Crossover. Per una filosofia popular (2 di 6)

Il campo

Se la filosofia è una forma di gioco o di esercizio estremo, la cultura pop e i suoi media sono, oggi, un campo d’azione imprescindibile per la filosofia.
Non si tratta di dire “che sarebbe preferibile avere a che fare con i programmi della televisione, Il padrinoLo squalo, piuttosto che con Wallace Stevens o Henry James” [5] – posizione teoricamente debole, giustamente criticata da Jameson come forma populista di anti-intelletualismo di cui non si sente certo il bisogno.
Ma di aprire un nuovo fronte filosofico in grado di misurarsi anche con i programmi della televisione, Il padrinoLo squalo. Su questo non si può non condividere quanto Taylor afferma a proposito di Derrida e Foucault: essi hanno mancato l’incontro con la cultura pop.
È tempo di portare la battaglia filosofica nella popular culture, usando le armi migliori a disposizione della filosofia: dal pensiero critico alla decostruzione. Ma in modo inedito.
E non perché, come si potrebbe affermare un po’ troppo frettolosamente, il mondo della cultura di massa è il nostro mondo, cui non sfugge nemmeno la filosofia.
Occorre dirlo molto chiaramente, e una volta per tutte.
Non esiste un solo mondo, una sola realtà. Esiste una molteplicità aperta di mondi interconnessi alla cui produzione, e alla cui conflitto – ecco in che cosa consiste la guerra dei mondi – partecipano, essenzialmente, i mezzi di comunicazione e la cultura di massa.
La filosofia si trova immersa in questi mondi. E deve prendere parte attiva alla lorotrasformazione.
La filosofia che si limitasse semplicemente ad applicarsi alla cultura di massa per operarne l’analisi o a mettere in atto “mappature cognitive” dell’universo pop per orientarsi in esso non avrebbe capito nulla dello spirito del gioco.
La filosofia deve confrontarsi con la cultura pop attraverso giochi mentali che sappiano essere, al contempo, fughe di pensiero.
Un campo da gioco, come insegna John Huston in Fuga per la vittoria, è sempre il campo di una battaglia in cui lottare e attraverso cui organizzare una fuga. Non occorre avere la forza di Platone per gettarsi nella mischia. È sufficiente la passione per il gioco, una buona dose di quella che i filosofi cinici chiamavano anaideia, “sfrontatezza”, e la volontà di non cedere alle sirene di certo snobismo accademico che è, a tutti gli effetti, solo un limite teorico.
Che la filosofia stessa si trasformi, così, in filosofia popolare, o pop filosofia, piuttosto che un rischio da evitare, è un obiettivo strategico da perseguire.
Mutazione genetica della filosofia in pop filosofia.

[5] F. JAMESON, Firme del visibile. Hitchcock, Kubrick, Antonioni, trad. it., Milano, Donzelli, 2003, p. 11.

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