Giardino d’Europa

La tendenza è chiara da alcuni anni, ormai. Almeno una quindicina. Da quando la toscanizzazzione del territorio italico ha avuto una brusca accelerata, noncurante della saggezza di Elio e le Storie Tese così espressa: ‘Se ognuno di noi portasse via un sasso, la Toscana si espanderebbe in tutto il mondo e nessuno potrebbe riconoscere più la Toscana’. Diciamo dal boom di agriturismo e bed & breakfast vari.  Da quando Sting e Tony Blair ci deliziano della loro presenza tra i colli senesi e quelli fiorentini, da quando le vecchie e fatiscenti stazioni termali sono diventate per miracolo SPA (?) da 40 euro all’ingresso. Da quando l’Europa ci ha concesso qualche ‘briciola’ normativa a tampone dei danni subìti per le problematiche  – leggi fregature – di denominazione geografica controllata dei prodotti tipici  (ma comunque ‘parmesaanse kaas’, tradotto formaggio parmigiano, un obbrobrio caseario dal sapore mellifluo lontano anni luce dalla consistenza e dal sapore del vero parmigiano, è sempre in vendita nei supermercati olandesi).

Ormai è evidente. L’Italia è sempre più il Giardino d’Europa. Questo è il nostro destino: intrattenere l’ospite di riguardo straniero con deliziose tartine poggiate su vassoi d’argento, al dolce suono di arpe e violini costruiti da liutai di Cremona, in sontuosi giardini dai fiori variopinti e profumati. Appena dietro, probabilmente, passa una bretella autostradale mal fatta e congestionata di traffico e polveri sottili, ma a quel punto basta inserire timpani e tromboni nel tessuto melodico per coprire il fastidio. Siamo il catering di alta qualità del business europeo. Vero, c’è di peggio, come scrivevo anche su queste schermate tempo fa: pensate alla Polonia, che è la miniera d’Europa. O a Romania o Ucraina, e lascio perdere le categorie merceologiche. Il giardino perlomeno è un bel posto. Ma comunque per gli ex padroni del mondo, i discendenti diretti degli Antichi Romani, belli, abbronzati e ben vestiti, esportatori tenaci e virili della dolce vita felliniana fino a neanche troppo tempo fa, è un bel rospo da ingoiare. Relegati all’intrattenimento.

Eppure non potrebbe essere altrimenti. Non sappiamo gestire la complessità delle cose, è evidente: politica, pubblica amministrazione, traffico, qualità della vita, innovazione, ricerca, istruzione… Più italianità si trova in un settore, peggio le cose sembrano andare. Giratela come volete, società sfaccettata, dal forte senso critico, dalla storia complicata, attaccata alle tradizioni, ma per me significa soprattutto una cosa: meglio lasciar fare agli altri ed occuparci di giardinaggio e prelibatezze culinarie. Alla fine si dice che vale la pena di vivere solo per quelle, no? E allora specializziamoci in antipasti e minuetto in costume d’epoca. Lasciamo tecnologia, ricerca, viabilità, servizi agli altri. Perlomeno noi consumatori saremmo fregati di meno, con ogni probabilità. A me sta bene, a voi no? Non mi interessa se la mia banca è controllata dai francesi o se i sauditi sono interessati all’acquisto dell’enorme area dismessa alle porte di Milano, dove vivo. Mi interessa non sentirmi fregato ogni giorno. Non vedere altro che ingorghi e centri commerciali tutto intorno. I risultati dell’italianità gestionale. No, grazie. La nazionalità delle cose non mi interessa proprio, è la sua sostanza che conta.

Già siamo fortunati ad essere il giardino d’Europa, appunto. Anche se ce la stiamo mettendo tutta per rovinarlo. Il futuro è lì, lo vedo, nitido: tutti con costume da centurione, fiaschio di rosso in mano a fare le foto di fianco al Colosseo. Oppure tanti bei Pulcinella intenti a girare pizze in aria, sotto una pioggia di flash nipponici. E gli immigrati? Be’, lo vogliamo far divertire anche un pò, ‘sto popolo di intrattenitori, con bestie feroci e qualche negretto da sbranare?

Io non me la sento di negarci anche questo.

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2 thoughts on “Giardino d’Europa

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