Ultimo Domicilio Sconosciuto

Ci sono persone destinate alla sfiga, non c’è alcun dubbio. Ci sono persone su questa terra che sono buone, brave, per bene e non rompono le palle a nessuno su cui però il destino, il fato, il naturale susseguirsi degli eventi o come cavolo vi piace chiamarlo si accanisce senza un apparente motivo. Lo Scono era uno di questi. Antonio Michele Agrippa all’anagrafe, Sconosciuto di cognome, nel senso che lui si chiamava proprio Antonio Michele Agrippa Sconosciuto. Sarà che io non ho mai dato peso ai nomi, sarà che il mio nome e il mio cognome sono abbastanza comuni e anonimi, ma ricordo di aver sorriso per non più di dieci secondi la prima volta che lo Scono si presentò a me. Non avevo dato troppo peso a quel cognome, Sconosciuto. Non avevo capito quanti problemi gli creava portarsi dietro quel cognome, non avevo compreso che alle volte il destino è racchiuso in una parola.

Agli inizi degli anni 90″ il centro di Bologna e soprattutto la sua zona universitaria erano considerate come una città nella città, un villaggio di pace e armonia dove si poteva fare un po’ quel cazzo che si voleva. Piazza Verdi era il centro di tutto questo con il Bar Piccolo in un angolo, il centro sociale Pellerossa nell’altro e poco più in là lungo via Zamboni il civico 36 e il 38. Il primo era una biblioteca permanentemente occupata dagli studenti, il secondo era la facoltà di Filosofia che gli studenti o gli autonomi occupavano solo quando “ce n’era bisogno”. Quasi di fronte, il Bar dello Studente, dove si faceva colazione con duemila lire o poco meno e le cui sale al primo piano affacciavano direttamente sulla piazza. La piazza era il centro di tutto per noi, il perno vitale attorno cui ruotavamo come satelliti impazziti: una sera una festa, il mattino dopo una manifestazione, il torneo di calcetto, il pestaggio ai fasci che li abbiamo visti l’altra sera in via Mazzini e so dove beccarli, ogni scusa era buona per ritrovarci in piazza Verdi e fare qualcosa. Di polizia manco l’ombra, non so se avessero disposizioni precise di non venire a rompere le palle in zona oppure al tempo non era aria di andare a smanganellare la gente col sorriso stampato sulla faccia, sta di fatto che pantere, carabinieri e animali simili erano come estinti in zona universitaria. Molti penseranno: chissà che delinquenza, che spaccio e che degrado allora! E invece no, è proprio questo il bello, non dico che non girasse droga (sempre molto buona fra l’altro e non la merda che gira adesso) ma non c’erano risse fra spacciatori, accoltellamenti, tentati stupri e punkabbestia che pisciano e defecano nello stesso luogo in cui dormono. Il mondo universitario faceva da filtro a tutto questo, c’erano iniziative culturali, concerti, dibattiti, il degrado si sarebbe trovato molto male in quegli anni in Piazza Verdi. Ora invece la fa da padrone perché la vita universitaria si è spenta, i luoghi di ritrovo sono sparsi nei quartieri periferici della città e quindi è più difficile e pericoloso uscire la sera. L’aggregazione e lo spirito di fratellanza si sono sopiti, limitati a piccoli spazi angusti e lontani fra di loro. Ma allora non era così, forse questa libertà che si respirava allora ha dato a molti la scusa per esagerare, ma in quegli anni esagerare sembrava, a noi giovani universitari di estrema sinistra, possibile e politicamente corretto. Anche lo Scono era uno di noi, uno di quelli che ti proponeva il classico stasera ci beviamo il vino mio pugliese quello forte che ti stronca l’anima con un paio di canne e poi si va a ballare al Pellerossa.. E proprio una di quelle di sere in cui non ci andava di studiare che l’esame è fra due mesi e poi tanto mi sparo ‘sti tre libri in quattro giorni hop hop in scioltezza un ventidue non me lo leva nessuno, una di quelle sere, dicevo, ci fermò una pattuglia di carabinieri. Eravamo fuori la zona universitaria, nella terra di mezzo, dove agli sbirri era concesso alzare la voce. Per fortuna la serata era appena iniziata per cui si era tutti sobri, il maresciallo di turno ci chiese i documenti e lo Scono subito si accorse di non avere dietro il portafogli. “Lei come si chiama?” Lo apostrofò il Minchia Signor Tenente baffuto (così avremmo soprannominato il maresciallo nei racconti futuri) “Antonio” rispose lo Scono. “E di cognome?”  La voce del graduato si fece più greve. “Sconosciuto” rispose lo Scono. “Mi prendi per il culo?” urlò MST .”Come cazzo ti chiami di cognome?” Senza fare una piega lo Scono ripeté “Sconosciuto”. A quel punto MST planò un man rovescio al povero Antonino “Io ti faccio arrestare stronzetto. Qui di sconosciuto c’è solo tua madre, hai capito figlio di puttana?” Scono tenendosi la guancia arrossata con una mano, rispose con un filo di voce: “Mi chiamo Sconosciuto di cognome, sono nato il 2 Aprile 1969 a Barletta, controlli pure se vuole.” A quel punto il testa di Minchia Signor Tenente prese in mano la radio di servizio e passò i dati anagrafici di Scono al collega all’altro capo della trasmittente. Questi dopo un paio di minuti rispose: “Minchia Maresciallo, questo si chiama davvero Sconosciuto!” E giù a ridere come un idiota. Il maresciallo lo seguì a ruota, e giù tutti e due a ridere, anzi tutti e tre, anche il carabiniere di leva che faceva coppia col maresciallo minchione iniziò a sghignazzare. “Certo che anche Lei, signor Sconosciuto, poteva dircelo subito.” Rimontammo in macchina senza dire una parola, lo Scono aveva ancora le cinque dita del maresciallo stampate sulla guancia. Appena fummo un po’ lontani Antonio iniziò ad inveire contro i carabinieri, maledicendo se stesso e la cattiva sorte che sentiva su di sé in ogni momento della vita. Cominciò allora a sfogarsi con noi, raccontandoci una serie di equivoci e situazioni allucinanti in cui si era trovato suo malgrado. Devo dire che fra tutti i racconti, uno mi colpì in particolar modo (e fra l’altro il suo cognome porta guai non c’entra neppure) quello che sarebbe passato alla storia con il titolo: La tragedia dello zombie darkettone.

Anche lo Scono, quando era poco più che adolescente, venne ammaliato da una delle mode che circolavano a quei tempi (erano gli anni ’80) fra i giovani sfigati di provincia e non solo. C’erano i paninari, figli di papà vestiti con capi firmati e la parlata da super-galli, c’erano i metallari con i brufoli in faccia e i capelli lunghi e unti e poi c’erano i dark con il rimmel sugli occhi, la chioma cotonata e i vestiti neri corredati da teschi e croci di ferro appesi al collo. Lo Scono e la sua banda appartenevano a quest’ultima categoria. Se ne stavano sempre buttati in un angolo della piazza principale di Barletta, ascoltando musica deprimente e bevendo birra calda da mille lire al litro. Un giorno saltò sù il Cinese, uno dei leader naturali della banda, e lanciò una sfida: “Se siamo dei veri dakk, allora dobbiamo passare una notte intera al cimitero accanto alle bare. Se siamo dei veri dakk dobbiamo farlo. Chi ci sta?” Sarà che in una città di provincia negli anni ottanta non c’era davvero un cazzo da fare, sarà che a quell’età si è sempre pronti a confrontarsi e a rivaleggiare con gli amici, fatto sta che tutto il gruppo, erano in cinque, decise di fare tappa al cimitero cittadino. Attesero il calar del sole, come dei veri figli della notte, e poi quatti quatti si avvicinarono alle mura del cimitero. Scono, Gianfra e il Cinese scavalcarono la parete senza grosse difficoltà, il Trippa e suo fratello Giacomino, entrambi sul quintale di peso, dopo una serie di inutili tentativi, furono costretti a rinunciare. “Io e fratema vi aspettiamo qui ragazzi, siamo con voi.” Urlò il Trippa alzando il pugno chiuso. “Siatevi dei veri dakk anche per noi!” Lo Scono con gli altri due che avevano superato il muro si addentrò nel lungo viale di cipressi che tagliava in due il camposanto, poi scorse alla sua destra due file di loculi molto in alto, alcuni ancora vuoti. “Potremmo prendere la scala e infilarci in uno dei tuguri vuoti lassù, che dite?” Propose ai compagni. “Eh no, io voglio il mio posto! A ognuno il suo buco.” Gli rispose il Cinese. “Io mi infilo lassù tra Calogero Carotenuto e Giuseppina Storace in Cacasenno.” “Ma dai, quella è la nonna di Beppe Cacasenno, avete presente? Il figlio del panetterie Pippo Cacasenno?” disse il Gianfra. Lo Scono scosse il capo. “Giuseppina, Beppe, Pippo…Anche lo zio se non sbaglio si chiama Beppuzzo. Cristo, siamo proprio dei terroni.” “Non bestemmiare Scono, siamo in un cimitero, ci vuole rispetto!” Lo apostrofò il Cinese. Scono strabuzzò gli occhi “Stai per infilarti in una tomba accanto a dei morti vestito come un becchino e ti disturba se io bestemmio?” “Non è la stessa cosa Scono, non è la stessa cosa.” Il Gianfra gli richiamò all’ordine: “Basta voi due laggiù.” Si era già accomodato nel suo loculo, uno dell’ultima fila in alto. Lo Scono prese una delle scale in dotazione al camposanto e vi salì fino all’ultimo gradino, si aggrappò prima a una lapide sporgente, poi a un marmo,  raggiungendo anche lui un buco dell’ultima fila. Il Cinese si sistemò alla sua destra. “Ci facciamo una canna ragazzi? Tanto per rilassarci un po’” chiese ai due amici. “Ti faccio un filtro” gli rispose il Gianfra tirando fuori dal portafoglio un foglietto in cartoncino. “Cazzo, questi flyer dell’Ecatombe sono perfetti per rollare.” “L’Ecatombe?” Chiese lo Scono. “Si, hai presente quel nuovo locale a Lecce, il mese prossimo ci suonano i Lesioni Personali, il gruppo di mio cugino Alfio. Hai presente?” “Bel nome per un gruppo.” sorrise lo Scono. “Si, pensa che l’idea gli è venuta perché una volta, una sera, tutti ubriachi tornando alla macchina trovarono uno che gli stava pisciando sul cofano e allora lo presero a…” “Cazzo, stavo scherzando! Non me ne frega ‘na cippa di tuo cugino. È pronta sta’ canna?”  Si addormentarono come pulcini, come succede quando un rilassamento artificiale improvviso subentra a una tensione emotiva. La mattina dopo, era l’alba, la signora fu Carotenuto, settant’anni e pochi mesi, come tutti i lunedì mattina da vent’anni a questa parte, cioè da quando gli era morto il marito Calogero, entrò nel camposanto e si diresse alla scala per cambiare i fiori al loculo del marito. Appena si apprestò a muoverla una voce da uno dei loculi vuoti risuonò, come una eco dall’oltre tomba: “Signò, molli a’ scala che sennò come cazzo me ne scendo io?” La signora fu Carotenuto cominciò a tremare, divenne cianotica in volto, una densa bava iniziò a colarle dai bordi della bocca. Il Gianfri con il rimmel sbavato sugli occhi e il fondotinta bianco sul viso sbucò dal cunicolo accanto a quello del Carotenuto. “Ha capito signo’? “. La povera vecchina lo guardò in faccia e poi stramazzò al suolo con gli occhi sbarrati, immobile. “Che cazzo hai fatto? Coglione!” Cominciò a urlare lo Scono. “Ma come cazzo ti viene di uscire da una tomba conciato a quel modo! L’hai uccisa! Cannavaro! L’hai uccisa!” E si tirò i capelli cotonati come farebbe un pazzo prima di entrare in terapia intensiva. Non ebbero neanche il coraggio di avvicinarsi alla poveretta, come gatti feriti strisciarono lungo il viale di pioppi, scavalcarono di nuovo il muro e sparirono nell’alba salentina.

to be continued…

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