Best of

Allora, questa settimana è pasqua e io, da buon pagano, la festeggerò bevendo sangue appena sgorgato da pipistrelli sezionati all’uopo, frastornato da musica heavy metal di ispirazione satanica e circondato da giovani suicide girls che non vorranno altro che sesso, sesso, sesso. Vorrei tanto raccogliermi in preghiera e meditazione come voialtri fedeli – perlomeno, essendo battezzati e NON sbattezzati figurate ancora come tali – che magari senza saperlo continuate a contribuire al versamento nelle casse di… quelli là di quote della vostra dichiarazione dei redditi (ricordate, un ‘cinque per mille’ non assegnato significa ripartito in proporzione tra i beneficiari maggiori, e indovinate chi è il primo della lista?). Vorrei fare penitenza ma non posso proprio, il destino mi ha condannato ad errare in eterno e a perdermi tra le caducità umane, come un empio qualsiasi. Come dite? No, vi sbagliate, le mie figlie da teenager saranno invece tutte casa e scuola e chiesa, non fate gli spiritosi…

Dunque questa settimana niente post fresco di giornata della serie ‘vista dal basso’. A proposito, questo è il link alla pagina che li contiene tutti:  https://kaizenology.wordpress.com/category/vista-dal-basso/ Scusate ma alcuni parenti da Abbadia di Montepulciano mi hanno chiesto dove trovarli, e io ho detto loro che è presto per l’antologia allegata al New Yorker e tardi per leggerli in homepage a questo indirizzo. Oggi pubblico un post della selezione Best of. Che cazzo, lo fanno tutti, perchè non lo posso fare io? E, come tutti, la motivazione è puramente paraculistica. Non ho voglia di scriverne uno nuovo, ma voglio incassare visite al sito lo stesso. Anzi, già che ci sono dò l’annuncio shock: a breve la rubrica terminerà per fare spazio a qualcos’altro. Sì, avete capito bene, vi abbandonerà per sempre. Oddio, cos’è stato? Un internauta che ha deciso di farla finita dopo aver letto? No, un momento: era più il suono dello stappare di spumanti. Bastardi. Vi mancherà ‘vista dal basso’ un giorno, io lo so. Ma allora sarà troppo tardi. Ah!

Autobahn

Come vedere una divertente commedia con Walter Matthau e Jack Lemmon e subito dopo una puntata di Report. O ascoltare tutto il repertorio di Johnny Cash, quella voce impareggiabile, con il miglior impianto hi-fi del mondo e non sapere più come spegnerlo quando scivola dentro per sbaglio il greatest hits di Eros Ramazzotti. E la porta della stanza è bloccata. O come farsi un lungo bagno rilassante in una lussuosa vasca idromassaggio e poi sottoporsi a un energico peeling con la carta vetrata (gli amanti delle SPA dovrebbero gradire quest’ultima similitudine, poi magari mi spiegano perchè quando si chiamavano ‘terme’ non interessavano a nessuno se non a vecchie megere e adesso invece che si chiamano ‘SPA’ le vogliono tutti e costano un occhio della testa).
Fastidio estremo.
Quello che provo ogni volta che viaggio rientrando in Italia dal Nord Europa, in automobile. Mi succede sempre, non so come evitarlo. Parto di buon’ora da Lochem, situato a est del fazzoletto di terra nederlandese, vicino alla Germania, ‘dove abitano i contadini’ direbbero a Rotterdam o Amsterdam. Panini, mele e i corrispondenti olandesi dei ‘Billy’ pronti nello zainetto, famiglia debitamente allacciata alle cinture. Inanello le ormai consuete 34 rotonde nell’arco di cinque chilometri in direzione dell’autostrada, in mezzo ai campi, accendo la radio che trasmette i migliori successi natalizi (o estivi), fischietto felice lasciando scivolare la mia gloriosa Fiat Punto azzurra metallizzata sull’asfalto bagnato di una finissima pioggerella, con punte di velocità che rasentano addirittura i 70 chilometri all’ora. In Olanda hanno una decina di nomi diversi per definire i vari tipi di pioggia, ma adesso non me li ricordo. E non ridete, noi abbiamo una decina di nomi diversi per definire i vari tipi di mafia (camorra, ‘ndrangheta ecc..).
L’autostrada – gratuita – è praticamente sempre deserta o quasi, le ampie corsie occupate in prevalenza nella parte destra, la distanza di sicurezza tra i veicoli addirittura esagerata. Secondo gli standard italiani, ovvio. Per il resto del mondo è quello che dovrebbe essere. Guidare in Olanda è bellissimo, una volta vinto il panico all’inverso dei primi minuti: tutti sono lenti, lentissimi, al limite dell’imbranato. Le biciclette la fanno da padrone, ai semafori l’incolonnamento è imbarazzante da tanto che è preciso, onesto, pulito. Devo affrontare sempre un primo momento di estrema difficoltà, vorrei sgommare a 130 all’ora con giù i finestrini e Fabri Fibra nell’autoradio, così, giusto per essere ‘contro’. Poi realizzo che non siamo in Italia, che essere ‘contro’ non ha molto senso se non c’è qualcosa dall’altra parte, e comincio a godermi il relax di una guida mai sperimentata nel perimetro dei nostri confini nazionali.
Poi si attraversa la Germania. Autostrada anche qui gratuita, traffico più sostenuto ma sempre ordinato, corsie di destra sempre occupate, distanze e sicurezza sopra ogni cosa. Macchinoni di lusso dalle grosse cilindrate in rispettosa attesa della manovra o del sorpasso anche della più sfigata scatola di sardine viaggiante. Ci mancherebbe. Crepi l’avarizia, mi fermo anche all’autogrill tedesco, che non è Autogrill ovviamente. E qui un pò il Fattoria e il Camogli italici mi mancano. Prendo mezzo litro di brodaglia scura calda, osservo il delizioso cattivo gusto nel vestiario degli avventori, faccio la mia migliore faccia impotente al tizio che mi rimprovera per non avere moneta, davanti ai gabinetti. E proseguo. Mancano solo otto/nove ore di viaggio, che vuoi che sia…
Mi sono sempre chiesto DOVE SONO le città tedesche. Ho percorso centinaia di chilometri di autostrada tedesca nella mia vita e non ho mai visto un agglomerato urbano dalle corsie di marcia. Solo verde, foresta, rast hatte (le aree di sosta) e ancora verde. Niente case o balconi a 5 metri di distanza dai guard rail come nella Serravalle (Milano-Genova), niente sfilza di capannoni fatiscenti o troppo nuovi lungo le tangenziali, con montagnette di rifiuti annessi. Niente di tutto questo. Dunque forse è meglio fare prima un progetto per stabilire dove far passare le strade e poi organizzare l’espansione del territorio, piuttosto che lasciare che ognuno si espanda come crede e poi dover stendere la lingua d’asfalto tratteggiata di bianco a zig zag.
Dettagli.
Procedo. Entro in Svizzera. Basilea. Questa sì, brutta a vedersi. Ma per l’autostrada paghi un bollino annuale, dal prezzo ragionevole, e nulla più. Tra l’altro, così facendo, giustamente favorisci i cittadini locali, che pagano quanto il turista solo di passaggio. Sulla Svizzera non entro nel merito. Magari farò un post a parte. Molti credono gli svizzeri siano una specie di pastori dalle guance rosse e la piuma sul berretto verde, ma se li frequenti e li conosci, soprattutto i giovani, ti accorgi che sono molto più avanti della sedicente avanguardia dello stile italiana, catalana o berlinese che sia. Andateci, incontrate giovani svizzeri e decidete di persona.
D’un tratto, dopo la galleria del San Gottardo, si respira già un pò l’aria del Sud Europa. Mi piace, così come mi piace constatare che quasi sempre le nubi nel cielo sono svanite o si sono diradate, dopo. E’ un pò uno spartiacque, il San Gottardo. Di qui la tarantella, di là il duro accento degli svizzeri tedeschi. Ma non è questo il punto. Il punto è che, passati Airolo, Ambri-Piotta, Biasca, Bellinzona, Rivera, Lugano, Mendrisio e Coldrerio c’è la frontiera autostradale di Chiasso, dopo la quale nulla è come prima. Ogni volta imploro un qualche dio che non sia più così, provo a convincermi che forse, durante i miei dieci giorni di assenza, qualcosa è successo, qualcuno ha visto la luce, il paese è cambiato, gli italiani sono diversi. Povero illuso. Passo davanti alle facce annoiate del poliziotto o finanziere di turno, dentro il gabbiotto o lì accanto, in piedi, che fanno cenno di ‘circolare, circolare’. Sorrido contento, come se fossi riuscito a entrare in suolo italico con della droga, e non è un fatto da escludersi a priori, in ogni caso. Sorrido perchè tutto è andato bene, perchè in dieci ore circa ho attraversato l’Europa con un viaggio sereno, tranquillo, quasi in scioltezza. Però manca ancora il tratto Como-barriera di Milano. Una cinquantina di chilometri scarsi.
Cerco ‘lifegate’ alla radio e a meno di dieci secondi dall’entrata in Italia mi prendo la prima immancabile scarica di abbaglianti nello specchietto: la bmw dietro di me, con quei maledetti fari bianchi come il ghiaccio che glieli frantumerei con un blocster, che fino a due chilometri prima si era comportata come un agnellino spaesato nel paese delle regole certe, mi sta appiccicata al culo in corsia di sorpasso, continua a sventagliare i prodigiosi fari sulla mia targa posteriore e pretende strada libera. Non ho voglia di litigare, ma ben volentieri la tengo dietro apposta per svariati secondi (fosse per me non la farei più passare, ma devo fare i conti con chi è con me in macchina). Poi la faccio passare, e mi prendo un bel dito medio che ricambio con soddisfazione. Poi sento un clacson impazzito appena dietro, due auto che litigano, in corsia di sorpasso vedo in lontananza un mostro gigantesco a quattro ruote che piomba a 160 all’ora minimo e fa gli abbaglianti a chiunque, per tenere la strada sgombra dai pezzenti. Non ci posso credere. Auto incollate una all’altra, auto che cambiamo corsia d’improvviso e senza freccia, auto che sorpassano a destra. Bentornato in Italia. Sorrido amareggiato. Alzo il volume della musica. ‘Psycho Killer Qu’est-ce que c’est?‘ Devo ricordarmi di fondare le Brigate Anti-Criminali della Strada, un giorno. Con tanto di blocster e passamontagna in dotazione.

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2 thoughts on “Best of

  1. Grazie per questo post.
    Ti ragalo quest’immagine in cambio:

    Notte fonda, lampioni giallini che riverberano sulla neve, un incrocio deserto, semaforo rosso (sì, anche alle 3 del mattino in una cittadina deserta).
    Due italiane, un americano, una tedesca, un ungherese e un greco.
    Buttano un occhio distratto alla strada, vuota come i bicchieri di sidro che hanno lasciato al bancone del pub pochi istanti fa.
    Attraversano con noncuranza.
    Sull’altro lato della strada un gruppetto di finlandesi di età e sesso assortiti sbarrano gli occhi, bisbigliano tra loro, alcuni scuotono la testa, guardano il semaforo, sempre rosso. Uno alza le spalle, guarda a destra, guarda a sinistra. Butta un occhio agli stranieri, “stranamente” incolumi. Fa un cenno agli altri.
    Con una buffa espressione di conquista, attraversano.

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