Alan Pauls, Storia del Pianto (recensione)

More about Storia del piantoNella prima delle lezioni americane Calvino scrive della leggerezza e del suo contrario come due modi d’essere della narrazione, forze uguali ma contrapposte che non si incontrano quasi mai. Uno scrittore – ciò che produce – o è pesante o è leggero. È una questione ontologica. Mescolare i due elementi è difficile se non impossibile,  sono come acqua e olio. Si può mascherare il primo da secondo e viceversa ma andare oltre significa sconfinare nei territori del genio (Calvino scomoda Dante). Eppure c’è almeno un paese che permette con naturalezza sfrontata questa mescolanza letteraria anche a chi genio non è: l’Argentina. Alan Pauls – bonaerense classe ‘59 – fa parte della schiera di scrittori con il dono del  mestolo. Versano un parte di leggerezza e una parte di pesantezza nel  calderone e rimestano di tanto in tanto in attesa del bollore, senza  battere ciglio. Storia del pianto (Fazi, pp. 117, € 14, trad. di Maria  Nicola) è bilanciato: i due elementi sono in  sintonia, entrambi presenti non in alternanza, ma allo stesso momento, nella stessa frase, addirittura nella stessa singola parola. Pathos e ironia, introspezione e azione, intimismo e politica.
La struttura narrativa è un unico movimento fatto di cambi ritmici repentini, di prolessi e analessi, di ricordi e sensazioni di ricordi che creano una vera e propria schizofrenia temporale con un solo punto fisso: una data che fa da ago della  bilancia.
La trama è esile come la bava di un baco, e, sottoposta a tensione, si sgretola sotto le sollecitazioni della scrittura di Pauls ma, nota dolente, ancor di più sotto quelle esercitate dal lettore. È un racconto intimo più che un intreccio vero e proprio, fa  perno sulle sensazioni e sul vissuto di molti argentini, e usa gli  stilemi tipici della narrativa contemporanea che gravita attorno a Buenos Aires e da qui possiamo coglierne o immaginarne solo alcune sfumature.
La storia? Il protagonista fin da bambino esercita l’arte della  sensibilità fino a sviluppare una naturale predisposizione all’ascolto degli altri che si aprono con lui come cataratte. Una capacità che cura e coltiva come prerogativa identitaria per sopperire all’egoismo dei suoi genitori. Un giorno però, in piena passione politica  adolescienziale, assiste in diretta televisiva al golpe cileno. Vorrebbe piangere, la cosa che gli riesce meglio, ma non ci riesce. La (sua) storia del pianto termina l’11 settembre 1973 (l’ago della bilancia). Se il libro si fermasse qui, potrebbe essere un ottimo racconto sul peso lieve o sulla lievità grave delle emozioni, ma Pauls sembra voler a tutti costi cesellare l’intreccio a colpi di scalpello storico e introduce la  figura di un ambiguo militare vicino di casa… Finale grottesco, involontariamente grottesco. Peccato.
Avviso ai naviganti: in Argentina, oligarca e militante hanno lo stesso significato che avevano – quarant’anni fa – borghese e compagno a queste latitudini.

Recensione pubblicata su Blow Up, maggio 2010

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