Helmet – Meantime (Interscope 1992)

Sorprende un pò non trovare il nome dei newyorkesi Helmet tra i seicento artisti scelti da Blow Up per l’almanacco Rock e altre contaminazioni. Certo il loro successo di vendite non è stato mai notevole, ma è senza dubbio inferiore alla reputazione della band tra gli addetti ai lavori e alla loro effettiva influenza sulle coordinate sonore di un’epoca musicale. Centinaia di gruppi e gruppetti nel mondo hanno avuto – e hanno tutt’oggi – ben presente l’ottimo lavoro di Hamilton e i soci di turno, schivi personaggi del sottobosco della Grande Mela. Alcuni dipendono in modo assoluto dal loro sound e dall’approccio alla musica ‘pesante’ così fuori dagli schemi e dai luoghi comuni. Nessun capellone qui, nessun vampiro. Non ci sono tatuaggi sparsi sulla pelle dei musicisti degli Helmet e non c’è ricerca forzata di coolness nei vestiti e nelle pose.

Parla il suono. Parlano le chitarre, veri e propri bisturi a sezionare le forme-canzone che riempiono il loro lavoro forse più importante, Meantime, del 1992. Parlano le pelli tiratissime e violentate con potenza immane e allo stesso tempo chirurgica della batteria, il pulsare evoluto del suono di basso. Non è ridicolo dire che c’è del blues tra queste tracce. Sì, blues, quello stato d’animo intriso di tristezza e negatività della metropoli fredda e ostile. Gli Helmet lo avvolgono di una patina di aggressività hardcore e lo forgiano a mille gradi, con acciaio inossidabile. La disillusione di vivere.

Page Hamilton scrive bene, assai. Oltre al singolo omonimo dell’album, costruito su un memorabile riff tipicamente Helmet spezzato in quel modo ossessivo, affettato, così da moltiplicarne la potenza all’infinito, ci sono Ironhead e Give it, ossia la raggiunta maturità del suono heavy. La scoppiettante Unsung, che apre alla melodia con intelligenza e gusto. E poi i pezzi duri, sulla scia dell’esordio Strap it on, meravigliosi: da Better, asfissiante, a FBLA II, metallo urlante. Ogni brano di Meantime segna l’evoluzione di un approccio musicale che mescola senza preconcetti metal, hardcore, noise, punk. Lo stesso che porterà poi a tutto il buono e il cattivo dei nostri giorni.

Gli Helmet sono una band fondamentale per capire quanto la musica ‘pesante’ possa e debba essere libera da preconcetti di genere o clan di appartenenza, e sia in grado di raggiungere un livello di conoscenza e cultura che ridicolizza chi vede il rock e la musica di oggi per definizione inferiori e insignificanti. Questo disco andrebbe prestato allo sbarbato ribelle della porta accanto, per contrastare e polverizzare le pagliacciate mtv o rocktv che spesso gli tocca di sorbire.

Questo è il cuore pulsante che ti fa sopravvivere nella metropoli. (KZA)

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