E naufragar m’è dolce…

Ormai ero diventato uno di loro, mi ero trasformato in un animale alternativo urbano, mi erano cresciuti i piercing un po’ ovunque, i capelli si erano rizzati verso l’alto ed erano diventati blu. Ormai era chiaro: ero un Livellino a tutti gli effetti. Da quasi due anni montavo, pitturavo, aggiustavo, bodyguardavo all’interno del Livello 57, il centro sociale più cool di Bologna e forse d’Italia. Tengo a precisare che se al tempo qualcuno mi avesse detto che appartenevo al centro sociale più cool d’Italia avrei risposto rifilandogli una testata in pieno volto. Questione di orgoglio; ma ora sono cresciuto, maturato, o forse semplicemente invecchiato (visto che ormai sono passati più di dieci anni) e guardando con occhio critico, forse autocritico, tutto quel periodo devo ammettere che, mentre negli altri spazi occupati della città si faceva politica, si organizzavano cene sociali, manifestazioni per il diritto alla casa e via discorrendo, al Livello 57 si beveva birra, si giocava a calcetto, ci si drogava e si ascoltava musica di ogni genere, dal punk alla techno. Eravamo proprio dei coo-glioni. Non che fossimo dei superficiali, per carità, fra di noi c’erano laureati, professori, assistenti sociali, avvocati (si è vero c’era anche una frangia in trasferta della ‘ndrangheta calabrese ma questo è un altro discorso), il problema era che ci stavamo veramente rompendo le palle con tutti quei discorsi che ormai puzzavano di stantio: il proletariato che non ha nazione, la polizia che è assassina dall’Europa all’America Latina, le camicie nere che avremmo dovuto metterle al muro e fucilarle tutte. Basta. Tutto l’universo dell’estrema sinistra bolognese, dagli anarchici di via Paglietta agli autonomi del Patchanka, dai collettivi del 36 occupato alle femministe di Lilith Luna Nera e chi più ne ha più ne metta, tutto questo mondo suburbano, dicevo, ci aveva frantumato i testicoli, volevamo in qualche modo rompere con quel passato e ripartire da zero. Almeno nelle intenzioni lo volevamo. Non so cosa sia successo dopo, o meglio, lo so ma non mi so spiegare il perché. Più cercavamo di essere al di fuori di certi schemi comportamentali più ci ritrovavamo dentro a quel sistema che volevamo non distruggere, ma semplicemente evitare. L’autopoiesi delle nostre sovrastrutture era noiosamente ripetitiva (come dicevo non eravamo dei superficiali!) perché cercando di essere diversi da tutti alla fine eravamo uguali l’uno all’altro. E quindi inevitabilmente non facevamo altro che ricreare un microsistema del tutto simile al sistema con la esse maiuscola. C’erano i capi, i gregari, i favoriti, i paraculati, gli emarginati, gli esclusi, i disonesti, i faziosi…Alla fine la domanda che mi posi fu: dov’è la differenza fra noi e la classe dirigente di questo paese? Lo stesso paese che avremmo voluto ribaltare come un calzino?  Non avremmo fatto altro che rivoltare un calzino nero per ritrovarcene un altro dello stesso colore. Questo fu il colpo di grazia, per quel che mi riguarda. Dalla sera alla mattina mi caddero tutti i piercing (no, non è vero, in realtà è stato mio padre che quando sono tornato dai miei in Tirolo per le vacanze di natale mi ha cacciato di casa appena mi ha visto con tutta quella ferraglia addosso e siccome a Bolzano a Dicembre per strada fa freddo ho pensato bene di scendere a patti col babbo e sbullonarmi gli orifizi di ogni ammennicolo) anche i capelli scesero a patti, come il sottoscritto, e tornarono del loro colore. Piano piano tornavo alla realtà, il sogno era stato bello ma era durato più del dovuto. To be continued…

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