Crossover. Per una filosofia popular (3 di 6)

Il fuori

Fughe sì, ma verso dove?
Verso il fuori.
Nulla a che vedere con il “pensiero del di fuori” di cui parlava Foucault. Qui il fuori è quello che per Aristotele era l’essoterico: ciò che è fuori inteso come ciò che è pubblico.
Ripresa e trasformazione di una strategia vecchia quanto la filosofia stessa: la pop filosofia è anche un ripensamento del momento essoterico della filosofia e una nuova forma di attivismo culturale e filosofico.
Ed è qui che la filosofia incontra la complessa questione della pubblicità – in tutti i sensi di questo termine: “accessibilità al pubblico”, “visibilità in pubblico”, “sovranità e statualità”, ma anche “forma di discorso diretta a ottenere dalla collettività la preferenza nei confronti di beni o servizi” – in due forme intimamente connesse e che non possono oggi essere disgiunte: critica ed esposizione.
Da una lato la pop filosofia opera un’analisi critica del rapporto sempre più stretto tra cultura di massa e pubblicità (si vedano in particolare, in questo volume, i saggi su 300, Grande Fratello e Sex and the City) intesa come potere politico. In questo senso la pop filosofia è critica e decostruzione della cultura pop, o almeno di un certo uso politico della cultura pop.
Dall’altro la pop filosofia rivendica la propria pubblicità come essere-in-esposizione del pensiero.
È quanto teorizza Tommaso Ariemma nel suo saggio su Mad Men: “Usiamo il termine esposizione sia per indicare una presentazione, sia una grande vulnerabilità. Raramente pensiamo che ‘esporre qualcosa’ coinvolga inevitabilmente entrambi. Preferiamo lasciare aperta l’ipotesi che vi sia qualcosa di integro, che qualcosa possa sottrarsi all’esposizione. A rigore, infatti, niente si sottrae all’esposizione, e alla sua ambiguità. Di integro, di intatto, c’è solo il nulla. Il pensiero non fa pertanto eccezione: per quanto lo si possa tenere al riparo, per quanto lo si indirizzi in un certo modo, il pensiero può esporre se stesso, può lanciare idee non solo subirle. Tutti possono allora diventare pubblicitari: è un altro motivo di Mad Men, il motivo che ci indirizza verso un uso inventivo del pensiero, verso una pop filosofia creativa, oltre che critica”.
Il popolare non può più essere posto solo come mera questione teorica. Con vigilanza critica o iper-critica esso deve essere praticato attraverso una nuova forma di filosofia che abbia la forza di contaminarsi con la cultura pop e di presentarsi essa stessa come opera di cultura pop. Come Peter Szendy annota nel suo saggio su The King of Pop: “La pop filosofia non è un pensiero costituito applicato a diversi oggetti della popular culture; essa è, al contrario, un pensiero che si cerca, filosoficamente, a partire dalla sua esposizione all’impuro. E lasciandosi profondamente, appassionatamente affettare. O infettare”.
La pop filosofia è una filosofia mutante – da qui i suoi tratti per certi versi mostruosi – dotata di un potere essoterico: vale a dire in grado di arrivare al vasto pubblico. Il che non significa in alcun modo che sia semplice o che non richieda sforzi. È complessa, proprio come alcune opere pop di cui si occupa: da Lost a Evangelion.
La pop filosofia è crossover in tutti i sensi di questo termine.
Crossover in quanto incrocio e contaminazione di filosofia e cultura pop.
Crossover perché mescola stili filosofici differenti.
Crossover perché arriva anche a un pubblico che di norma non legge filosofia, proprio come certi brani di musica classica che diventano un successo anche tra chi ascolta pop music.
Pop filosofia dunque come nuova forma di exoterikos logos la cui arma principe è il libro.

Voce off: Ma questo non significa adeguarsi alle norme di un dispositivo culturale dominate che detta i criteri di leggibilità, comprensione, ecc.? Non c’è il rischio di ridurre la filosofia a un prodotto dell’industria culturale?

Inutile nasconderlo. A questo rischio si espone chiunque pubblichi libri. Che lo sappia o no.
Da questo punto di vista non c’è nessuna differenza tra scrivere un saggio filosofico sull’anime giapponese Evangelion (definito da Jadel Andreetto “un’opera bifronte, essoterica ed esoterica come lo Zarathustra”) o L’Angelo necessario [6].
Il rischio è sempre in agguato. Ed è un rischio tanto più grave quanto più ci si illude di non avere a che fare con tale dispositivo – illusione particolarmente cara ai filosofi.

[6] L’Angelo necessario è il titolo (ispirato a una poesia di Wallace Stevens) di un libro di Massimo Cacciari del 1992.

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