Spauracchi 2

Febbraio 1867, da qualche parte in Val Senales

Aveva lasciato delle tracce, come altre volte di recente. I quattro Saltner concordavano: era passato di lì.
Hans fu il primo a parlare. “Non capisco, un Saltner esperto come lui dovrebbe accorgersi quando lascia tracce così evidenti. Avrebbe potuto nasconderle. E poi sono strane…”
“È stanco, solo, affamato e in fuga da mesi; secondo me inizia a perdere lucidità.”
“Non credo, Sigfried, non credo. Lo conosco bene, ci sta segnalando una pista.” L’espressione pensierosa di Hans, mentre scrutava il sentiero, preoccupava i compagni di viaggio.
“Hans devi smettere di credere che non sia stato Martin, chi altro…”
Il vecchio Saltner interruppe quelle parole. “Si è diretto verso nord.”
“Fa troppo freddo lassù, c’è troppa neve.”
“Le tracce sono piuttosto chiare, anche se c’è qualcosa di strano.”
La giornata era stata limpida e temperata. L’odore del sottobosco umido riempiva l’aria d’aromi di fungo e aghi di pino; aveva piovuto nei giorni scorsi e in quota, sulle pendici delle montagne, era caduto uno spesso strato di neve.
“È ora di cercare un riparo. Le ombre si allungano dalla cima delle montagne. Presto sarà buio. La giornata è stata calda, ma questa notte sarà molto fredda.”
Nascosto nel fitto della boscaglia, a poche centinaia di metri, guardò i quattro uomini dirigersi verso la casa isolata di un contadino. Si rilassò, e sorrise. Hans aveva capito, o per lo meno così gli era parso. Si voltò e diresse lo sguardo a nord verso il Maso Corto. Era giunto il momento di cercare riparo dal gelo della notte. Non aveva mai dormito all’aperto in quota d’inverno, sarebbe potuto morire assiderato. Doveva crearsi un riparo prima del buio. Pensò a cosa lo stesse attendendo, non era una sua scelta. Non aveva avuto scelta.

Settembre 1866, Glorenza, abitazione di Hans

“Mi hanno raccontato del problema che hai avuto con il Vicario la scorsa settimana, Martin.” Erano seduti al tavolo, la luce delle lampade a olio illuminava tremula le pareti della stanza.
“Dispone di noi e delle terre a suo piacimento. Trenta fiorini… Maledetto. Se penso a quando l’ho accompagnato fino alla fortezza in Val d’Isarco, al Franzensfeste, al tono amichevole in cui mi parlava. Chissà quali loschi affari con gli austriaci è andato a concludere lassù. Scommetto che ha a che fare con la ferrovia che stanno costruendo da quelle parti. Progresso lo chiamano… Progresso per chi? Per i potenti, ecco per chi.” Martin si alzò e si diresse verso la finestra, a osservare la sera scendere piano sulla valle. Poteva vedere la cima innevata del Weisskugel; gli ultimi raggi di sole tingevano di rosa la sua vetta.
“Calmati Martin, non farmi ancora una volta la predica su come il progresso non porterà nulla di buono per i contadini delle valli.”
“No Hans, non è una predica,” si voltò verso l’amico, “e mi hai frainteso. Sono convinto che la ferrovia porterà qualcosa di buono, ma a che prezzo? Puoi anche scrivertelo adesso, questo progresso farà più ricchi i ricchi e più poveri i poveri.”
“Capisco, capisco e concordo. Ma tu sei troppo impulsivo. Così ti rendi nemico di molti.” Gli sorrise, e pensò a quanto in Martin rivedesse se stesso. Giovane, diciotto anni prima, quando aveva lottato a Cortina per cambiare le cose. Contro L’Impero e contro gli ampezzani fedeli all’aquila. Pensò a quanto il tempo cambia le persone, e un velo di tristezza gli ingrigì gli occhi azzurri.
“Ora siediti, e raccontami ancora una volta di quando accompagnasti quell’inglese fino alla cima del Weisskugel, come si chiamava?”
Martin si rilassò e sorrise. L’amore per le vette era troppo grande, quelle pareti scoscese e quei sentieri sulle creste lo facevano sentire vivo. I panorami di lassù, le distese di cime innevate e le valli verdeggianti gli avevano insegnato quanto gli uomini fossero insignificanti, e presuntuosi, al cospetto della natura.
“Freshfield, si chiama Freshfield. C’erano altri due inglesi, non ricordo il nome… gentili, adoravano le montagne. Uno di loro mi regalò pure il suo intero equipaggiamento. Era solo la seconda volta che qualcuno raggiungeva la vetta del Weisskugel, lo sapevi? E il panorama da lassù. Hans… oh, il panorama.”

Febbraio 1967, Val Senales

Si risvegliò alle prime luci dell’alba.
Calore, ne aveva bisogno. Il riparo che si era creato addossato a un albero lo aveva protetto dal gelo. I cumuli di neve che aveva eretto a protezione del tronco della conifera formavano un semicerchio coperto da alcuni rami. Aveva ammassato la neve in pareti più alte possibile e aveva coperto il tutto con rami secchi, in modo da farli poggiare ai rami inferiori della conifera e alla neve. Si era permesso di accendere un piccolo fuoco, non voleva cha la luce fosse visibile, anche se, costruito così, era difficile che un bagliore uscisse dal riparo. Era bastato a sopravvivere. Doveva scendere a valle il più presto possibile. Se solo avesse trovato tracce chiare per capire in quale direzione muoversi.

***

I quattro Saltner lasciarono la casa del contadino poco dopo le prime luci dell’alba.
“Le ultime tracce trovate ieri puntavano verso Maso Corto, verso gli alpeggi.” Hans guardò il cielo mentre parlava: “oggi le montagne sembrerebbero essere ancora clementi con noi, e regalarci ancora sole.”
“Credo anch’io, ma le nubi laggiù verso l’Austria non promettono nulla di buono. Penso che il tempo cambierà, ed essere lassù all’aperto diventerà molto pericoloso.”
Si misero in cammino in direzione nord, avanzando con difficoltà nella neve. Dopo circa venti minuti di cammino arrivarono alla piana. Hans si guardò in giro. Spostò lo sguardo da destra, oltre il dosso coperto di neve e conifere, là dove inizia la stretta valle che porta al Similaun, a sinistra, alla continuazione della vallata principale che porta fino a Maso Corto. Le due pareti di roccia e neve che salgono fino a congiungersi nel catino di vette che circondano il Maso. Martin la conosceva bene; da lì era salito al Weisskugel.
Sigfried era preoccupato. “Non può essere andato lassù, è un suicidio, la temperatura è troppo bassa di notte, è troppo esperto della montagna per andare a morire assiderato.”
Hans rifletteva in silenzio guardando negli occhi i compagni di viaggio. Era facile percepire il timore per la loro stessa vita. “Hai ragione, non può essere andato al Maso, per quanto possa aver perso la lucidità non morirebbe mai in questo modo. Dividiamoci e cerchiamo tracce che ci aiutino.” E tra sè penso: ‘cosa è venuto a fare quassù?’

Laboratorio di Peter Mitterhofer

Peter non riusciva a togliersi dai pensieri la visita di poche notti prima. I lavori sul secondo prototipo di macchine per scrivere erano rallentati da quando Der Geist gli aveva fatto visita, e non poteva permetterselo data l’imminente fiera di Vienna. Peter contava molto sul secondo modello, era riuscito a risolvere alcuni dei problemi che caratterizzavano la Mitterhofer n° 1. Ora aveva bisogno di finanziamenti per continuare il suo lavoro.
Der Geist. Perché lo aveva visitato? Per Peter ormai era tutto chiaro, le parti del rebus erano quasi completate. Ora ciò che lo preoccupava di più era il futuro. Avrebbe dovuto rivelare l’identità di Der Geist? O tacere, diventando così suo complice? Doveva parlare con Hans, lui avrebbe saputo cosa fare, ma Hans era da qualche parte sui monti.
L’unica spiegazione che era in grado di dare alla visita era che Der Geist voleva servirsi di lui per comunicare un messaggio. Lui solo, ora, sapeva l’identità del fuggitivo, e non lo avrebbe tradito. Non avrebbe rivelato quel nome a nessuno. Non prima di aver parlato con Hans, almeno. Forse era proprio quello che Der Geist sperava.

Val Senales

Dopo essersi levato dal giaciglio, aveva osservato con attenzione attorno a lui. Nessuna traccia dei quattro inseguitori. Si era mosso con cautela e aveva iniziato la sua ricerca. Non c’era voluto molto tempo. Guardò verso valle senza riuscire a vedere alcun movimento. Ma era in quella direzione che doveva andare.
“Ehi, ho trovato qualcosa!” Le urla colme d’emozione giungevano dal versante ovest della montagna, poche centinaia di metri più a sud della posizione in cui si trovava Hans. Corsero tutti nel punto da cui Franz aveva gridato. Hans si accucciò e guardò il ricovero per la notte che era stato costruito. Un riparo di fortuna per sopravvivere ai rigori notturni. Era stato Martin. Ne era certo. Era stato lì quella notte. Sotto la cenere i tizzoni emanavano ancora calore, quel fuoco non era stato spento più di cinque, sei ore prima.
“Cerchiamo ovunque, è partito da qui poche ore fa, bisogna capire in che direzione è andato… deve essere vicino, molto vicino. Dobbiamo raggiungerlo.”
Hans immaginava la scena svoltasi in quel bosco poche ore prima. Martin dopo il risveglio si era aggirato cauto nei paraggi, le tracce parlavano chiaro. Perché? Cosa stava cercando? Si era mosso a cerchi concentrici via via sempre più ampi. Non è un comportamento da fuggiasco, bensì da inseguitore.
“Hans, corri, Hans vieni a vedere questo!” Sigfried poche decine di metri più a valle aveva trovato qualcosa.
Bastò uno sguardo rapido. Orme nella neve. Tante, troppe orme nella neve. Come aveva fatto a non capirlo prima? Si diede dello sciocco mille volte. Le indicazioni le aveva avute davanti agli occhi più e più volte, negli ultimi giorni. Non aveva voluto ascoltare quella voce che dentro di lui suggeriva che qualcosa non tornava. Ora capiva. Un brivido gli percorse la schiena.
Erano in due, c’era qualcun altro su quelle montagne. E Martin lo stava inseguendo. Martin non era in fuga, Martin stava inseguendo qualcuno.

Nello stesso momento, Glorenza

Il Vicario si stava dirigendo verso casa, l’andatura tipica, veloce a piccoli passi, le mani intrecciate dietro la schiena, lo sguardo basso. Udì qualcuno avvicinarsi di corsa e rabbrividì. Si volse di scatto. Riconobbe Karl, il Giurato. La tensione in cui viveva da mesi lo aveva tramutato in un pavido. Quando era solo temeva la sua stessa ombra. Temeva Der Geist.
“Vicario, Vicario. Terribili notizie.” Karl si avvicinava sbracciandosi come in preda a una crisi. “Avevamo ragione Vicario, purtroppo è come temevamo, dobbiamo immediatamen…”
“A cosa ti riferisci, Karl? Hai forse perso il senno?” Riuscì a mascherare la tensione con il tono duro della voce.
“Mi scusi Vicario. Vostro fratello, signore, vostro fratello…”
Il Vicario sentì le gambe cedergli. “Cosa? Per l’amor del cielo, cosa?”
“È fuggito dal sanatorio, dicono di non avere notizie di lui da tempo.”
“Dannazione, sapevo che la scelta del sanatorio a Venezia era una pessima idea… Da quanto non hanno più sue notizie? Perché non siamo stati avvertiti?”
Karl era imbarazzato, odiava non poter rispondere in maniera appropriata al Vicario. Quell’uomo lo intimoriva, nonostante la bassa statura e il ventre prominente gli conferissero un’aria bonaria. C’era qualcosa nel suo sguardo, un abilità di incutere timore, senza muovere un muscolo, senza sbattere le palpebre.
“Non saprei, il corriere non mi ha saputo dire. Ma posso informarmi.”
“Basta. Non m’interessa. Tieni la notizia per te. Non parlarne con nessuno, intesi? Nessuno.”
Il Vicario si allontanò, la testa immersa in pensieri e incubi: suo fratello, le grida mentre lo portavano via, quella notte fredda… La notte in cui tutto cambiò. Avrebbe dovuto essere più cauto allora, nulla sarebbe successo, se solo fosse stato più cauto.

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