Spauracchi 4

22 Giugno 1865, alle porte di Parcines

Il viaggio di ritorno dal Weisskugel era durato un giorno. I tre inglesi erano spossati, poco abituati a simili imprese,
comunque euforici. Anche per Martin Lode era stato un evento memorabile, ma si era anche convinto della stranezza di quei ricchi forestieri. Freshfield aveva speso una fortuna per farsi accompagnare sulla vetta da una guida esperta, buttare uno sguardo veloce al panorama mozzafiato e poi riprendere il cammino per tornare a valle. Erano rimasti lassù pochi minuti, giusto il tempo di rifocillarsi e riprendere le forze. Eppure il Saltner aveva l’impressione che l’eccitazione di Freshfield fosse alimentata anche da qualcos’altro, ma non avrebbe saputo dire cosa.
Erano passati sotto la Cima della Sorgente di Dentro, poi avevano raggiunto la Cresta del Diavolo attraverso la
Forcella delle Frane, ed erano scesi per il sentiero che portava al rifugio Bellavista. Nel tardo pomeriggio erano arrivati a Maso Corto, dove avevano lasciato i cavalli. L’indomani una carrozza avrebbe atteso Freshfield e i suoi a Merano, per proseguire il viaggio in continente alla volta di Graz.
L’inglese a capo della spedizione aveva espresso il desiderio di passare la notte a Parcines chiedendo a Martin se per caso non avesse qualche amico residente in zona. Al Saltner era parso che Freshfield avesse posto quella domanda quasi conoscendone in anticipo la risposta. Pensò comunque che fosse una buona occasione per fare visita a Peter, così si erano fermati a Parcines e avevano chiesto rifugio per la notte.
Peter fu disponibile come sempre. Martin Lode, Johnson e Stewart crollarono presto sulle loro brandine mentre
Freshfield e Mitterhofer conversavano ancora. Il falegname gli mostrò alcuni suoi manufatti: il Glachter, uno strumento musicale di sua invenzione dal suono simile a una risata, certi suoi intagli artistici, la gramola per la canapa. Grazie ai viaggi fatti da giovane, Peter parlava la lingua d’Albione con una certa disinvoltura.
“E questa?” L’inglese osservava incuriosito la macchina per scrivere riposta su uno scaffale.
“Oh, nulla. Si tratta di un prototipo che qualcuno si è divertito a rovinare.” Lanciò un’occhiataccia a Gottlieb, che giocherellava distratto con alcuni pezzi di legno. In effetti le lettere sui tasti della macchina non avevano alcun ordine, erano disposte a caso. Sentendosi chiamato in causa, il nano uscì dal laboratorio e si diresse verso la sua bicocca.
“È una mia idea, serve a fare in casa lettere che sembrano stampate in tipografia. Ma come può vedere è inutilizzabile. Dovrei rimettere le cose a posto, ma non credo che lo farò. Sto già lavorando a un nuovo prototipo più avanzato.”
Peter premette la lettera “T” e sul foglio comparve una “E”. Freshfield comprese comunque l’utilità dell’invenzione
e si complimentò con l’autore. I due si intrattennero ancora un po’ nel laboratorio, poi andarono a dormire al piano superiore.
Malgrado la stanchezza, Freshfield non riusciva a chiudere occhio. Si rigirava inquieto nel letto come se aspettasse il momento propizio per alzarsi. Alla fine si sollevò dalla brandina e scese nel laboratorio facendo bene attenzione a non fare rumore. La macchina era dove l’aveva vista poco prima. Tenne per alcuni secondi gli occhi chiusi e la testa tra le mani, poi incominciò a premere i tasti. Scrisse alcune parole con un certo impaccio, poi tolse il foglio dal telaio e lo sostituì con un altro. Questa volta premette tutti i tasti in ordine, dal primo all’ultimo, ed estrasse la pagina. Ripiegò i due fogli e li mise in tasca, ne montò sul telaio uno bianco e tornò a letto.
Il mattino dopo si svegliarono tutti di buon’ora e Peter offrì loro un’abbondante colazione. Freshfield lo ricompensò
per l’ospitalità con una generosa offerta, poi gli inglesi e Martin ripartirono alla volta di Merano. A Porta Venosta era già pronta la carrozza ad attenderli.
“Martin, è stata un’avventura davvero interessante, non può nemmeno immaginare quanto. Grazie di tutto. So di potermi fidare di lei, per questo le chiedo un ultimo favore.”
“Tutto quello che posso.”
“Il mio viaggio durerà alcuni giorni, la prego di telegrafare al più presto questo messaggio. L’indirizzo l’ho scritto
sul retro, io non potrei recapitarlo in modo più veloce.”
Porse al Saltner un foglio piegato, sul cui dorso aveva scritto l’indirizzo del destinatario.
“Mi raccomando, deve essere inviato proprio come scritto qui, non una sola modifica. È una questione personale a cui tengo in particolar modo.”
“Non c’è problema, invierò il telegramma questa mattina stessa.”
Si salutarono con un abbraccio caloroso, come si salutano i vecchi amici. Stewart consegnò a Martin l’attrezzatura usata per la scalata.
“Non credo che mi servirà più.”
Martin pensò di nuovo a quanto fossero strani questi inglesi, poi augurò a tutti buona fortuna. La carrozza si allontanò.
Martin rimase a guardarla per un po’, poi spiegò il biglietto che gli era stato affidato. Si sarebbe aspettato un
messaggio scritto a mano, invece si trattava di una stampa. Quando provò a leggerlo non credette ai suoi occhi.

Estate 1866, abitazione di Hans

“Non posso più aspettare. È da due anni che Karl è lì a marcire. Le sue lettere sono disperate, scritte da una mano
che non riconosco più. Lo faranno diventare pazzo davvero.”
“Ma ragiona Gertrud, non puoi tirarlo fuori da sola. Dovrai pagare le guardie, i dottori e poi alla fine suo fratello vi stanerà come topi.” Hans alzò i pugni al cielo e li abbatté con forza sul tavolo della cucina, che parve spezzarsi tanta fu la violenza del gesto.
“Hans, capisco la tua preoccupazione, ma dato che nessuno degli uomini di questo paese ha intenzione di mettersi contro il Vicario, ci penserò io a riportare a casa Karl.”
“Io ti ho solo chiesto di aspettare la fine dell’anno e poi sarò io ad accompagnarti, ma tu, donna, hai la testa più dura della pietra.”
“Nelle nostre vene scorre lo stesso sangue, Hans. Sangue di montanari, gente diffidente, dura, ma fedele ai propri impegni e io manterrò quello preso di fronte a Dio e alla mia famiglia, sposando Karl. Te lo ripeto, è già tutto pronto. Partirò domani all’alba.”
“Gertrud, non riuscirò a fermarti, vero?”
Lo fissò e la risposta era tutta in quello sguardo.
“Allora prendi questi soldi, ti faranno comodo e porta
Jäger con te, ti proteggerà. E che Dio ti benedica.” Hans, rassegnato di fronte alla determinazione della sorella, le affidò il suo più fedele segugio e si diresse verso la porta.
“Hans.”
Si voltò.
“Grazie. Andrà tutto per il meglio.”
Non aveva mai saputo negare nulla alla sorella e nonostante lo sfogo e le mille discussioni avute sulla faccenda, non poteva che provare ammirazione per quello spirito indomito.

Estate 1866, Venezia

Il viaggio era stato lungo. Otto interminabili giorni in

cui Gertrud aveva percorso tutta la valle fino a Bolzano, e poi giù verso Trento per proseguire lungo la Valsugana fino alla pianura. E infine Venezia. Nel corpo la spossatezza di una via crucis dove l’unico sollievo erano i tratti percorsi sul carro di qualche contadino compassionevole. Ma Karl l’aspettava e fame, sete, stanchezza scomparivano di fronte al ricordo di quegli occhi che imploravano il suo aiuto.
C’era grande animazione in città; dopo le sconfitte militari si parlava della possibile annessione all’Italia, suscitando nella popolazione favore e dissenso, e le controverse reazioni si percepivano nei gesti concitati e nelle parole dei folti capannelli di gente riunita nei campi.
“Jäger, Jäger qui.” Il bracco la seguiva obbediente, mentre Gertrud con passo lesto si dirigeva all’appuntamento con il dottor Predieri, che l’attendeva alla chiesa di San Rocco.
Non era mai uscita dal suo paese se non per brevi soggiorni a Merano in compagnia di Karl, trovarsi in una città come Venezia la metteva a disagio e al contempo la eccitava. Frastornata da tanta magnificenza, si aggirava per le calli, smarrendosi e recuperando la strada, fermandosi in ammirazione e accelerando per recuperare il tempo perduto.
“Dottor Predieri?”
Il giovane Alvise si trovò di fronte una donna alta, la pelle olivastra, scarmigliata, il respiro affannoso, le vesti sporche. In compagnia di un cane.
“Gertrud Fromm?”
Lei annuì lisciandosi il grembiule.
“Non c’è tempo da perdere signora. Mi segua.” Le si era rivolto in tedesco. Prese la sacca della donna e si incamminò imboccando vicoli che fecero subito perdere a Gertrud il senso dell’orientamento. Lei lo seguiva quasi ritrosa, per la prima volta impaurita da quando il viaggio era iniziato. Aveva solo voglia di scappare, di mollare tutto, ben consapevole di essersi fidata di un perfetto sconosciuto a cui aveva appena consegnato la busta piena dei guadagni di una vita.
Si fermarono di fronte a una locanda dove li accolse la padrona, che dopo aver esaminato sprezzante la donna e il cane, sorrise infine compiaciuta stringendo in mano i soldi che Predieri le porgeva.
“Qui, signora, alloggerà fino a domani. Karl la raggiungerà all’imbrunire. Non si preoccupi, sono un uomo di parola, ho promesso che l’avrei aiutata ed è quello che farò.”
La lasciò senza aggiungere altro e a Gertrud non rimase che aspettare.

Ottobre 1866, nei boschi di Maso Corto

Non avrebbe dovuto insistere. Non faceva che biasimarsi, ma nel contempo era curiosa di sapere cosa combinavano i suoi fratelli durante le loro frequenti uscite nei boschi, in quale pasticcio si fossero cacciati. Ulrike e il fratello Gerard avevano cavalcato fino alle vicinanze di Punta d’Alliz, e con loro altre dieci persone. Avevano legato i cavalli vicino a un rigagnolo e si erano inerpicati tra gli alberi. Ulli seguiva gli altri senza capire come potessero orientarsi senza segni che indicassero il sentiero e alla sola luce della luna.
Dopo venti minuti di cammino arrivarono in una spianata circondata dagli alberi, con alcune enormi pietre disposte come altari ai quattro punti cardinali. Il piano era illuminato
da centinaia di candele disposte lungo il margine. Una trentina di persone erano già inginocchiate in semicerchio davanti a Jurgen, che presiedeva il rito presso l’altare principale, il più grande di tutti rivolto a est. Ulrike e gli altri andarono a sistemarsi assieme agli altri presenti. Un grande boccale con incisi strani simboli passava di mano in mano. Ciascuno beveva del suo contenuto, una bevanda dal sapore simile alla birra, ma più acre.
Jurgen recitò alcune frasi in una lingua sconosciuta, sollevando verso il cielo una specie di enorme lama bronzea,
che poi ridusse in frantumi con una grande mazza, sull’altare.
D’un tratto qualcosa si mosse nel fitto della boscaglia.
Ulrike trattenne il fiato e si volse in direzione del rumore. Tutti gli altri sembravano sapere bene cosa stava per accadere.
Dalle fronde uscì una donna con una lunga veste grigia, capelli sciolti e lunghissimi che scendevano dalla spalla destra, le mani ricoperte da due teste bianche di grandi rapaci. Dietro di lei un’altra con il volto dipinto e rami secchi al posto delle mani, che agitava nell’aria emettendo una specie di lamento, forse un canto. Sembrava davvero che i rami uscissero dalle braccia. Le due donne presero a danzare ai lati dell’altare, su un ritmo immaginario.
“Tu l’hai mai vista?” Ulrike si stupì che qualcuno le rivolgesse la parola. La ragazza di fianco a lei aveva pressappoco la sua età.
“Vista cosa?”
“La bestia, il basilisco. Anch’io non l’ho mai visto, ma dicono sia gigantesco, pieno di aculei, con enormi fauci bianche. La sua tana è da qualche parte sulle pendici del Weisskugel.” La giovane sembrava entusiasta, Ulrike non capiva come potesse esserlo parlando di una cosa tanto abominevole. Lei non ne aveva mai neanche sentito parlare.
Poco alla volta fu colta da un senso di intorpidimento.
Si sentiva debole, la vista si appannava mentre gli altri danzavano con strani spasmi attorno a lei. Di quella notte non ricordò nient’altro, solo la vaga sensazione di aver commesso un delitto. La sera dopo si risvegliò a Glorenza nel proprio letto.

Novembre 1866

Nell’ultimo mese Ulrike aveva continuato a frequentare i riti assieme ai fratelli. Il senso di disagio che l’aveva investita la prima volta si era trasformato in una curiosità morbosa, una sorta di dipendenza. La magia sprigionata da quei luoghi e le figure grottesche che li popolavano esercitavano su di lei uno strano fascino. Per non dire del piacevole stato in cui piombava dopo aver ingurgitato la bevanda. Il luogo cambiava, il cerimoniale rimaneva lo stesso. Il rito del boccale, le formule pronunciate da Jurgen, l’apparizione delle creature danzanti. Ma al loro posto questa volta fece ingresso un uomo con una maschera di legno sul volto.
La maschera raffigurava un anziano con sopracciglia e barba folte, lo sguardo severo e gli angoli della bocca piegati verso il basso. Al suo arrivo anche Jurgen, che fino ad allora
aveva presieduto tutti i riti, si era inginocchiato.
La luce della luna, bianca e abbagliante, illuminava la spianata. Poi l’uomo con la maschera si avvicinò a Ulrike, la tirò per un braccio e la condusse lontano dagli altri, alcune decine di metri più in alto. Raggiunsero uno spiazzo in mezzo a un cerchio di larici, loro due e nessun altro. Ulrike era pervasa da un torpore generale che non le permetteva di reagire. L’uomo la mise al centro del cerchio e versò ai suoi piedi un liquido oleoso dall’odore nauseabondo, disegnando un triangolo nella terra sterile. Poi si mise di fianco a lei e le sussurrò piano all’orecchio: “Sarai la prossima, bambina mia. Finirai in pasto alla
bestia, come la piccola Stohr prima di te.” Il pensiero di Greta, la figlia di Sigfried uccisa, la fece trasalire.
“Ma tu sai una cosa che mi interessa molto.” Il legno della maschera le sfiorava la guancia.
“La chiave. Dimmi qual è la chiave e ti risparmierò.”
Attraverso il legno, il suono basso della voce sembrava provenire da un altro mondo. L’uomo aspettò immobile la risposta, il silenzio era rotto solo dall’uhu dei gufi. Ulrike aveva iniziato a tremare. Ma non avrebbe ceduto. Per la sua terra, le sue montagne. Per Martin.
“So che lo sai. Dammi quel maledetto codice.” Il tono della voce era piatto, nessun inasprimento a tradirne l’urgenza.
All’improvviso un gufo reale che fino ad allora aveva volteggiato sopra le loro teste si avventò alle spalle della mascheracon gli artigli protesi in avanti. Con le ali batteva grandi colpi nell’aria. L’uomo agitò le braccia per cacciarlo e si accasciò a terra. Ulli rimase immobile, in piedi davanti a lui. L’animale non sembrava affatto spaventato, né interessato alla ragazza. A un nuovo attacco del rapace la maschera cadde e lo sguardo dell’uomo incrociò quello di lei. Ulrike credette di gridare ma il fiato si strozzò in gola, gli occhi e la bocca spalancati in una smorfia di terrore. L’uomo in ginocchio tentò di afferrarla, Ulrike evitò la mano per un pelo e corse a capofitto nel bosco, incurante dei rami che le sferzavano il viso.

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