Io li odio i nazisti dell’Illinois / la prima volta che ho visto un fascista

Ripubblichiamo un racconto di Massimiliano “Zaph” Lanzidei dell’Anonima Scrittori scritto in occasione del 25 aprile 2005 e pubblicato allora su wumingfoundation

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La prima volta in vita mia che ho riconosciuto un fascista è stato guardando una fotografia.
Ero giovane, sicuramente non innocente, ignorante riguardo a un sacco di cose e soprattutto su quelle che attenevano alla politica.
Quarto liceo scientifico: il “G.B.Grassi” di Latina, scuola storicamente di destra nella città più a destra d’Italia.
Scuola di destra: allora per me, studente per inerzia sociale più che per vocazione, significava la libertà di poter inveire contro quei fascisti dei professori ogniqualvolta si trovavano ad accanirsi contro le mie evidenti mancanze scolastiche.
Destra e sinistra: non le avrei riconosciute neanche se mi avessero interrogato col pentothal: anche se le suore mi avevano spiegato che la destra era quella del segno della croce, faticavo allora a collegare il dato di fatto con la questione politica. Però qualcosa, forse qualcosa nel Dna, mi diceva che “fascista” non era proprio una bella cosa e poteva essere usato come insulto.
La mia prima esperienza politica risaliva a qualche tempo addietro, ma me ne sono reso conto solo più tardi.
Due anni prima, stessa scuola, secondo liceo scientifico; nessuna battuta d’arresto nel mio percorso di studi: ho sempre prestato attenzione a galleggiare appena sopra la linea di quelli che venivano rimandati a Settembre: svogliato sì, ma fesso no, col cazzo che mi ci beccavi a studiare pure d’estate.
Dicevo, secondo liceo scientifico: dopo una serie di scioperi contro l’amministrazione provinciale dell’epoca, rea di non concederci l’uso della nostra aula magna, veniamo – io e altri della mia classe e dell’istituto – sospesi dalle lezioni per un giorno con la prospettiva di un bel sette in condotta a fine quadrimestre.
Tragedia.
Compagni, di classe, scioccati.
Io, scioccato appresso a loro.
Loro, paura di rappresaglie parentali: tutte famiglie bene della Latina che contava.
Io, in ambasce per suggestione, per empatia, per paura dell’ignoto.
Torno a casa con la notizia e coinvolgo mia madre.
“Aspettiamo che torni tuo padre.”
Passo un pomeriggio d’inferno.
Torna mio padre.
Entra in camera mia dove, penitente per scelta, aspetto al buio il mio destino.
“Che è successo?”
“M’hanno sospeso.”
“Perché?”
“Perché abbiamo scioperato.”
“Lo sapevi perché scioperavate?”
Domanda a sorpresa – che cazzo c’entra? – rifletto solo un attimo sull’opportunità di tirare in ballo i ragazzi più grandi che ci dissuadevano dall’entrare a scuola, la fortissima mia attitudine a essere dissuaso e la forza di persuasione di una bella manifestazione in piazza rispetto al terrore di essere interrogato in classe, e rispondo:
“Sì.”
E probabilmente non ho neanche mentito.
“Allora va bene” ed esce dalla stanza.
Ci sono voluti anni prima che io metabolizzassi quella conversazione.
Sono cresciuto adesso e non credo che il mio animo vigliacco e accondiscendente mi porterà mai a essere all’altezza di quel “allora va bene”.
Comunque, per tornare al tema del racconto, due anni dopo, il quarto e il quinto liceo scientifico se ne vanno in gita di istruzione in Germania: Norimberga, Monaco di Baviera e tappa a Dachau, campo di sterminio nazista.
Sono passati venti anni da quel viaggio: per tanto tempo il ricordo più vivido – quello anche più citato nei discorsi tra compagni di classe – è stata la fuga notturna dall’ostello con incursione nel sexy-shop adiacente e annesse proiezioni porno e spettacolino di strip-tease. A pari merito le vanterie di furti e taccheggi in birrerie, negozietti e supermercati.
Quello che è sopravvissuto fino a ora invece è quel senso inebriante di aver toccato con mano la Storia, quella che si legge nei libri.
Ho visitato un campo di concentramento: mi piacerebbe poter raccontare di essere stato folgorato da quell’esperienza come Saul sulla via di Damasco, ma non fu così; certo, il bianco abbacinante di quella spianata in cui tutte le baracche dei prigionieri erano state rase al suolo, per lasciarne solo due intatte come museo della memoria, l’ho stampato ancora oggi nella mente come se l’avessi visto ieri, ma l’orrore, quello vero, l’ho capito solo più tardi.
Quello stesso giorno siamo stati nella birreria di Monaco dove ha visto la luce il partito nazista, e anche nell’enorme piazza in cui tre milioni di persone osannarono per la prima volta il loro fuhrer.
In quella piazza, proprio nel punto in cui quell’omettino dall’apparenza insignificante si affacciava a ricevere l’omaggio dei suoi sudditi, abbiamo scattato delle foto in cui tutti salutavamo l’obiettivo con il braccio alzato e le dita tese nel saluto romano.
Mi è capitato solo una volta di rivedere quella foto, ma ci penso spesso.
E nel ricordo mi accorgo che la prima volta che ho visto un fascista è stato in fotografia.
E in quella foto c’ero io.

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