Crossover. Per una filosofia popular (4 di 6)


marx_brothers.jpgLa merce

La pop filosofia si fa strategicamente carico di questo rischio.
Il che significa che prova a fare un buon uso perverso di certi dispositivi come anche di una certa condizione del mercato editoriale e del proprio carattere di merce – almeno nella misura in cui la pop filosofia decide di usare la forma libro.
Impossibile evocare lo spettro del pop senza evocare lo spettro della merce.
La pop filosofia non esorcizza questo spettro. In questo fa un passo in avanti rispetto alla rappresentazione ideologica che la filosofia tende a dare di se stessa nel mercato globale.
Proprio come la merce-musica analizzata da Adorno, la filosofia si costituisce come merce negando il proprio carattere di merce, presentandosi, sul mercato editoriale, come espressione di valori spirituali in apparenza opposti a quelli economici.
La pop filosofia decostruisce questa apparenza, e si riappropria in modo perverso del proprio carattere di merce, in una sorta di amplificazione distorta dei capricci e delle sottigliezze che una merce porta in sé.
Perché una merce non ha nulla di triviale, di semplice o di a-filosofico.
Quando si parla banalmente di “mercificazione del pensiero” si dimentica che una merce è spesso molto più complessa dei supposti pensieri puri che verrebbe a rovinare o mercificare. Leggiamo Marx: “A prima vista, una merce sembra una cosa triviale, ovvia. Dalla sua analisi risulta che è una cosa imbrogliatissima, piena di sottigliezza metafisica e di capricci teologici” [7].
Nel momento in cui non si può sfuggire a una certa mercificazione si tratta allora di usare le potenzialità metafisiche della merce stessa. E di presentare apertamente al pubblico il dissidio e la contraddizione all’opera nella merce “pop filosofia”. Parlando dell’unità degli opposti nell’arte borghese (mercato e autonomia) Adorno scriveva giustamente che “vittime dell’ideologia sono proprio quelli che occultano la contraddizione invece di assumerla […] nella coscienza della propria produzione” [8].
Questo libro assume la sua contraddizione.
È una merce – con un’anima filosofica.
Che vede, per riprendere le parole di Benjamin, “in ciascuno quell’acquirente nelle cui mani e nella cui casa si vuole introdurre” [9]. In questo si potrebbe vedere una certa affinità tra la pop filosofia e la canzone pop così come è stata analizzata da Peter Szendy [10].
Ciò che conta, qui, è aumentare la circolazione – delle idee.
Si tratta di fuoriuscire non solo dalla cittadella accademica, ma anche dalla cerchia dei cultori, per infiltrarsi là dove sembrava impossibile, fino a ieri, incontrare la filosofia.

[7] K. MARX, Il Capitale, I, 1, trad. it., Roma, Editori Riuniti, 2006.
[8] T. ADORNO, M. HORKAIMER, Dialettica dell’illuminismo, trad. it., Torino, Einaudi, 1997, p. 170.
[9] W. BENJAMIN, “La Parigi del Secondo Impero in Baudelaire”, in ID., Opere complete, vol. VII, Scritti 1938-1940, a cura di E. Ganni, Torino, Einaudi, 2006, p. 139.
[10] Cfr. P. SZENDY, Tormentoni! La filosofia nel juke-box, trad. it., Milano, Isbn, 2009, pp. 15-22.

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