Mi ricordo lasagne verdi…

Avevo vent’anni e tanta voglia di vivere, Avevo vent’anni e mi sentivo una bomba dentro. Alla fine ce l’avevo fatta, Bolzano era lontana, con le sue soffocanti montagne aguzze e la sua pace controllata, la sua tranquillità imposta. “Sono a Bologna.” Solo, libero, con un po’ di soldi in tasca e un grande fuoco nel cuore. Per noi montanari della valle dell’Adige che lasciavamo Haidi e le sue caprette per andare all’università il più lontano possibile da casa, Bologna era il sogno. Sogno di una vita che inizia davvero, nuovi amici, concerti, cene, feste, università, ragazze e droga a buon mercato. La droga era a buon mercato perché ce n’era tanta, per tutti i gusti. Per donne a buon mercato ho sempre inteso ragazze che come me erano fuori sede, lontano da casa e quindi più sciolte, più disponibili a fare nuove esperienze; in una parola: disinibite. A tal proposito mi ricordo una ragazza calabrese, di Cosenza, che incontrai una volta su un treno. Aveva entrambi gli occhi tumefatti, neri pesti. Durante il viaggio entrammo in confidenza e mi spiegò, senza che io le avessi chiesto nulla, cosa le era capitato. Il ragazzo l’aveva picchiata di brutto. “È molto gelosso” mi disse con l’accento calabrese delle sue parti. “E anche io lo sono. Lui va con le altre ma poi torna sempre da me!” “Sempre per picchiarti?” le chiesi, d’istinto. “No, che c’entra. È che le altre gliela danno subito e allora lui si stufa. Con me è due anni che aspetta eppure mi cerca sempre. Così sono gli uomini. Se li fai aspettare e ti rendi preziosa loro sempre ritornano.” Sentenziò con quel verbo alla fine, tipico della parlata meridionale e che io purtroppo non ho mai sopportato. Ogni volta che sentivo una frase con il verbo alla fine mi immaginavo le lettere che la componevano fluttuare nell’aria davanti a me, quindi allungavo una mano, acciuffavo il verbo alla fine e lo rimettevo al suo posto, tra il soggetto e il complemento oggetto. Poi mi sentivo meglio, molto meglio. Quella stessa ragazza, Annunziata se non sbaglio, la rincontrai qualche tempo dopo a Bologna. Io mi ero trasferito da poco e anche lei era appena arrivata per fare l’Università dalla lontana Calabria. In realtà all’inizio non l’avevo riconosciuta. Ero al Vipera quella sera, un locale accanto alla questura frequentato da gay, lesbiche e da chiunque adorasse la buona musica e l’atmosfera surriscaldata. Ero al bancone del bar con amici, quando mi girai e vidi una coppia, un ragazzo e una ragazza che si baciavano appassionatamente con una terza ragazza, alternandosi. Vidi quest’ultima strofinarsi in mezzo alla coppia allungando le mani qua e là, mari e monti, tanto per gradire. Poi si girò verso di me e mi sorrise. “Ciao  caro. Socc’mel è un po’ che non ci vediamo!” Io la guardai, riconobbi quella voce, ma quel socc’mel mi suonò strano, artefatto. “Cazzo, Annunziata!” Urlai in un impeto di gioia, manco avessi vinto il giro da cento alla ruota della fortuna. I due ragazzi che la accompagnavano interruppero lo sbaciucchiamento, sorpresi. “Annunziata? Ma tu non ti chiami Luana?” Le chiesero. Io capii al volo di aver fatto una gaffe, perché una ragazza che si butta nella mischia del Vipera intortandosi una coppia etero appena conosciuta non potrebbe mai chiamarsi Annunziata! Luana rendeva più onore al merito. “Scusate, sono io che la prendo sempre in giro con questo nomignolo, è per le sue origini meridionali. Mi piace sfotterla affibbiandole nomi caratteristici del suo paese natio.” Ma i due restarono ancora di più a bocca aperta. “Ma tu non eri di Bagnacavallo? Tuo nonno non andava in aereo con Baracca?” Niente, volevo chiudere un buco e invece ho aperto un cratere. A quel punto lei mi guardò come se le avessi ammazzato il cane, e corse via. La coppia, come niente fosse, tornò a baciarsi non prima di aver ingurgitato due pastiglie rosa. “Questa città ti cambia” pensai, “Tira fuori il meglio e il peggio di ognuno.” Era il 1993, un sabato di fine estate, io avevo appena trovato casa in via Zucchi, vicino allo stadio Dallara, la Banda della uno Bianca terrorizzava ancora la città, gli affitti erano cari e i libri costosi, ma io ero felice come un bambino di essere a Bologna, felice e trepidante per quello che mi aspettava. Uscii dal Vipera, erano ormai le due di notte e mi sentivo un po’ stanco, ancora non mi ero abituato ai ritmi della città di Guccini e Dalla. Al bordo della strada, di fronte a me c’era un ragazzo con una chitarra e un cane, appoggiato al muro. Mi avvicinai. “Non è che hai un deca da mollarmi?” Gli chiesi. Lui mi guardò dritto in faccia poi volse lo sguardo alla mia sinistra, come se scrutasse qualcosa dietro il mio orecchio. Mi girai e vidi la telecamera della Questura che puntava dritto su di noi. Feci allora per andarmene quando un fischio mi raggiunse. “Aspetta, amico. Gira l’angolo e fermati.” Ubbidii e dopo qualche istante fui raggiunto dal ragazzo con la chitarra e il suo cane, un meticcio che puzzava come una scrofa. “Sai, mi fermo a suonare e dormire proprio sotto i loro occhi così mi credono innocuo. Anche se siamo a due passi dagli sbirri, fidati, questo è il posto più tranquillo a Bologna dove fare qualche soldo senza intoppi”. Annuii senza dire nulla, ero troppo stanco per stare dietro alle strategie di marketing di un pusher e il suo cane. Gli allungai diecimila lire e lui mi diede quello che sembrava un mezzo grammo di fumo. Lo soppesai sul palmo della mano. “Ladro” pensai “Con un deca poteva darmi almeno un grammo”. Ma mi limitai a pensarlo, ero troppo vicino alle braccia di Morfeo per mettermi a discutere. Non ci salutammo, io andai per la mia strada, lui per la sua e imbracciando la chitarra iniziò a urlare a squarciagola. “Mi ricordo lasagne verdi…”  Questa città ti cambia. to be continued…

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