora quello rintracciabile su un Atlante Geografico. A ricordarci dell’esistenza del continente africano sono saltuariamente le notizie riguardanti la tale modella chiamata a rispondere di un diamante insanguinato, l’epidemia o la catastrofe che provoca un tale numero di morti da richiamare orde di cronisti affamati di scoop (se sono coinvolti dei turisti europei ancora meglio), il rapimento di qualche occidentale (ma se il rapimento non ha una rapida soluzione, addio notizia) o lo sbarco di mezzi d’assalto in stile D-Day-Somalia e soprattutto documentari o reportage di viaggio in televisione a o trasmessi privatamente ai propri cari, senza per altro dimenticare gli stadi dell’ultimo mondiale di calcio disputato in terra sudafricana.
Tutto il resto passa nel silenzio più assoluto, nel dimenticatoio, tanto siamo impegnati nel nostro microcosmo di letterine, partite di calcio e grandi fratelli. Recuperare notizie spetta al singolo che deve affidarsi alle poche riviste o siti internet specializzati, ai racconti di prima mano dei missionari (come accade al sottoscritto) o di operatori umanitari che svolgono il proprio duro lavoro in quei luoghi.
Meritevole è allora l’operazione condotta dalla casa editrice VerdeNero-Edizioni Ambiente e da Kai Zen, gruppo di narratori composto da Jadel AndreettoBruno FioriniGuglielmo PispisaAldo Soliani, che con il loro «Delta Blues» (il blues statunitense degli anni ’20 e ’30 che deve il suo nome al Mississippi Delta) aprono uno squarcio doloroso nel velo di silenzio che circonda i paesi africani.Kai Zen concentra la propria attenzione sulla Nigeria, una nazione dove da anni, se non da secoli (pensiamo solo alla tratta degli schiavi), sono in atto dei veri e propri genocidi e disastri naturali in nome del petrolio. Un genocidio praticato nel silenzio, con l’ovvia complicità dei governanti nigeriani, da parte delle compagnie petrolifere come Shell e Eni.

E’ sufficiente leggere come si espresse nel 2009 Christine Weise, presidente della Sezione Italiana di Amnesty International, a proposito del coinvolgimento delle compagnie petrolifere in questo genocidio:

Il fatto che un governo non protegga i diritti umani dei suoi cittadini non assolve le compagnie petrolifere, così come il fatto che lo stesso governo non chiami queste ultime a rispondere del proprio operato non rende la Shell, l’Eni e le altre compagnie che operano nel paese libere di ignorare le conseguenze delle proprie azioni. Gli standard internazionali non sono una cosa che le compagnie possono scegliere di aggirare: esistono standard internazionali sulle attività delle compagnie petrolifere e sull’impatto sociale e ambientale, di cui le compagnie che operano nel Delta del Niger sono ampiamente informate

Se i propositi di «Delta Blues» sono senza dubbio meritevoli per la loro opera di denuncia è bene subito spazzare il campo dagli equivoci e constatare che se il romanzo ha il merito di far conoscere ai lettori più disinformati la portata della tragedia che sta travolgendo la Nigeria e l’Africa tutta, fallisce però completamente come opera letteraria, come romanzo.
Delta Blues“, per stessa ammissione degli autori, è una cover, un rifacimento, una riattualizzazione, chiamatela come volete, di “Cuore di tenebra” di Joseph Conrad e di “Apocalypse Now” di Francis Ford Coppola e perché no anche delle pagine africane di “Viaggio al termine della notte” di Louis Ferdinand Celine.
La storia è semplice: Martin Klein, geologo italiano alle dipendenze dell’Ente, una grande multinazionale del petrolio dietro a cui è facile rintracciare l’Eni, tradisce il proprio mandato convincendosi che il futuro del mondo stia nelle energie rinnovabili e sparisce nella giungla. Si potrebbe facilmente sospettare di un rapimento o di un assassinio da parte del Mend, il Movimento per l’Emancipazione del Delta del Niger che combatte per sottrarre il controllo del petrolio alle compagnie petrolifere in favore del popolo nigeriano, ma la realtà è più complessa. L’uomo rapito da un gruppo di ribelli comandato da Johnny Saa decide di mettere al servizio della guerriglia le proprie competenze e conoscenze per sferrare un colpo terribile all’Ente.
«Gli serve un’azione molto visibile, molto dolorosa per le compagnie, e che non corrompa questa terra disgraziata più di quanto non lo sia già. Di solito fanno saltare in aria gli oleodotti, ma così disperdono il greggio nell’ambiente, avvelenano l’acqua, rendono fango sporco la terra. Ci lavoro su, si può tagliare la gola al nemico che dorme nel tuo letto anche senza sporcare le lenzuola.” (pag. 124)
Sulle sue tracce viene inviato, in Nigeria, Ivo Andric, nome in codice Tamerlano (chiari i riferimenti allo scrittore jugoslavo e al Grande Emiro del XIV secolo), un agente dei servizi, professionista della guerra sporca, che dovrà addentrarsi nella giungla per ritrovare l’uomo scomparso scontrandosi con se stesso e con la tragica verità che si troverà davanti agli occhi. Intorno a loro si muovono guerriglieri, prostitute, traditori, gangster, un consulente giapponese, uomini della compagnia petrolifera, arroganti, stupidi, eredi di Robert Johnson, reporter di guerra belgi dal cuore tenero affamati di scoop e senza la minima idea del luogo in cui si trovano.
Per chi conosce “Cuore di tenebra” lo svolgimento del romanzo apparirà abbastanza scontato, con qualche piccolo accorgimento e fluttazione nella narrazione, anche se al sottoscritto la lettura ha ricordato maggiormente, per alcune immagini, caratterizzazione dei personaggi, atmosfere e conflitti a fuoco “Apocalypse Now” ma in una riduzione da stanca fiction televisiva. Ammetto a malincuore che ai personaggi del libro non riuscivo ad accostare un Martin Sheeno un Robert Duvall ma uno qualunque degli attori che gravitano nella nostra orbita televisiva.
Il romanzo è condito da passaggi di stampo saggistico o giornalistico, come ad esempio il seguente passaggio che estrapolo da una conversazione:
«Così l’Ente passa per essere un colosso gentile, esponente di una nuova finanza globale attenta all’ambiente, quando qui in Nigeria le cose vanno sempre peggio. Tanto per darti un’idea dei paradossi di qui: il gas flaring, cioè la pratica di bruciare i gas che si estraggono insieme al petrolio invece di riutilizzarli (il che sarebbe più oneroso per le compagnie) fa sì che più del 70% di quella che sarebbe una risorsa energetica vitale per questo Paese venga buttata via, dispersa nell’aria. Questo crea un inquinamento tremndo, causa di piogge acide, e in cambio la gente non ha niente. A parte i tumori e le malattie respiratorie e della pelle, chiaro. Eppure il gas flaring è vietato in Nigeria da trent’anni. In teoria. Poi in pratica arriva uno come Makiwa e scrive nei suoi rapportini che tutto va bene, perché tanto fra poco il gas estratto non sarà più bruciato ma stoccato e riconvertito nella enorme centrale di Bonny Island. Il che è vero, ma è solo una parte della verità. Infatti le compagnie petrolifere, come se non bastasse, hanno fatto cartello per accaparrarsi a prezzi da capogiro (che paga il governo nigeriano) l’appalto di un enorme centro di riconversione del gas estratto. Quindi il divieto è stato aggirato per trent’anni causando devastazioni impressionanti, e quando si è fatto qualcosa per risolvere la situazione – un qualcosa che le compagnie avrebbero dovuto fare obbligatoriamente a pena di essere escluse dagli affari – questo intervento è stato realizzato a spese (gonfiate) del governo. Questo paese perde anche quando vince. E intanto i pozzi d’acqua potabile diventano velenosi e campi un tempo fertili si trasformano anno dopo anno in acquitrini oleosi e putridi.» (pg.56-57)
che alla lunga annoiano, appesantiscono la lettura e risultano completamente artefatti. Non dubito che una conversazione del genere possa svolgersi nella vita quotidiana e nemmeno metto in dubbio ciò che d’interessante emerge da questo scambio ma a lettura conclusa questo passaggio perde tutta la sua potenza di denuncia, finendo per essere null’altro che semplice inchiostro sulla pagina bianca.
Se una delle pecche di questo romanzo è proprio questa incapacità di intrecciare la narrazione a tematiche ambientali e critica sociale, l’altro nodo irrisolto è l’evidente incapacità degli autori di restituirci il Delta del Niger coi suoi uomini, i suoi odori, le sue storie, i suoi corpi, la sua melma, la sua puzza di morte. Se la lettura di “Cuore di tenebra” costringeva il lettore a scivolare lungo quel fiume insieme a Marlow, facendogli respirare tutto l’orrore che covava in quelle terre, seFrancis Ford Coppola ci aveva restituito un Vietnam con quella puzza di napalm che te la sentivi entrare nelle narici come tanto piaceva al Tenente Colonnello William “Bill” Kilgore, se il volto del colonnello Kurtz nascosto nell’ombra aveva la forza di sconvolgerti i sogni, se su quel fiume anche tu ti sentivi perso, alla ricerca di te stesso, di un fantasma, Kai Zen è rimasto in superficie, senza riuscire a restituirmi l’odore del fiume, il colore del petrolio, la puzza del petrolio quando brucia, non mi ha fatto provare l’orrore dei corpi martoriati, delle fosse comuni, delle morti innocenti, non mi ha preso allo stomaco, non mi ha fatto precipitare negli abissi di un uomo come Klein che non sa più cosa fare per il mondo, non mi ha spinto a confrontarmi coi dubbi di Ivo Andric e dei guerriglieri, non mi ha fatto nemmeno incazzare o piangere per una tragedia che mi coinvolge tutte le volte che accendo la mia macchina.
Ricordo un libro di tanti anni fa, «I sabotatori» di Edward Abbey, un romanzo sicuramente scanzonato, forse invecchiato, sicuramente meno documentato e preciso di «Delta Blues» ma capace di regalare emozioni al lettore, di fargli provare sulla sua pelle l’orrore della devastazione ambientale nel Sud-Ovest degli Stati Uniti, di spingerlo a reagire, a non rimanere fermo. Forse è da libri del genere che Kai Zen dovrebbero ripartire e mi azzardo a dire che un libro del genere probabilmente lo avranno già letto, così come avranno letto i romanzi di Salgari e tanti altri romanzi, perchè a mio parere il compito di ogni scrittore, di ogni romanziere che ambisca a non essere un semplice scribacchino è andare oltre il mero dato oggettivo, la statistica, il bollettino, il già visto e sentito, è quello di scavare in profondità nell’anima, nel cuore, nello stomaco, nel paesaggio, nelle contraddizioni che ci circondano e a trasferirlo su una pagina bianca capace di vivere di vita propria, di piangere, di prenderci a pugni, di accarezzarci, di farci bruciare, di farci grondare sangue come grondano sangue le terre d’Africa.


Delta Blues secondo D’Andrea GL:

1. È possibile scrivere un libro a sfondo ecologico senza che ne venga fuori una palla mostruosa? Di quei libri con il ditino alzato?
È possibile resuscitare Corto Maltese e farlo in maniera che funzioni davvero?
È possibile avere una scrittura che è tutto tranne che italiana pur essendo italiani?
È possibile che ho appena finito di leggere un libro talmente importante che finora nessuno se ne è accorto?
È possibile entrare nella testa di Kurz?
La risposta è sì. A queste e ad altre domande.
Da domani voglio parlarvi dell’ultima fatica dei Kai Zen.

2.

Come sapete Kai Zen J è per me molto di più di un semplice collega. Se 6146 sta combinando quel che sta combinando (ve ne parlerò) gran parte è merito suo. Presto detto: è stato J, una bella mattina di luglio, mentre spingeva sua figlia sull’altalena a dirmi “Ehi, se sei bloccato, c’è un sistema facile: scrivi sotto pseudonimo.”. Magia: le parole ripresero a scorrere libere, e anche se il romanzo uscirà a mio nome, quella frase è stata davvero importante. Quindi: Kai Zen J è un amico di quelli che è raro trovare. Questo vuol dire che questa recensione sarà soggettiva? Certo, ovvio. Diffido da chi si erge a Giudice Imparziale. Io sono io e vi dirò quello che IO penso di questo libro.
Per farla breve: penso che sia un gran libro.
Ma non si può essere brevi su Delta Blues, perchè credo che sia un lavoro importante. E per molti motivi. Ecco perchè ci vorrà un po’ per parlarvene.
Prima cosa: Delta Blues è una cover. Ricordate quando ne parlavamo? I Kai Zen hanno fatto una cover di Conrad. Una versione moderna di “Cuore di tenebra”. Una cover rischia sempre di suonare “vecchia”, il testo dei KZ invece, suona come un romanzo originale. Se non avete letto Conrad poco male, Delta Blues funziona alla grande. Ma se, come il sottoscritto, conoscete parola per parola quel libro, allora vi divertirete ancora di più. Perchè “Cuore di Tenebra” non è un testo qualsiasi, è un testo che per profondità e potenza ha pochi rivali. Non a caso è il canovaccio su cui è stata costruita un’altra impressionante cover: Apocalypse Now.
I Kai Zen, con il loro solito piglio, ve lo dicono subito. “Questa è una cover”. Come dire “E non rompeteci il cazzo”. Avrebbero dovuto aggiungere: “…ma non solo.”
Perchè Delta Blues è la dimostrazione che, finalmente, anche in Italia si possono produrre testi che riescono ad unire scorrevolezza e profondità. Vi pare poco? A me ha fatto venire la pelle d’oca. E non scherzo. Se c’è una cosa che mi chiedevo, più o meno ogni tre minuti, durante la stesura di 6146, era “Suona italiano?”. Ecco, Delta Blues NON suona “italiano”. E’ un passo oltre.
Buffo no? Fai una cover e finisci dritto dritto nel futuro…

3.

Qual è il problema dei romanzi/racconti/novelle/canzoni/poesie/liste della spesa con “il messaggio”? Che il messaggio non è amalgamato con la storia. C’è il personaggio che ad un certo punto si alza in piedi e grida “Basta con i vostri soprusi! basta inquinare i laghi/fiumi/torrenti!” e per reazione la prima cosa che ti viene da fare è buttare due litri di petrolio grezzo nel primo ruscello che ti capita a tiro. Ma non è questa la cosa peggiore che possa accadere quando si scrive qualcosa con “il messaggio”. Questa è una banale questione tecnica. No, il peggio è il “fra le righe”. Vi ho già fatto una capoccia così con ‘sta storia, ma è sempre bene ribadirla.
Ciò che scrivi rivela molto, se non tutto, di te. E spesso lo fa senza neppure che tu te ne accorga. La scrittura è come una cartina al tornasole che esalta quanto di buono e di cattivo c’è in te. Nel “fra le righe”, posso leggere se davvero credi a quello che hai scritto oppure se lo hai fatto per altri motivi. Che possono anche essere nobili (come ad esempio la storia a sfondo “morale”), ma sempre nel campo della menzogna ti stai muovendo.
Voi direte: e allora? se anche scrivo una storia insincera, ma lo faccio perchè così i miei lettori smettono di inquinare, che male c’è?
Nulla di male, però, semplicemente: non funziona.
Delta Blues, invece funziona. Il messaggio c’è, lampante, ma non è il solito ritornello ambientalista. Parla di petrolio. Parla di Africa. Parla di sfruttamento. Ma lo fa in maniera, secondo me, inedita. Vedete, il grosso (GROSSO) problema del nostro occidente sono i sensi di colpa. Si fa leva sui sensi di colpa per convincere la gente a comprare il caffè bio piuttosto che il Lavazza. Si fa leva sui sensi di colpa per fare in modo che le persone tollerino il “diverso”. Solo che, i sensi di colpa, alla lunga producono l’effetto contrario. La tolleranza è un primo passo, la presa di coscienza è un primo passo. Il 99% degli scrittori (ma non solo, è un discorso che si può estendere a qualunque ambito) si fermano lì. Che fanno i KZ in “Delta Blues”? Costruiscono una storia. L’ambientano in un luogo oscuro che, prima di tutto è un luogo mentale. Svelano alcuni meccanismi della nostra economia, meccanismi che ai più forse sfuggono. Ma non ci sono “sensi di colpa” da vomitare addosso al lettore. Non è la maestrina che ti dice “Se usi la macchina poi muoiono i bambini in Africa”. No, il bello di Delta Blues è che ti tratta da adulto. Da pari a pari.
Questa è la situazione. Che vuoi fare?
Domani, l’ultimo post su questo libro: la scrittura.

4.

La scrittura, dicevo. Una buona storia è il 100% di un buon libro. Se mi permettete il paradosso, lo è anche la scrittura. Prendete uno scrittore geniale come Philip Dick. Dick ha idee su cui Hollywood sta campando da più o meno 30 anni. Di più: per capire il nostro mondo i libri di Dick sono come bussole, indicano dove siamo. Ma la scrittura? Dick scrive davvero male. Certo, scriveva male perchè doveva pubblicare tre, alle volte anche quattro libri l’anno, ciò non toglie che spesso i suoi libri sono “stopposi”. Quello della scrittura, della buona scrittura, è uno dei problemi della letteratura di genere. Ci si sofferma troppo sulla storia e sulle idee e poco sulla lingua. E guardate che non sto parlando di “tecnica”, sto parlando di “lingua”. Sono due cose tangenti ma diverse.
Al di là di tutto quello che vi ho detto nei giorni scorsi, la cosa che mi ha colpito di Delta Blues è l’uso della lingua. Che uso? Sciolto, fluido, non banale. Siamo abituati alla scrittura all’americana, veloce, lineare, limpida. E’ una scrittura formidabile che ci permette di entrare nel testo e viverlo sulla nostra pelle. Ha delle pecche, a mio parere, due soprattutto. Uno: l’atmosfera. Non so se avete notato, ma in questo tipo di libri è difficile respirare un’atmosfera particolare, forte. Proprio perchè viene sacrificata per la velocità. Scelte, naturalmente, che ogni scrittore deve fare prima di buttare giù anche solo una riga. Si modifica il sistema di battaglia a secondo del contesto. Due: la lingua. La lingua della scrittura “all’americana” è povera e rischia di appiattire personaggi e situazioni. Certo, averla la possibilità di scrivere in quella maniera…! Eppure i Kai Zen, con Delta Blues, riescono a fare una cosa straordinaria. Ci indicano un ibrido che a me ha dato i brividi. Una lingua rapida, veloce, limpida (leggete le descrizioni della foresta e sappiatemi dire) ma allo stesso tempo piena di sapori e dettagli. Sul serio: li ho invidiati da farmi scorticare la pelle.
Ecco perchè penso che Delta Blues, oltre che essere un bel romanzo, è anche un segnale. Un segnale positivo una volta tanto: si può fare.
Grazie ragazzi.

Annunci

4 thoughts on “Bollettino del Delta

  1. Pingback: Bollettino del Delta « : kaizenology :

  2. Ciao!

    ho creato un gruppo su facebook per tentare di riunire e pubblicizzare un gran numero di blog italiani. Mi sembra un modo carino e comodo per potersi confrontare e aumentare la visibilità dei nostri blog!
    Se sei interessato, unisciti a noi e pubblica il link del tuo blog sulla pagina di facebook:
    http://www.facebook.com/#!/group.php?gid=153706914659766&ref=ts
    oppure cerca “Blogger Italiani”. Se l’iniziativa ti piace, aiutaci a diffonderla presso amici e/o blogger!

    GRAZIE!
    Ale

    Mi piace

  3. Pingback: Non c’eravate? Leggete sotto « : kaizenology :

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...