I 57 livelli dell’illuminazione

Che volete che vi dica? Lo sanno tutti che arrivare a Bologna da una città di provincia è come per Pinocchio arrivare nel paese di balocchi. E i primi dieci, quindici, livelli dell’illuminazione si bruciano così. Non v’è dubbio.
La prima volta che misi piede al Livello 57 era una notte nebbiosa e umida, ovviamente, e fu per un concerto di non so neanche più quale improbabile gruppo di noise rockabilly o country metal. La seconda, sempre immersa nella foschia, stavo già rischiando la vita a cinque metri d’altezza su di un’impalcatura che ondeggiava come una barchetta di carta in piena tempesta, a tendere dei cavi elettrici spelacchiati e tutti scintille, per il concerto successivo. Fu così che la mia frequentazione del centro sociale divenne rapidamente incessante. Ho sempre amato il rischio…
Ogni lunedì, lo ricordo ancora con timore reverenziale, si praticava un’attività di gruppo ai limiti del tribale chiamata assemblea. Nel corso di ore e ore di discussioni si cercava di rendere materia l’idea. Il problema era che le idee erano spesso e volentieri in contrasto tra loro, ma per un inspiegabile scherzo del destino, alla fine di quelle estenuanti sedute, in qualche modo si riusciva a mettere d’accordo tutti senza che si arrivasse a nessuna conclusione. La formula in realtà era piuttosto semplice, ma rinunciare alla solennità del rito assemblea, poteva anche essere scambiato per eresia pura e semplice. Alla fine dei giochi, ognuno faceva ciò che aveva in mente.
Quello che resterà sempre un mistero degno della posizione geografica di Atlantide è come potesse una macchina così assortita e stridente essere così spettacolare. Quello che succedeva nel fine settimana aveva dello strabiliante. Ognuno aveva lavorato alacremente al suo progetto e riusciva a gestirlo e portarlo avanti contemporaneamente agli altri, certo alle volte la cosa non filava proprio così liscia e avendo un’ascia a portata di mano ci saremmo amputati vari arti a vicenda. Comunque quello che aveva luogo era una sorta di show degno del circo di Barnum, ma senza Barnum… E allora mentre la techno martellava orde di raver dallo sguardo a metà tra un vichingo in pieno effetto berserk e santa Teresa d’Avila, in Zona Dopa, Hip Hop e reggae si alternavano con nonchalance per la gioia di fumatori dai pantaloni larghi e dai dreadlock incatramati. Per mia delizia, il rock n’roll la faceva da padrone nelle anguste sale più interne e intime del Livello, sorta di ventre molle in cui adagiarsi e lasciarsi andare a lascivi ondeggiamenti e ammaliamenti… Se quelle mura potessero parlare, vi ecciterebbero o vi scandalizzerebbero a seconda dei gusti. Non solo di musica e divertimento si trattava, ogni tanto qualcuno parlava di politica e ogni tanto qualcuno parlava di imprenditorialità (!), neanche fossimo al Link. Ma io ero giovane e vorace, di quello avevo bisogno e di quello mi ricordo, come del resto rammento di come nelle tarde giornate di primavera fosse piacevole stare seduti durante il pomeriggio fuori dai capannoni, godendosi il sole in quella che sembrava una piccola oasi di cemento, a seguire i volteggi dei soffioni lungo i binari del treno e riposandosi in vista di una nottata furibonda, seguita da una mattina livida. Rammento di come fosse piacevole scoprirsi con una saldatrice in mano in grado di costruire un bar intero, un palco o quant’altro, sporchi di polvere e grasso come uno spogliarellista che recita la parte del benzinaio. Solo in un posto del genere ci si ritrova a non subire, ma a far subire l’industria del divertimento. Non è lo stesso andare a un concerto o organizzarlo. Organizzare è una parola che però non rende merito a quello che accadeva là dentro in vista di un evento. Quando un gruppo veniva a suonare da quelle parti, fosse famoso o sconosciuto che fosse, veniva accolto in pieno pomeriggio in un clima di rilassatezza e amicizia, l’impianto veniva montato e smontato assieme ai tecnici e ai musicisti, tutti a lavorare con un unico scopo: la musica. Una maratona di più di venti ore che ci stremava oltre ogni resistenza e quando, prima di colazione, si ricaricavano i furgoni di strumenti e casse da un quintale l’una, si era soddisfatti. Beata gioventù… Quando si saltavano i fossi per lungo.
Sono passati anni da quel primo concerto e molti stadi di illuminazione si sono succeduti, molte persone sono passate e scomparse nel nulla. Fino a quando un giorno, quasi per caso ho smesso. Smesso di passare il mio tempo in via Muggia, smesso di mettere dischi fino al canto del gallo e oltre, smesso di costruire enormi ‘lego’ di tubi innocenti, smesso di divertirmi e imbestialirmi. Non c’è stato un motivo preciso, solo che il Livello non era più lo stesso, e nemmeno io. Se prima mi chiedevo come fosse possibile che esistesse gente che non fosse a conoscenza di un luogo del genere, dopo, di punto in bianco, non ne ho più sentito ‘l’insondabile fascino’.
Qual’è stato l’ultimo livello dell’illuminazione allora per uno come me? Cosa mi è successo? Un’overdose di vita notturna che mi ha costretto a trasformarmi nel più noioso dei casalinghi? Uno scetticismo che piano piano mi ha divorato fino a farmi dubitare dei miei stessi lineamenti?
Si sa, l’ultimo passo è il vuoto: ciò che non c’è. Arrivati a quel punto tutto il resto non ha senso.
Ma è possibile che tutto quel tempo, di cui ora non mi resta che un sorriso, sia andato perduto?
Quando mi capita di passare sul ponte di Stalingrado lo sguardo mi cade inesorabile su quello che resta del Livello. So che il movimento, la frenesia e la compulsività di chi si danna là sotto, è la stessa che avevo io. Eppure non lo riconosco, mi sembra che sia un altro luogo, distante anni luce da quello che era. E allora potrebbe darsi che “dall’alto” dei miei trent’anni mi stia impaludando in una specie di atteggiamento reazionario che rimpiange i bei tempi… forse dovrei uscire di casa, prendere un autobus e brontolare con i nuovi arrivati in cerca del paese dei balocchi, dir loro di come si stava meglio quando si stava peggio per poi andare a rompere le palle a qualche operaio di un cantiere stradale, mettendomi a dirigere i lavori con le mani dietro la schiena assieme ad altri anziani.

NB. Questo pezzo, malconcio e traballante, risale a cinque anni fa – anche se chiusi la mia carriera di squatter nel 2000 -… ora di anni ne ho trentacinque, il Livello non è più sotto il ponte di Stalingrado e non so nemmeno se sia ancora vivo. Bologna è sempre più noiosa (c’è del marcio, osp delbono, a Bologna), io sono sempre più noioso. Tranne quando gioco con mia figlia. Altro che barcollare in cima a un trabattello con le ruote su ponte stalingardo per tendere una rete. (Una testa di cazzo, figlio di puttana mangiamerda, spero tu stia soffrendo le pene di un cancro alla spina dorsale mentre qualcuno ti tagliuzza il glande con un foglio di carta, tirò un sasso dal ponte in faccia a un povero cristo… fu forse quello l’episodio che mi illuminò maggiormente… ah, no, fu l’omicidio del clochard Viero Mazzanti da parte di uno skin, redskin, testa di cazzo, mangiamerda…)

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