Il Lario, i norvegesi e sei vagoni derelitto

Anche un modesto Truck Driver di periferia e il suo bizzarro nucleo familiare nel fine settimana, a volte, emigrano sul litorale del lago di Como per qualche ora di refrigerio: zoccoli bianchi bucherellati, vistosi costumi a stelle e strisce o gialli fluorescenti  à la Borat (Genio!!!!! Genio!!!!), giganti panini imbottiti a 5/6 strati e musica gitana sparata a mille (anzi, a tre – massimo) da una ridicola radio portatile a forma di orsetto per bambini. Ma quando si spinge a cotanta gita fuori porta, un buon camionista NON ha voglia di guidare e dunque ci va in treno. Detto fatto.

La giornata si consuma piacevole, soltanto una manciata di momenti di tensione tra il capo famiglia e – nell’ordine – i vicini di asciugamano, i vicini di tavolino al bar, i vicini di tuffo, i vicini di ombra ritagliata per sbranare i panini multi-strano, i vicini di cesso pubblico. I soliti futili motivi, solo scuse per scaldarsi un pò. Per il resto, nulla di particolare da segnalare, se non una torre umana a quattro piani durante il bagno del pomeriggio (Truck Driver e le sue tre donne di famiglia arrampicate una sull’altra, piccola camionista dueenne in cima), che ha riscosso meraviglia e qualche applauso, e un nuovo battibecco di una trentina di minuti tra il sottoscritto e un gruppo di agenti di polizia locale intenzionati a fermare il numero da circo spontaneo. Se la sono presa, parrebbe, per un coltellaccio da cucina che avrei estratto di colpo, durante la discussione, oscillandolo minaccioso. A poco è servito chiarire che dovevo solo pulirmici l’unghia di quattro centimetri del mignolo della mano sinistra.

 Al ritorno, alle 18:00 circa, nell’assolata e deserta stazione di Lierna un caldo infernale e soltanto un gruppetto di persone annidate all’ombra, in attesa del treno per la pianura padana. Non sono italiani, ovvio, sono biondi turisti in brache corte e faccia paonazza dal calore; figurati se gli italiani prendono il treno per andare al lago, la domenica. Accanto alla ferrovia, la strada statale è già una coda unica di auto a passo d’uomo per il rientro. Sorrido, quasi supponente nel pavoneggiarmi per l’enorme senso civico che mi sorprendo a esibire, frequentando stazioni ferroviarie. Sorrido beffardo alle facce che mi osservano, oltre il basso recinto di pietra, chiuse nelle loro auto in ebollizione. Fatevi la fila, fatevi… io invece adesso mi siedo bello comodo in treno a gustarmi uno dei panorami più famosi al mondo… il Lario… è riprodotto anche a Las Vegas, cazzo… non vedo l’ora…

Poi sento il treno avvicinarsi alla stazione, ma ancora non stacco lo sguardo di sfida al serpente di automobili. Le ragazze stanno già appostandosi per la salita in carrozza. Solo dopo che i fischi lacera-timpani dei freni tirati si interrompono, a treno fermo, mi volto verso il convoglio con il sorriso stampato sulle labbra. Mi viene un colpo. Strofino gli occhi, guardo ancora. Non è possibile.

Una breve fila di vagoni che definire malridotti è una grave sopravvalutazione. Butch Cassady e Sundance Kid di certo assalivano treni migliori, nel vecchio West. E i convogli della metrò di New York nel film ‘I guerrieri della notte’, quelli del Bronx ecc., al confronto paiono quelli del TGV. E la cosa più incredibile: i finestrini, tutti i finestrini di tutti i sei vagoni che compongono il treno derelitto sono talmente sporchi e opachi, ma talmente lerci, da non riuscire a guardare attraverso. Neanche sforzandosi, e neanche in un punto. Niente. Nulla. Nada. Niks. Dunque nessun lago, nessun panorama. Cioè, uno degli scorci italici più conosciuti e apprezzati, in una domenica di luglio, in pieno periodo vacanziero e turistico, non è visibile dall’interno del treno perchè i finestrini non lo permettono.

Mi incazzo uguale ancora adesso, solo a ripensarci. Ma come è  possibile? Voglio parlare col responsabile. Subito! E quei poveri norvegesi, che ho ancora alle spalle? Stanno leggendo la guida sull’Italia, sono tutti entusiasti, ma adesso li sento proferire parole sconosciute ma certamente basite. Che cazzo di idea avranno di ‘sto paese? Da bravi prendono il treno  – gli unici, i coglioni autoctoni invece intasano strade e polmoni sulle loro auto da pseudo benestanti cerebrolesi – e si trovano questa indecenza. Non riescono nemmeno a vedere il lago, appena sotto la ferrovia. Che cazzo, qui il Truck Driver deve intervenire! Arriva il controllore. Mi frego le mani, allontanandomi di qualche passo dalla prole ascoltante.

‘Ecco qui il nostro biglietto, capo. Un giusto contributo a ‘sta merda sulla quale viaggiamo.’

‘Pensa io che ci lavoro.’

Non fa una grinza, ma fa niente. ‘Bel treno, complimenti. Bel panorama. Bravi. Bravi tutti a Trenitalia. Solo i convogli migliori, gran professionisti. ‘

Accelera il passo, sente odore di guai. In verità voglio solo un pò rompere i coglioni. Così, per chiudere bene la domenica. Ma poi lascio stare, in fondo davvero lui non c’entra niente. O meglio, c’entra un pò, come tutti noi c’entriamo un pò nella situazione tragicomica in cui ci siamo andati a cacciare. Sorrido ai norvegesi, faccio loro il segno del pollice sù.

‘Bella l’Italia…’

E loro: ‘Bella!’

Guardo verso il finestrino. ‘A vederla…’

Ridono.

Metto altra musica gitana dalla radio a orsetto e mi siedo tranquillo a sudare e guardare l’opaco di fine domenica dal mio bel finestrino di treno regionale.

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2 thoughts on “Il Lario, i norvegesi e sei vagoni derelitto

  1. Ma l’unghia del mignolo di 4cm è stata bucata per applicarvici un piccolo piercing? chessò una gemma o un anellino… sennò non vale eh! 😀

    Comunque anche a me piace giudare… il refuso è un lapsus freudiano? :D:D

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