Spauracchi 5

Novembre 1866, nei dintorni di Maso Corto

Aveva corso tutta la notte. Poteva sentire il respiro rimbombare nelle orecchie, affannoso. Fermo sullo sperone di una roccia vide la sua ombra proiettata dalla luna sul campo, tra gli spauracchi: enorme, deformata, ricoperta di aculei e spuntoni. Dalla bocca sbuffi di condensa si trasfiguravano in fumo.
Più a ovest, nel fitto della boscaglia, una luce palpitava tra gli alberi. Strinse gli occhi, si passò la lingua sui denti affilati e riprese la corsa.

***

Gli aghi degli abeti le si conficcavano nei vestiti e sulla pelle. Il bosco la ingoiava. Dietro di lei sentiva i passi dell’inseguitore farsi sempre più vicini. Il terrore la spingeva a accelerare il passo, ma non sapeva dove scappare. Le voci degli altri giovani nella spianata del rito erano ormai lontane.
La segale cornuta sciolta nell’intruglio che aveva bevuto le procurava delle vampate di calore. I colori, alla luce della luna, sembravano vibrare. Ogni cosa era traballante e deforme. Ulrike imboccò un piccolo sentiero di terra battuta, sgombro da sassi e radici. Correva a più non posso, ma l’ombra alle sue spalle non mollava la preda. All’improvviso si trovò in un piccolo spiazzo innevato con al centro un pozzo. Gli alberi ondeggiavano e poteva sentire i bordoni dei cristalli di ghiaccio avvinghiati alla carrucola. Il bosco dietro di lei si mosse, catturando il suo sguardo. Rallentò, si guardò attorno. Fece un respiro profondo. Una presenza. Due larici si torsero e la cosa emerse di fronte a lei.
Ulli si fermò, impietrita.
L’uomo alle sue spalle si fermò.
La voce della ragazza uscì strozzata, acutissima. “I-il Basilisco.” Fece un passo indietro scivolando a terra, poi cominciò a trascinarsi disperata verso il muretto del pozzo. Der Geist allungò una mano coperta di rami e aculei d’istrice, emise un orrendo suono rantolante e avanzò. I raggi della luna lo illuminarono. Ulrike urlò disperata, le vene del collo gonfie da scoppiare. L’essere immondo. Si rimise in piedi e cercò di fuggire, tornando sui suoi passi e finendo tra le braccia dell’inseguitore. Lo spettro ansimava sotto la pelliccia cornuta che gli avvolgeva la testa, sembrava esitare. L’uomo raggiunse la ragazza e la strinse al petto, puntandole una lama alla gola.
Poi si avvicinò al pozzo. “Stai lontano. Stai lontano mostro, per Dio!” urlò, mentre stringeva il collo della ragazza. Decise di non aspettare un secondo di più. Un secco movimento del Geist, e l’uomo tagliò di netto la gola di Ulrike, lasciandola scivolare nel pertugio. Il corpo cadde esanime sulla superficie gelida che si incrinò e lo accolse crepitando. Per un attimo l’uomo e il Basilisco si guardarono in silenzio. Il vento si stava alzando.
“H-aa-ans…” La voce era solo un rauco gorgoglio.
L’uomo estrasse la pistola e la puntò a quello che doveva essere il volto del mostro. Prese la mira, ma prima che potesse sparare egli scomparve tra gli alberi.

20 Giugno 1865, CafE’ Trinkteufel, Glorenza

“Le Weizen per i due stranieri, Magda.” L’uomo dietro il bancone porse i boccali alla ragazza con il grembiule blu che, a passo svelto, scomparve avvolta dal fumo denso della sala. Seduti in fondo alla locanda, due uomini con calzoni corti e camicie scollate bisbigliavano protetti dalla semioscurità. La giovane cameriera offrì loro i boccali e, con fare svogliato, passò un panno di stoffa sulla superficie umida del tavolino. Il più giovane dei due le sorrise. “Danke, signorina. Ma perché non si prende una pausa e ci fa compagnia?
Un inglese si sente sempre tanto solo lontano da casa.”
“Ma lei non mi pare solo, a meno che il suo compagno qui di fronte non sia un fantasma che vedo solo io.”
Senza attendere replica, la ragazza si allontanò in tutta fretta, inghiottita di nuovo dalla coltre di fumo denso sprigionato dalle decine di sigari abbandonati nei posacenere.
“Però. Caro il mio ingegnere, come la chiamavano?
L’Irresistibile di Islington?” Freshfield scoppiò a ridere e poi finse di colpire Desmond Stewart alla spalla che, d’istinto, si ritrasse.
“Passiamo alle cose serie, Desmond, ha portato gli appunti?”
“Certo. Però non sono d’accordo sull’affidare il messaggio
a quel Martin Lode, è solo un contadino ignorante… Per quale motivo non possiamo telegrafare noi stessi il messaggio
in codice? Cosa ci sarebbe di strano? Ci credono tutti due turisti, non certo un ingegnere delle ferrovie di sua Maestà
e una spia, o quello che è…”
Freshfield tirò un lungo sospiro. “Abbassi la voce.”
Stewart si guardò attorno sconsolato. Il Café Trinkteufel,
ai suoi occhi, tutto poteva essere tranne che un covo di agenti prussiani o russi, o chissà cos’altro aveva in mente Freshfield.
“Le ho già spiegato che non possiamo avvicinarci di persona all’unico telegrafo della valle. Gli altri forestieri qui in incognito per ogni sorta di interesse economico e forse anche gli uomini del Vicario Fromm avranno le nostre facce ben scolpite nelle menti. Ma non si preoccupi. Ho pensato a tutto, io penso sempre a tutto. E so sempre cosa fare. E sa
perché so sempre come muovermi? Perché conosco le persone e i loro bisogni, i loro desideri. Per esempio: vede quei due balordi al bancone?” L’inglese indicò due uomini in piedi di fronte allo scaffale delle grappe, le sagome appena percepibili attraverso le nuvole di fumo. “Secondo lei quei due di cosa hanno bisogno, cosa cercano?”
Stewart si strinse nelle spalle. Non sapeva se prendere sul serio l’uomo che lo accompagnava per la missione di rilevamento e ricognizione della nuova ferrovia o se crederlo un esaltato. “Che ne so? Un bagno caldo e vestiti decenti?”
Il compagno scosse il capo con un mezzo sorriso. “Mi aspetti qui.”
Freshfield, afferrato il boccale ancora pieno dell’ingegnere, se ne versò un quarto sulla camicia e ciondolando si
diresse verso il bancone dove i due erano intenti a bere.
“Senta buonuomo, pago le birre del tavolo in fondo. Erano cinque, se non sbaglio.” L’inglese aprì il borsello sotto gli occhi dei due sconosciuti, facendo spuntare dalla tasca laterale un pacco di banconote. Poi si diresse incerto verso l’uscita. Con la coda dell’occhio si assicurò che lo stessero seguendo, girò l’angolo e si appoggiò al muro, protetto dall’oscurità.
Dopo pochi istanti le due sagome gli apparvero di fronte, lame alla mano. In un attimo, da sotto la camicia, estrasse la colt. “Bene bene, signori. Avete due modi per ottenere il mio denaro: potete saltarmi addosso sperando io non sia molto rapido. Oppure potete mettere via i temperini e ascoltare.”
Sventolò la mazzetta di fiorini davanti alle facce stupite. Quello più alto fece un passo in avanti per vedere meglio le banconote.

Tre giorni dopo, Merano

La carrozza si fermò sul ponte romano. Il Passirio scorreva placido, rinfrescando l’aria della sera. Gli ultimi raggi di sole sfioravano appena la superficie del fiume spezzandosi in migliaia di cristalli luminosi. Scesi dalla carrozza e giunti sul versante opposto, Freshfield si voltò e fece cenno al cocchiere di attendere mentre Stewart si guardava attorno perplesso. “Freshfield, è tutto il giorno che siamo fermi a Merano. È lei l’uomo d’azione e io comincio a nutrire qualche timore. Non siamo gli unici qui ad agire sotto copertura.
“Quando arrivano quei due galoppini?”
“Pazienza, Desmond. Deve avere pazienza. Tra qualche istante li vedrà comparire in fondo alla strada e allora, dopo che ci avranno detto quello che vogliamo sentire, potremo andarcene da questa valle di zoticoni.”
Stewart annuì. “Sul fatto che sia una valle di zoticoni siamo d’accordo. Quando in Inghilterra sapranno che per far passare la ferrovia da qui bisogna bonificare tutta la conca fino a Bolzano e che i costi sono troppo alti, si convinceranno a far passare il treno per la val d’Isarco.”
Freshfield tirò fuori un foglio piegato in due e lo agitò in aria. “E con questo, il vecchio Fromm vedrà i suoi affari andare in malora. Altro che terreni venduti a peso d’oro… In fondo però sono un po’ dispiaciuto. Insomma, il sogno di collegare l’Inghilterra all’India, Parigi con Costantinopoli…”
Desmond Stewart scrutò sorpreso il foglio nella mano dell’accompagnatore. “Ha copiato il messaggio in codice?
Ma è impazzito, il protocollo vieta cose simili.”
Freshfield sospirò ancora un volta. “È una piccola licenza che mi sono preso. Una garanzia nel caso non avessero voglia di pagarci. Vede, è tutto scritto qui.” Allungò il foglio davanti agli occhi dell’altro.

YTKKGCOQ WGJMQFG-DTKQFG FGF QZZXQWOJT
OF ZTDHO WKTCO. GHMOGFT YTKKGCOQ WGJMQFGWKTFFTKG
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FLOUJOQZQ. FGLZKG KOTFZKG HKTCOLZG YOFT
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“E poi, sempre per sicurezza, ho trascritto da un’altra parte l’intero codice.”
“Metta via quel foglio, arrivano.”
Da dietro un angolo spuntarono due uomini con addosso dei cappotti rattoppati. Freshfield fece appena in tempo a nascondere il biglietto e poi li osservò da capo a piedi. Sorrise beffardo. “Noto con piacere che con l’anticipo avete fatto spese.”
Il più alto e robusto dei due si fece avanti deciso. “Poche moine. Dacci il resto dei soldi.”
“Calma ragazzi. Prima le mie orecchie vogliono sentire le due paroline magiche: tutto bene capo.”
“Tutto bene capo sono tre paroline e poi tu non sei il mio capo.”
Stewart alzò lo sguardo al cielo. Il ghigno di Freshfield si fece più marcato. “Ma bene, sappiamo anche contare.”
“Basta con i convenevoli. Facciamola finita una volta per tutte con questa storia ridicola” intervenne Desmond
tirando a sé il compagno, sorpreso dall’inedito impeto dell’ingegnere.
“Veniamo al sodo. Il contadino ha telegrafato il messaggio? Qualcuno lo ha seguito? Qualcuno ha letto il
foglio?”
Il più grosso dei due si raschiò la gola e sputò in terra a pochi centimetri dalla scarpa di Freshfield, laccata di fresco.
“Il Saltner ha telegrafato il messaggio questo pomeriggio. Solo la sua fidanzata lo ha letto, almeno noi abbiamo visto solo lei. Ma non mi preoccuperei più di tanto, è solo una ragazzina innamorata di un guardaboschi.”
Freshfield cercò di riprendere il controllo della situazione.
“Lascia decidere a noi se è il caso di preoccuparsi o meno.” Lo sguardo del britannico si fece penetrante. “L’importante comunque è che nessuno si sia accorto di voi. Siete stati prudenti?”
“Invisibili, come fantasmi. Avanti, il resto dei soldi. Siamo rimasti anche troppo in questo posto e ho la gola secca.”
L’inglese tirò fuori una mazzetta di banconote. “Vedete di non berveli tutti. Mi sentirei in colpa se sapessi di aver
contribuito al dilagare del vostro vizio.”
L’uomo col cappotto rammendato gli strappò di mano i soldi e con un cenno invitò l’altro a seguirlo. I due stranieri si voltarono e in pochi secondi l’angolo di strada testimone silenzioso dell’incontro restò deserto.

Marzo 1867, Tra Maso Corto e Val di Mazia

L’ombra del Saldurnspitze incombeva su di lui già da qualche ora e la temperatura si era abbassata in modo considerevole. Martin, però, non ci faceva caso. Il corpo si muoveva rapido fra sentieri innevati e fangosi; la mente altrove, persa in un tiepido pomeriggio di quasi due anni prima.
Prima che succedesse tutto.
“Conservi ancora il testo dello strano telegramma che hai mandato per conto dell’inglese?” Appena fuori da una vigna dove spesso si fermavano a chiacchierare, Hans gli si era rivolto con tono leggero, privo di urgenza. Così, tanto per parlare. Aveva tratto di tasca il foglio ripiegato, senza rispondere. Non sapeva nemmeno perché lo avesse tenuto con sé per giorni, visto che il messaggio era del tutto incomprensibile.
Lettere affastellate a caso, prive di logica e concordanza, formavano parole di una lingua sconosciuta a Martin e a chiunque altro. Era evidente che quella lingua non esisteva. Una specie di burla. Eppure Hans era rimasto assorto per lungo tempo, gli occhi abbassati sul foglio. Poi era scoppiato a ridere: “È uno scherzo, solo uno scherzo. Questi inglesi hanno uno strano senso dell’umorismo.”
Dopo qualche altro scambio di battute sulle differenze di stile fra inglesi e tirolesi avevano cambiato discorso, ma il foglio con il messaggio era rimasto nelle mani di Hans, che sembrava essersene dimenticato. Al momento del commiato, quando Martin aveva teso la mano per vedersi restituire il messaggio, l’altro aveva esitato: “Posso tenerlo ancora un po’? Giusto per vedere se ci cavo qualcosa. Non ho molto da fare oggi, mi servirà a passare il tempo.”
Hans non era tipo da rompicapi, ma Martin non aveva dato peso alla cosa: “Fa’ pure. Pensa che ci si è cimentata anche Ulli qualche giorno fa – lei ha un talento naturale per i giochi di parole. Se l’è tenuto per una mezza giornata, poi è tornata da me e mi ha preso in giro. Dice che è un enigma molto facile. Secondo lei la soluzione è a portata di mano, ma quando le ho chiesto di spiegarmela mi ha canzonato e non ha voluto dire di più. ‘Voi uomini siete così bravi a far tutto… Risolvilo da solo se sei capace.’ Non credo ci abbia capito nulla neanche lei, in realtà.” Non si sarebbe mai perdonato quella sciocca confidenza. Mai più. Il foglio era certo finito sulla scrivania del Vicario, e Ulli ne aveva pagato le conseguenze. Tornare indietro non era possibile, men che meno restituire la vita al suo amore, ma la resa dei conti doveva ancora arrivare. A quella non avrebbe rinunciato. Un ghigno duro, fatto di rabbia e di fatica, apparve sul volto sporco del Saltner Martin Lode, rompendo la sua espressione altrimenti impassibile. I passi si fecero ancora più decisi, i rumori dei rami spezzati e dei cespugli calpestati non riuscivano a interromperne le elucubrazioni. Non badava più a modificare le tracce, non era più necessario. Il tempo era giunto. Per scacciare via le immagini del passato si concentrò su quanto doveva fare adesso. Setacciò con lo sguardo il fitto della boscaglia: Der Geist doveva già essere in posizione. Tendere la trappola all’impostore.

10 marzo 1867, Parcines

Tessa era da poco rientrata in albergo. Aperta la porta della camera, si era lasciata cadere sul letto appena rifatto.
Le lenzuola profumavano di pulito. Si portò il cuscino al viso e respirò a pieni polmoni: odore di buono, profumo di casa. Si rialzò controvoglia, prese carta e calamaio e si sedette alla scrivania.

A Mister Remington,

10 marzo 1867

La difficoltà iniziale è da attendersi in ogni nuova impresa e il mio trasferimento da Vienna a questa sperduta landa del sud dell’Impero non fa eccezione. Devo ringraziare il clima rigido di Yonkers, dove sono cresciuta, perché solo grazie a esso mi trovo preparata al terribile gelo di queste montagne.
Durante il soggiorno nella capitale sono venuta a conoscenza di un marchingegno, che agli occhi degli europei deve essere sembrato semplice bizzarria. Spero di non apparirvi presuntuosa se affermo di ritenere invece che voi possiate nutrire una certa curiosità, se non interesse, riguardo a questa invenzione. Sono entrata nelle grazie dell’inventore, Peter Mitterhofer, un falegname di Parcines, che beneficia di una certa dose di genio eccentrico nonché reticenza, o meglio timidezza nei miei confronti. Non vi nascondo di aver fatto del mio meglio affinché si invaghisse di me. E voi sapete bene quanto sia brava in questo genere di cose, eppure Mitterhofer sembra poco incline a mostrarmi la macchina (e tanto meno a vendermela), e ahimè, non credo che le mie “doti” riusciranno a fargli cambiare idea.
Ma potete stare certo, Mister Remington, che farò di tutto per impossessarmi del prototipo e portarlo con me in America. Ora devo andare. La mia prossima lettera, se Dio vuole, vi giungerà da Londra.

La vostra
Tessa

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