Spauracchi 3

Marzo 1867, Cafe Griensteidl, Vienna

Nonostante le vicende dell’ultimo periodo, e i continui errori fatti Gottlieb nelle commissioni, Peter era riuscito a ultimare la sua Mitterhofer n° 2 e ad arrivare a Vienna in tempo per la fiera.. Se non per un gruppo di impresari danesi, nei primi giorni non aveva riscontrato l’interesse da lui sperato nei confronti dell’invenzione. Ma presto sarebbe stato ricevuto a udienza dall’Imperatore in persona, ed era certo che sarebbe rimasto ‘estasiato’ dai progressi della sua macchina per scrivere.

L’aria di Vienna gli stava facendo bene, e soprattutto stava allontanando i pensieri che lo assillavano a casa. La visita di Der Geist, Hans, i Saltner all’inseguimento del fuggitivo. Sperava solo che Gottlieb non avesse visto niente quella notte, e che non andasse a spifferare nulla in giro.

Quella sera, dopo la lunga giornata passata alla fiera, aveva deciso di concedersi un bicchierino al Caffé Griensteidl, dove avrebbe potuto incontrare altri colleghi e discutere degli ultimi progressi in campo scientifico e tecnologico. Era seduto al bancone, sorseggiava una birra pensando all’incontro con l’Imperatore, quando si sentì toccare una spalla.

“Buonasera. È lei il signor Mitterhofer?”

Senza accorgersene, Peter sgranò gli occhi e rimase immobile con il bicchiere a pochi centimetri dalla bocca. Davanti a lui una ragazza alta, con i capelli biondi, mossi, raccolti in uno chignon dal quale uscivano alcune graziose ciocche. Indossava un abito di velluto lilla, stretto alla vita da una fascia nera. Abituato alla bellezza austera e castigata delle sue valli, Peter rimase basito davanti alla generosa scollatura della ragazza, non riuscendo a dire una parola.

“Oh, mi scusi. Devo essermi sbagliata.”

“No, no.” Disse Peter cercando di riprendersi, “sono io Peter Mitterhofer.”

Gli occhi azzurri della ragazza sorrisero, forse ancor più delle sue labbra. “Oh, signor Mitterhofer. Quale onore. Proprio oggi ho visitato la fiera e sono rimasta, come dire, incantata dalla sua magnifica invenzione. Sa, oggi non ho voluto disturbarla mentre stava parlando con i suoi colleghi, ma ora ero seduta in quel tavolo là in fondo, e l’ho vista entrare. Poi ho notato che se ne stava qui da solo al bancone e non ho potuto fare a meno di venire a dirle quanto ammiro il suo lavoro e quanto vorrei…”

Peter cercò di interromperla con garbo. “La ringrazio molto, signora…”

“Oh.” disse la ragazza con una piccola risata, “mi scusi, che sbadata. Nella gioia di conoscerla mi sono dimenticata di presentarmi: mi chiamo Tessa Hunter, sono una giornalista.”

“La ringrazio molto, signora Hunter.”

“No no: signorina Hunter. Ma la prego, mi chiami Tessa.”

“Ti ringrazio molto, Tessa. Sono contento che la mia invenzione susciti l’interesse della stampa inglese.” disse Peter avendo notato l’accento della ragazza.

“A dir la verità vengo dall’America.”

“Dall’America? Chissà che viaggio devi aver fatto.”

“Già. Ma ne è valsa la pena, a quanto pare. Sto scrivendo un reportage sull’Europa, e sono venuta alla fiera di Vienna per trovare qualcuno che rappresenti con dignità l’ingegno del vecchio continente, signor Mitterhofer.”

“Oh ti prego, chiamami pure Peter.” Non era usuale per lui dare confidenza così presto a una persona appena conosciuta, ma l’affabilità e i modi di Tessa lo spinsero a fare uno strappo alla regola.

“Peter, sarei onorata se fossi proprio tu questo rappresentante. La tua invenzione è la migliore di questa fiera. Voglio sapere tutto: come ti è venuta l’idea, come hai fatto a realizzarla, gli strumenti utilizzati, il laboratorio…”

Affascinato dalle attenzioni di Tessa, Peter trascorse tutta la serata con lei, raccontandole della macchina per scrivere e di altre invenzioni. Le raccontò di Parcines, omettendo tutti gli avvenimenti accaduti negli ultimi tempi. Tessa era una ragazza spigliata, lo ascoltava con interesse e sembrava rapita dalle sue parole, avida di conoscenza.

“Ascolta Peter, mi è appena venuta una magnifica idea: potrei venire con te a Parcines. Potrei descrivere dove e come lavora il genio venuto dalla montagna, potrei anche fare delle fotografie.”

Peter rimase interdetto, stupito da una proposta così audace. Ma d’altra parte, pensò, questi americani hanno costumi ben diversi dai nostri.

“Be’, non saprei…”

“Oh, su Peter. Pensa: la notizia della tua invenzione sulle prime pagine dei giornali americani.”

“Dovrei rifletterci un attimo.”

“Allora facciamo così. Tu pensaci su questa notte, domani passerò alla fiera e mi dirai cosa hai deciso. Ora scappo in albergo, devo scrivere ai miei capi e dirgli la grande notizia. Vedrai, sarà un successo.”

1 agosto 1866, nei boschi presso Glorenza

Dopo una breve cavalcata, i due ragazzi legarono le briglie dei cavalli a un giovane faggio vicino a un ruscello. Nel bosco l’aria era fresca. Camminarono per alcuni minuti in silenzio, sedendosi poi sul tronco di un larice abbattuto, al limitare di un prato.

I capelli neri della ragazza ondeggiavano alla brezza, i suoi occhi scuri fissavano il tappeto di muschio ai loro piedi.

“Che succede? Mi sembri pensierosa.”

La ragazza tracciò con il piede l’ultimo segno di un disegno immaginario abbozzato sul terreno. “Tra due settimane inizia di nuovo il tuo incarico. Sarai sempre in giro, e per noi sarà quasi impossibile incontrarci, anche di nascosto come ora. Come se facessimo qualcosa di male…”

“Lo so,” le rispose lui, porgendole la borraccia dell’acqua.

“Pensavo che quest’anno avresti rinunciato.”

Anche lui fece un sorso dalla borraccia. “Lo sai che non posso rinunciare. Ormai la gente mi conosce, sa che cerco di svolgere il mio compito al meglio. Mi sembrerebbe di tradire la loro fiducia. E poi chissà chi verrebbe nominato al posto mio. Tuo padre vorrebbe di sicuro imporre uno dei suoi scagnozzi.”

“Già, mio padre.”

L’ultima frase rimase a mezz’aria, carica del disagio provato nei confronti della famiglia di lei. Soprattutto da un anno a questa parte, da quando la madre era morta di tubercolosi, si era sentita sempre più estranea, come se l’unico legame con il padre fosse svanito. “In questi giorni c’è uno strano via vai in casa. Sono arrivate persone con grossi rotoli sottobraccio.”

“La ferrovia?”

“Credo. Forse erano austriaci, svizzeri. È venuto anche Johann Kofler.”

“Il borgomastro di Vipiteno?”

La ragazza mosse il capo in segno di assenso.

“E che cosa c’entra lui con la ferrovia?”

“Quando ho portato nella Stube una brocca di vino, ho sentito che parlavano di alcuni terreni.”

“Chissà cosa si è messo in testa tuo padre…”

“Non lo so proprio.” La ragazza fece un sospiro, poi lo abbracciò. “Sono stanca. Mi manca mia madre, e anche mio zio.”

Nello stesso momento, Glorenza, abitazione del Vicario

Sulla tavola c’erano ancora i rimasugli del pranzo: vassoi pieni di resti di cacciagione di vario tipo, coppette con salse multicolore, taglieri con pezzi di speck e briciole di Schüttelbrot, cestini con alcuni Vinschgerle, un paio di brocche di vino rosso. Il Vicario rigirava tra le dita un bicchiere di cristallo nel quale c’era ancora un fondo di Lagrein e, nonostante lo sguardo in apparenza distratto, ascoltava con interesse il suo interlocutore. Josef Tinzl era un uomo sulla trentina, portava folti baffi neri e capelli curati. Era giovane e ambizioso.

“Le posso assicurare, Signor Vicario, che si tratta di un investimento più che sicuro. La settimana scorsa mi sono recato a Salisburgo e ho parlato con l’ingegner Strobl, il quale mi ha assicurato che al prossimo congresso geografico di Parigi esporrà questo progetto: una linea ferroviaria che colleghi Parigi a Costantinopoli per la via più breve; ovvero passando proprio per la Val Venosta. Si direbbe un colpo di fortuna per lei, signor Vicario. Nel nome del progresso.”

Il Vicario continuava a fissare il liquido rosso scuro nel bicchiere, facendolo ondeggiare piano in senso orario.

Josef Tinzl, a disagio per il silenzio nel quale era sprofondato Günther Fromm, cercò di colmare il vuoto: “Signor Vicario, a garanzia di quanto detto…”

“Ho sentito, ho sentito,” lo interruppe Fromm con tono piccato. “L’ho ascoltata, Herr Tinzl. Credo che lei sia un giovane con grandi sogni, ma pecca di esperienza.”

Josef si raddrizzò, simulando una velata indignazione per il tono del Vicario.

“Vede, mi sta chiedendo di investire una somma ingente in un progetto di non facile realizzazione. Lei sa benissimo che la linea ferroviaria del Brennero è quasi ultimata, e sono certo che questa sua idea non sarà accolta con benevolenza nelle sale del palazzo a Vienna. In un certo senso si tratta di mettersi in diretta concorrenza con i progetti dell’Imperatore. Inoltre non tutti, qui nella vallata, vedono di buon occhio l’avvento di quello che chiamate progresso.”

Josef era sconfortato. Si rendeva conto che le parole del vicario corrispondevano alla verità.

“Tuttavia,” riprese con voce stridula, “credo che, per quanto ambizioso, questo progetto possa anche suscitare il mio interesse. Ma ho bisogno di tempo per rifletterci.”

Gli occhi di Josef si ravvivarono di nuovo, intravedendo una possibilità nelle parole del Vicario.

“Bene, allora crede che si possa…”

“Non ho finito, Herr Tinzl.” Il tono severo lo fece sentire come uno scolaro disubbidiente. “Voglio avere delle informazioni in più sul progetto. Voglio dei dati precisi: tempi, costi. Ma soprattutto,” disse ingollando l’ultimo sorso di vino, “che cosa ne verrà in tasca a me, dopo.”

Josef sorrise goffo, un po’ per la gioia di non vedersi chiudere ogni possibilità al primo tentativo, un po’ per timore. Quell’uomo aveva uno fascino inspiegabile. Il tono della voce presentava qualcosa di inaspettato, malizioso, quasi maligno. Parlando con lui, si aveva sempre l’impressione di non avere mai il quadro completo sotto gli occhi: sembrava custodire qualche particolare, il dettaglio fondamentale.

Il sorriso di Fromm sembrava ora diverso, più intenso. Pareva quasi un ghigno e, assieme alle sopracciglia fini e appuntite, gli conferiva un aspetto diabolico.

Josef sentì crescere il disagio. “Si… ehm… certo, signor Vicario” balbettò. Poi si alzò, cercando di riacquistare la padronanza della voce con un lieve colpetto di tosse, e si diresse verso la panca sulla quale aveva appoggiato giacca e cappello. Rigirandosi verso il tavolo, vide il Vicario versarsi un altro bicchiere, mentre era intento a osservare le carte che gli aveva portato. Il suo aspetto sembrava tornato bonario.

“Vedrò di farle avere al più presto le informazioni che desiderate, signor Vicario.”

“Lo spero davvero, Herr Tinzl. Addio.”

Günther Fromm si sporse sul davanzale che dava sul cortile interno.

“Jurgen, Gerard!” Urlò.

Dall’arco che conduceva alla cantina uscirono i due figli.

“Cosa stavate facendo in cantina, eh?”

“Niente padre…” rispose incerto il maggiore, “stavamo solo…”

“Ah! Sempre a bere, voi due. Mai che combiniate qualcosa di buono. Chiamate Christof, e ditegli di preparare la mia carrozza, devo andare da Johann.”

“Ancora al Franzenfeste? Ma non avevate già…”

“Non discutere con tuo padre. Fa quello che ti ho detto, e sbrigati.” disse rientrando in casa. “Quei due impiastri. O stanno a bere, o spariscono per i boschi. Nemmeno di loro mi posso più fidare.”

Primi di marzo 1867, Nei dintorni di Maso Corto

Negli ultimi giorni avevano continuato a seguire le tracce lasciate dal fuggitivo. Prima erano arrivati fino a Maso Corto, e da li stavano ripartendo in direzione della Val di Mazia.

“Dove diavolo ci vuole portare quel bastardo?” disse Siegfried con rabbia. Hans comprese subito il motivo dell’aggressività: sua figlia era stata trovata morta circa un anno prima, proprio alle pendici della Saldurnspitze, sul versante della Val di Mazia. Per lui doveva essere molto dolorosa l’idea di rivedere quei luoghi.

Il freddo era intenso. Le difficoltà incontrate lungo il percorso avevano messo a dura prova la tenacia dei Saltner. Prima di partire da Maso Corto si erano procurati delle giacche più pesanti e delle coperte, in modo da proteggersi durante la notte. Ma Martin non aveva nulla del genere con sé, e Hans continuava a chiedersi come potesse sopravvivere. L’unica risposta, pensò, risiedeva nella sconfinata conoscenza dei luoghi, e soprattutto nell’infinita forza d’animo di quell’uomo.

Davanti a loro si stagliava la Saldurnspitze, mentre sulla destra si vedeva la punta Oberettes. Le tracce portavano dritte nella parte più bassa tra le due montagne, l’unico passaggio attraverso il quale sarebbe stato possibile arrivare in Val di Mazia in quella stagione.

Da quel punto le due montagne apparivano splendide, giganti assonnati avvolti in una candida coperta. Erano molte le leggende narrate su esse, e Hans rammentò la volta in cui sentì Gerard e Jurgen, i figli del Vicario, parlare di quei luoghi. Era capitato di domenica, dopo la messa. Jurgen si stava pavoneggiando davanti ad alcune ragazze, mentre Gerard era rimasto un po’ in disparte, osservando con sguardo severo il fratello. Jurgen iniziò a parlare dei riti che, secondo la leggenda, avrebbero fatto confluire alle pendici di quei monti moltitudini di persone dalla Val Senales e, attraverso la Val di Mazia, dalla Val Venosta. Proprio in quel momento, Gerard gli si avvicinò a grandi passi, lo strattonò per la giacca e lo portò via. Hans li seguì con lo sguardo, e da lontano vide Gerard arrabbiarsi con il fratello.

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