LA SPOSA TURCA

GEGEN DIE WAND (2004 – Fatih Akin)

Da molto tempo ormai ho un dubbio che mi assilla: perché mai noi italiani dobbiamo sempre stravolgere i titoli originali dei film? E soprattutto perché dobbiamo per forza trovare il titolo “acchiappa-pubblico”, rischiando, come poi spesso accade, di rimediare figuracce agli occhi della critica e dei cinefili stranieri? Non so se è il caso del film Gegen Die Wand, “Contro Il Muro” letteralmente, anche perché la traduzione italiana scelta per l’occasione, La Sposa Turca, non è forse fra le peggiori mai scaturite dalle menti creative nostrane. Senza dubbio, però, il titolo italiano non ha la stessa carica emotiva di quello originale dove  la frase “contro il muro” rimanda a un gesto forte, estremo, un tentativo di suicidio di uno dei protagonisti il quale si lancia con la sua auto contro la parete di un palazzo. Devo dire che come traduttori di titoli di film stranieri, a mio avviso, noi italiani abbiamo dato il peggio tutte quelle volte che si è cercato di creare la classica “frase tormentone” che potesse essere utilizzata più volte su pellicole differenti cambiando semplicemente l’oggetto oppure il complemento oggetto. Un esempio su tutti: abbiamo iniziato con Non Guardarmi Non Ti Sento (commedia del 1989 con Gene Wilder e Richard Pryor dal titolo originale See No Evil, Hear No Evil) continuando con Non Dirmelo Non Ci Credo (altra commedia del 1991 sempre con la stessa coppia di attori il cui titolo originale inglese è Another You)  per finire con Se Mi lasci Ti Cancello, bellissimo film drammatico del 2004 con Jim Carrey il cui titolo originale recita Eternal Sunshine of the Spotless Mind. Soprattutto per questo ultimo film mi chiedo che diavolo di significato può avere il titolo italiano messo in relazione con quello originale inglese (tratto da una poesia di Alexander Pope) e scelto per rappresentare un film drammatico e psicologicamente visionario? La domanda è retorica perché è abbastanza chiaro a tutti che il titolo italiano è uno specchietto per le allodole creato ad hoc per richiamare la massa che appartiene a un target cinematografico che si nutre di spensierate commedie  americane. Ma chiudiamo la doverosa parentesi di critica dell’etimologia cinematografica speculativa e ritorniamo alla splendida pellicola turco-tedesca. Dicevamo che il film si apre con il tentativo di suicidio del quarantenne Cahit (Birol Ünel), un immigrato turco di seconda generazione che vive ad Amburgo, trasandato ed alcolista, che si è deciso per quel gesto estremo perché fortemente provato dal dolore per la perdita della giovane moglie. Ricoverato in ospedale incontra un altro aspirante suicida, una donna di nome Siebel (Sibel Kekilli), che ha provato a tagliarsi le vene. I due fanno amicizia in fretta, forse perché anche la ragazza è di origine turca. Siebel rivela all’uomo che è in cerca di un matrimonio di facciata che la liberi dalla tutela opprimente di genitori e fratello estremamente conservatori e propone a Cahit di sposarla. Dopo l’iniziale rifiuto, Cahit decide infine di assecondare la richiesta della ragazza e, con la complicità dell’amico fraterno Seref (Güven Kiraç), anch’egli turco, convince la famiglia di lei a dare il consenso alle nozze e la sposa.
I due in realtà vivono insieme come coinquilini, dividono le spese per la casa e conducono ognuno la propria vita frequentando altri partner. Lentamente però da questa convivenza nasce anche quell’amore che entrambi hanno all’inizio rifiutato e sembrano sul punto di dare una svolta alla loro relazione. La situazione, però, finisce per complicarsi anche perché la gelosia reciproca non rende più così facili i rapporti fra i due ragazzi e fra questi e i rispettivi partners occasionali. La tragedia è ormai dietro l’angolo. È un film coinvolgente, crudo ed essenziale sia nella sceneggiatura che nella fotografia ma allo stesso tempo sa essere anche poetico, di quella poesia che scaturisce dal basso ventre, decisa nei toni e nelle forme, immediata. Consiglio a tutti di vederlo, anche perché sfata un sacco di luoghi comuni sugli usi e costumi del popolo turco e ci restituisce una Mittel-Europa e una Turchia più simili di quanto non si creda, sia come stili di vita che come architetture e paesaggi. Insomma, la Turchia e già Europa e la Germania è  sempre stata medio-oriente, è inutile illudersi.

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3 thoughts on “LA SPOSA TURCA

  1. MERAVIGLIOSO film sulla passione e la (auto)distruzione, che non sono concetti poi così distanti tra loro.. :))
    ben scritto e ottimamente intrepretato- l’ho adorato

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  2. Andatevi a vedere Soul Kithcen, stesso regista, alcuni attori in comune ma tutt’altro registro… L’amico ha talento

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