Qualcuno Con Cui Correre (Oded Davidoff – 2006)

Come spesso accade per i film d’autore stranieri che non appartengono alla categoria dei Blockbuster, anche per questa pellicola israeliana la distribuzione nel nostro Belpaese è stata breve e a macchia di leopardo. Peccato, perché a mio parere meritava migliori fortune. Per me, che ho avuto occasione di vederlo  su una pay-tv in orario notturno, devo dire che questo film, tratto dal romanzo omonimo di David Grossman, è un piccolo capolavoro. È la storia di Assaf, un giovane studente di Gerusalemme che per sbarcare il lunario si fa assumere al canile della città. Fra i vari randagi che vengono accolti al ricovero, capita un meticcio che si è appena smarrito. Assaf scopre che il cane appartiene a una ragazza di nome Tamar, che pare giri come una vagabonda per Gerusalemme. Quello che il ragazzo non sa è che la ragazza è a Gerusalemme perché alla ricerca di suo fratello, Shai, un chitarrista di grande talento ma tossicodipendente, che vive recluso insieme ad altri musicisti in una specie di “Comune”. Il proprietario di questo Ostello per Artisti è Pesach, un violento trafficante d’eroina a capo di una banda di spacciatori e copre i propri traffici illeciti con la gestione dell’Ostello. I ragazzi soggiogati da Pesach sono tutti musicisti di talento, ma tossici, e per questo schiavizzati dall’uomo che ogni mattina dopo averli riforniti delle dosi necessarie a “rimetterli in piedi”  li spedisce in giro per la città in piccoli gruppi a esibirsi con i loro strumenti nelle piazze, sempre controllati dai suoi scagnozzi. Tamar, anche lei musicista di talento, per tirare fuori il fratello dai guai si farà “assumere” da Pesach infiltrandosi nella sua Casa Per Gli Artisti. Assaf che si è messo sulle tracce della ragazza insieme al cane si caccerà in una infinità di casini, ma grazie alla sua tenacia e alla testardaggine riuscirà infine a ritrovare Tamar. Ma purtroppo i problemi non saranno ancora finiti… È una bellissima storia questa, di due ragazzi che si perdono, si inseguono e infine si ritrovano. È una storia israeliana di quelle che non ti aspetti, con una Gerusalemme incredibile, piena di Punk, musicisti, vagabondi, ebrei ortodossi, Kebab, insomma una nuova Babilonia dove tradizione arabo-israeliana e cultura occidentale si fondono in un magma che lascia spiazzati. La fotografia di Yaron Scharf accentua il senso di smarrimento di una metropoli che sembra appartenere a tutti ma che in realtà non è di nessuno. Non è dei giovani che vivono per strada bucandosi, rapinando e rubando tutto ciò che trovano, non è degli arabi che vendono ogni tipo di cianfrusaglia nei banchetti lungo le strade affollate di gente, non è dei terroristi palestinesi che provano a terrorizzare una popolazione che ormai sembra essersi abituata a tutto, compresi gli allarme bomba seguiti dall’arrivo dei robot teleguidati della polizia israeliana. In questo film Gerusalemme è una metropoli fatta di pezzi di altre metropoli, è un po’ Berlino con i punkabbestia e i chitarristi per strada, un po’ Parigi con i caffè eleganti pieni di tavolini all’aperto, un po’ Beirut con i palazzi diroccati, un po’ Baghdad con la gente vestita in stile arabo-palestinese, un po’ Amsterdam con la vita notturna che dura fino all’alba e un po’ Rimini con le sue spiagge piene di ombrelloni al sole.  Assaf e Tamar si muovono in questo caleidoscopio di orizzonti metropolitani aiutati dagli amici e ostacolati dai nemici, in una storia che è avventura e insieme ricerca di se stessi. Bravissimi i due attori protagonisti (Bar Belfer/Tamar e Yonatan Bar-Or/Assaf) e anche se non ho letto il libro di Grossman vi consiglio caldamente la visione di questa pellicola. Attenzione: sui titoli di coda potrebbe scattare la lacrimuccia…

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