LA ‘NDRINA DI VIA MUGGIA

Al Livello 57 eravamo una grande tribù, nel senso antropologico del termine, divisa in vari clan per lo più di origine geografica: Sicilia, Puglia, Alto Adige, Veneto, Lombardia, Piemonte, Toscana e dulcis in fundo, Calabria. Quello calabrese era diventato nel tempo uno dei clan più numerosi all’interno del centro sociale; si sa come operano i calabresi (ma è una teoria che si potrebbe allargare agli italiani e all’essere umano in genere), una volta arrivati i primi e dopo essersi ambientati bene, qui cumpà si mangia si beve si balla e si tromba come ‘nu puerco hanno incoraggiato altri conterranei a stabilirsi in loco. Per inciso: il sottoscritto ha sposato una calabrese, passa le sue vacanze a Crotone da parecchi anni ormai, per cui si sente in diritto di parlare di questa terra e dei suoi abitanti senza avere il timore di essere preso per razzista o filonordista. Per di più mia mamma è di Caltanissetta per cui non sono neppure un pulentun. Non sono né carne, né pesce, sono un ibrido, uno scherzo della geografia latitudinale, sono un po’ come Mary Per Sempre, però un po’ meno Mary…Era incredibile e anche un pò inquietante vedere all’opera questo clan organizzato, sia come bigliettai e bodyguards improvvisati all’ingresso del Livello sia come servizio d’ordine durante le manifestazioni di piazza. Nel primo caso ho visto più di una volta avventori alticci e minacciosi diventare pulcini docili e spennacchiati dopo una chiacchierata chiarificatrice con il clan dei calabresi; “Cumpà ca d’è ca vo? E statt tranquill, non fare innervosire i ragazzi da retr’ ch’è meglio!” “Chisto’cca lo ripassiamo nella malta se un la smette!” “Vedi che i miei compari sono andati a prendere le pale che hanno una buca da scavare!”, frasi del genere, in amicizia, un confronto leale fra intellettuali di un certo calibro. Nel secondo caso devo dire invece che, con mia somma sorpresa, ho visto celerini incazzati, con la bava alla bocca (si diceva che li tenessero in gabbia per qualche giorno prima di una manifestazione), ho visto questi poliziotti, dicevo, indietreggiare e anche di corsa con la coda fra le gambe di fronte a quella masnada di genti del sud assetati di divise azzurre (in molti casi erano presenti anche pugliesi e siciliani lontani parenti di quel Terron Power che fece faville negli anni settanta nei movimenti di sinistra estrema del capoluogo felsineo). Non che la cosa mi piacesse particolarmente, anzi. Però in quegli anni sapere di avere un po’ le spalle coperte in situazioni pericolose mi faceva sentire vigliaccamente più forte, al sicuro. È come la strana sensazione che si prova mentre si guarda un film di serie B dove il cattivo perpetra ingiustizie a go-go e alla fine arriva il buono, grosso e incazzato, e lo gonfia come una ruota di un camion. Non si dovrebbe fare ma si fa, e si è felici, appagati. Chissà se Guccini quando cantava “Trionfi la giustizia proletaria” si riferiva anche a queste situazioni, a eroi a metà fra Bud Spencer e Pietro Micca. Purtroppo però il clan dei calabresi spesso esagerava. Forse cosciente della propria forza e coesione di gruppo, era solito degenerare in azioni che poco avevano a che fare con la giustizia. Ricordo un fatto in particolare. Una domenica mattina, alla fine di un Rave Party, si era tutti ubriachi e stanchi (più stanchi che ubriachi) e ci si apprestava a terminare la festa iniziata la notte prima e chiudere quindi il centro sociale per il riposo domenicale. Chi era seduto dietro il bancone del bar, chi su una panchina e si prendeva il primo sole tiepido del mattino, chi sonnecchiava appoggiato al muro, insomma si era un po’ tutti in quel momento tipico dell’ ancora cinque minuti e poi me ne vado a casa che mi fischiano le orecchie e ci vedo doppio e minchia! Me la dormo tutta, faccio un dritto fino a lunedì, si era a quel punto, dicevo, quando arrivarono tre ragazzoni visibilmente ubriachi e molesti. Cominciarono a importunare una delle bariste dietro il bancone, lanciandole pesanti apprezzamenti. Nel frattempo uno di loro, credendo di non essere visto, allungò una mano dietro il frigobar rubando una bottiglia di vodka ancora sigillata. Non contento e senza un apparente giustificato motivo scagliò un bicchiere di plastica pieno di birra in faccia a Wally, uno dei calabresi. Era chiaro, non era venuti per fraternizzare, ma scegliere un avversario come Wally per attaccar briga fu certo una decisione per nulla ponderata da parte loro. Wally era un catanzarese di un metro e novanta, spalle larghe e forza bruta(e pensare che i calabresi sono pericolosi anche in versione mignon figuriamoci un calabrese gigante). La leggenda narra che una volta, incazzato come una jena con la sua ragazza, ruppe con la sola forza delle mani il lucchetto che teneva chiuso il motorino della sfortunata e lo gettò dentro un bidone dell’immondizia. Non era un cliente facile per il trio dei rompiballe. Lui li guardò tutti e tre negli occhi, con apparente calma si asciugò il viso con un lembo della maglietta, poi tirò un urlo disumano (credo di aver visto l’ugola vibrare fuori dai denti), una sorta di richiamo della foresta. In men che non si dica Rocky, Manona e Quentin (altri tre calabresi di quelli giusti) sbucarono fuori dal nulla. Wally urlò ai compagni qualcosa in dialetto (a me risultò incomprensibile ma credo fosse un breve riassunto sulla situazione venutasi a creare e sul come agire di conseguenza). In un attimo il quartetto di lupi silani si lanciò sul trio di intrusi. Pim  pum pam, calci e pugni, rumore di ossa che si rompono, i tre in vertiginosa fuga. Wally e i suoi dietro. Io e i pochi altri ragazzi del centro rimasti, dietro ai nostri compagni calabresi. Manona e Quentin raggiunsero di nuovo il trio che nel frattempo stava cercando di mettersi in salvo salendo in auto. Niente da fare, Wally saltò a piedi nudi sul cofano della macchina e a suon di calci disintegrò il parabrezza. Allungò un braccio all’interno dell’abitacolo e tirò fuori i due sventurati rifugiati sotto i sedili anteriori. Purtroppo per loro non era finita, solo il terzo che era riuscito a rintanarsi sotto il sedile posteriore fu risparmiato dalla furia ionica. Per alcuni interminabili minuti nessuno riuscì a fermare quella follia, poi alcuni di noi si resero conto che una reazione giustificata si stava trasformando in un linciaggio dai contorni quasi biblici e decidemmo di provare a fermarli. “Ragazzi basta, così li ammazzate!” Fu questa la frase che fece suonare il gong di fine-incontro. Due ragazzi giacevano per terra e si lamentavano, il terzo gridava quasi sottovoce basta basta, nascosto sotto i sedili  dell’auto, ormai semi distrutta. E in tutto questo casino Quentin era pure riuscito a rubarsi l’autoradio e le  casse montate al suo interno. Gli aiutammo a rialzarsi, montarono in macchina senza dire una parola e partirono, presumo in direzione S. Orsola, con andatura storteggiante, gnic-gnic, causa ruote deformate. Ero allibito, sconcertato anche se un po’ mi veniva di ridere. Più avanti avrei capito quanto pericoloso poteva essere avere come compagni di vita e d’avventura dei personaggi del genere, ma questa è un’altra storia. To be continued…

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One thought on “LA ‘NDRINA DI VIA MUGGIA

  1. Per quanto riguarda l’ultima e pesantissima tua affermazione, ti invito a ricordare chi faceva il ‘malaffare’ al Livello,non erano di certo i calabresi. Il tuo racconto mi ha colpito e non capisco come tu abbia dimenticato l’emorragia che visse il Livello in quegli anni.Il vero problema è stato il prepotente ritorno dell’eroina, ‘capisci a me’. Questo ci ha fatto perdere la nostra unicità e ci ha reso deboli. Infine, i virgolettati in dialetto ‘calabrese’ sono incomprensibili per me che sono un calabrese. ‘Puerco’ sembra più pugliese.Porcu, Pùarcu sono corretti.

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