Dadi d’osso

Venezia 1541

Quel giorno, il tenente Giordano Barbaro sapeva di dover morire. La cosa strana era che sarebbe caduto sotto i colpi della sua stessa lama. La Fedele. La spada di suo padre, forgiata con l’acciaio ripiegato e battuto infinite volte da un artigiano perfetto, gli era stata sottratta dal suo peggior nemico. Lo stesso che avrebbe dovuto affrontare prima che sorgesse di nuovo il sole. Per la Serenissima, per il suo onore.
Una lama lunga cinquantotto pollici, l’elsa in avorio istoriato, perfettamente equilibrata, con la quale non aveva perso mai un duello, uno scontro o una semplice scaramuccia. Un’arma benedetta da un santo, creata per un re quasi un secolo prima, oggetto di leggende militari. Mai vinta perché invincibile e fedelissima al suo proprietario, come gli aveva detto il padre in occasione del suo diciassettesimo compleanno. Da lì derivava il nome. Gliene aveva fatto dono per quel motivo. Per proteggerlo. E ora proprio quel dono sarebbe stato causa della sua fine.
Aveva intrapreso una veloce carriera d’arme, il suo valore e lo spirito fiero e guerresco quasi pari a quello della spada. Quasi. Fino a ingraziarsi la benevolenza del Rosso, uno dei tre inquisitori di Stato contro la propagazione del segreto. Con il compito di difendere la Serenissima da chi la spiava a vantaggio delle potenze straniere; era un momento difficile per Venezia, che si sentiva accerchiata dagli Asburgo. E proprio gli Asburgo orchestravano la macchinazione che Barbaro aveva ricevuto l’ordine di contrastare. L’impegno che aveva profuso per catturare la spia nemica, però, gli si era rivoltato contro, e ora poteva uscirne in un solo modo.
Fu con un gesto di stizza che fissò alla cinta la sua seconda spada, battezzata la Turca per la particolare curvatura, e scese a precipizio le scale di casa, proiettandosi nei rumori e negli odori della Giudecca. Attraversò il lungo vialetto con passo sicuro, disegnando a grandi falcate una traiettoria dritta in mezzo alla calca. Pareva fendere la folla come una nave le onde, lasciando dietro di sé una scia che in piccoli gorghi stentava a richiudersi.
Non poteva sconfiggere il suo nemico giocando pulito, sarebbe stato come tentare di dorare l’oro zecchino o biancheggiare il giglio. Aveva un’unica possibilità. Sottrarre il sottratto. Riprendere la lama.
La goletta che a intervalli regolari faceva la spola tra la città e l’isola della Giudecca attraccò al molo Piccolo. Giordano Barbaro discese dalle scalette di prua e sparì tra le case. I ponti si susseguivano, le calli si aggrovigliavano, la canicola del meriggio si avvicinava impietosa, obbligando i veneziani a rintanarsi nella frescura di cantine e osterie. Attraversò piazza San Marco, con la flebile speranza di trovare il suo avversario all’appuntamento fasullo che si erano dati il giorno precedente. Nonostante tutto, l’istinto gli diceva che lui sarebbe venuto.
Non aveva scelto a caso la Turca. Aveva visto come gli ottomani la adopravano per disarmare gli avversari con mosse repentine, per poi decapitarli. Avrebbe replicato la manovra turca, con il filo all’interno del colpo, come se usasse una falce, per agganciare la Lama e disarmare il traditore.
Le campane di mezzogiorno echeggiavano nell’aria, l’orizzonte vibrava di calore sul verde torbido della laguna. Strinse l’elsa della Turca e aumentò il passo. Inforcò vicoli maleodoranti, salì alcuni gradini e ne discese di corsa altri per infilarsi in una calle strettissima.
Quel vigliacco aveva ribaltato i fatti, aveva fatto passare lui stesso, Giordano Barbaro, per una spia al soldo degli Asburgo. Ma le voci corrono molto a Venezia, come l’acqua nei fitti canali, e per fortuna lo avevano avvertito in tempo. Era uscito prima che gli uomini del Doge bussassero alla sua porta. Ora doveva trovarlo, l’infame, smascherarlo e ucciderlo, per salvare la reputazione e l’onore. Non aveva tempo di spiegare l’accaduto al Rosso o di chiederne l’intercessione. Solo la Fedele poteva salvarlo dai Piombi. E dalla condanna a morte per tradimento.
Aveva sempre ammirato Carlo Caliaro, il comandante della compagnia, suo diretto superiore. Un uomo nobile, elegante. E valoroso. Più volte in battaglia aveva desiderato condividerne il sangue freddo e l’astuzia. Si sentiva lusingato ogni qual volta questi lo trattava come un suo pari. Era soggiogato dalle sue maniere. Per questo la notte prima aveva accettato l’invito a seguirlo, a mangiare in una taverna e poi al bordello. Dovevano festeggiare, disse Caliaro. Quando erano ormai alla quarta o quinta bottiglia, entrambi alticci e con una battona sulle ginocchia, Barbaro finalmente gli chiese il motivo del festeggiamento. Il suo superiore si fece serio, i fumi dell’alcol per un momento dissolti, e allontanò con un gesto le due meretrici. Infilò una mano nel giustacuore e ne trasse un piccolo plico ripiegato e fissato da un sottile cordoncino nero.
“Questo è il traguardo, Giordano” disse. “Il frutto di tutti i nostri sforzi. Ne sono giunto in possesso un’ora fa e domani lo consegnerò al Rosso…” L’espressione interrogativa di Barbaro lo indusse a spiegarsi meglio: “È l’elenco. La lista. Tutte le spie degli Asburgo in servizio a Venezia. Doveva esserci un avvicendamento ai loro vertici, e questo è l’aggiornamento per il nuovo capo. Sono riuscito a ottenerne una copia. Puoi immaginare quanto vale?”
Giordano allungò una mano verso il plico, ma l’altro lo allontanò: “Bottino di guerra, amico mio! Non vorrai sottrarmelo dopo tutta la fatica che ho fatto.” Giordano abbassò gli occhi, confuso. “Scusami, non intendevo…” Il comandante scoppiò in una risata, che si spense dopo molti secondi, trasformandosi in uno sguardo di studio all’indirizzo del più giovane. Caliaro era rimasto in silenzio per un po’, continuando a scrutare l’amico, come fosse assorto in pensieri lontani. Infine proruppe: “Eppure anche tu meriteresti di godere i vantaggi di questo ritrovamento. In fondo sei il mio uomo più valoroso.”
Barbaro arrossì al complimento, gonfio d’orgoglio, ma diede l’unica risposta consentita a un uomo d’onore: “Ti ringrazio per la stima, Carlo, ma non ho affatto partecipato a questa operazione e non posso attribuirmene gli onori.”
Caliaro sorrise ancora e aggiunse a bassa voce: “Ci stai partecipando proprio in questo momento, amico mio. Alla nostra destra, sul divano rosa con quella bruna giovane – non ti voltare – c’è un emissario degli Asburgo. Sa che io ho l’elenco e proverà a sottrarmelo prima che il mattino sia arrivato. Dovremo inscenare una breve commedia a suo beneficio. Assecondami.” Così dicendo alzò la voce, come fosse alterato: “Come ti permetti di dubitare del mio valore, tenente!? Per renderti la pariglia metterò alla prova il tuo.” Nelle mani di Caliaro apparvero due dadi d’osso. “Domani pomeriggio io e te, a duello, sotto il Ponte del Diavolo. Ma a una condizione…” Agitò i dadi. “Giocati la spada, adesso. Vediamo se hai il coraggio di affrontarmi anche se perderai la tua lama portafortuna!” Rise. “Da parte mia, metterò sul piatto questo elenco… Sai bene quanto mi sia prezioso.” Trasse di tasca un plico di carta, ma stavolta era fissato da un cordoncino rosso. Caliaro gli strizzò l’occhio e proseguì. “Se vinco io a me la Fedele e a te l’elenco, tanto sono certo che me lo riprenderò dopo il duello di domani. Se vinci tu, terrai l’elenco e la spada, e ti affronterò ugualmente.”
Barbaro assentì e Caliaro tirò i dadi. Doppio sei. Al suo turno, Barbaro fece un modesto cinque. Si guardarono a lungo, in silenzio. Poi il comandante aggiunse a voce bassa: “Va’ a casa adesso. Non temere, ti terrò d’occhio e interverrò se dovessero tenderti un’imboscata. Altrimenti ci incontreremo domani pomeriggio per il… duello.” Gli porse con gesto plateale il plico, e Barbaro di malavoglia consegnò la spada. Ancora non lo sapeva, ma l’imboscata era già avvenuta.
Caliaro aveva pensato a tutto, chissà da quanto tempo, infame servo degli austriaci. Aveva stuzzicato il suo tenente nel modo giusto, toccando corde sensibili del suo animo, dove era più vulnerabile. La vanità, la fame di successo e di gloria. Adesso a lui non rimaneva niente. Né l’onore, né la spada, e di lì a poco avrebbe perso anche la vita.
Caliaro aveva ormai consegnato la lista al Rosso, con la Fedele scintillante fissata in cinta. Il nome di Giordano Barbaro era incluso tra gli altri, su quel pezzo di carta fasullo. Lui, leale alla Serenissima sin dal primo giorno della sua vita. Proprio lui una spia… denunciato dal vero impostore. Doveva trovarlo e ucciderlo.
Ponte del Diavolo.
Tra la miriade di mantelli e cuffie bianche che sventolavano frenetici in salita e in discesa sui ciottoli della via, una figura spiccava sul resto, come illuminata da un sole più severo e potente. La postura strafottente, i tratti del viso inconfondibili. Era intento ad annusare una mela fresca, appena presa dalla bancarella di uno straccione.
Carlo Caliaro. Aveva avuto la sfrontatezza di presentarsi all’appuntamento.
La resa dei conti.
Barbaro gli si accostò colmo di rabbia, riuscendo a pronunciare un’unica parola strozzata: “Vigliacco.” La mano fremeva sull’elsa della Turca, che non osava sguainare per via della ressa.
L’altro per tutta risposta si appoggiò al parapetto del canale, sereno: “Pensavo fossi già in fuga in qualche campo fuori città, nascosto tra le spighe… Le spie qui vengono torturate in modo orribile, non lo sai?”
Mascelle serrate. Occhi fissi e brillanti. La tensione di Giordano Barbaro era svanita, lasciando spazio a lucida voglia di uccidere.
“Le spie qui vengono messe a morte, comandante… Quello che succederà a te adesso.”
Caliaro piegò la testa di lato, in cortese cenno d’assenso e si mosse, tallonato dal suo tenente. In pochi passi si allontanarono dalla folla, imboccando una calle più stretta e poi un vicolo. Deserto. Il vociare della gente ridotto a un brusio lontano, smorzato dagli edifici grevi e umidi.
La Turca sguainata d’improvviso baluginò in aria. Caliaro prese un morso della mela che aveva ancora in mano, poi la gettò via, e nello stesso movimento – con eleganza estrema, fastidiosa – sguainò la spada invincibile e la fece ondeggiare piano sotto lo sguardo dello sfidante. Il suo legittimo proprietario.
“Stolto. Avresti fatto meglio e nasconderti tra le spighe. Non hai mai meritato quest’arma. Morirai sotto i suoi colpi.”

Affondò la lama verso Barbaro, che parò abilmente. Di prima, di seconda, di terza. Poi si sottrasse all’attacco scivolando di lato, per evitare di chiudersi contro il muro. Si susseguirono due o tre assalti brevi, le scintille sprigionate dall’urto delle lame fiammeggiavano nell’ombra del vicolo. Poi Caliaro decise di osare, fintò a destra e calò un fendente dalla parte opposta, ma Barbaro non abboccò: era lì ad attenderlo. Il momento era giunto. La foga del comandante lo aveva portato fuori equilibrio, e il baricentro gli si era spostato ancor più in avanti quando il tenente aveva schivato il colpo. Ruotando veloce il polso, Barbaro passò il dorso ricurvo della spada Turca sul taglio della Fedele, agganciandola. Caliaro allentò la presa sull’elsa per un attimo fatale. Un battito d’occhi, uno strattone, un sorriso, e come sperava, Barbaro si ritrovò con la sua vecchia spada fra le mani. Adesso brandiva due lame insieme, e si sentiva potente, invincibile.
Il comandante cercò scampo arretrando, ma la strada era cieca e il tenente gli si fece da presso. Per cavalleria, o presunzione, abbandonò la Turca dietro di sé. Lo avrebbe finito con la sua spada preziosa. La sua spada fedele. Poco prima che il colpo fatale venisse brandito, i due si guardarono un’ultima volta in faccia. Barbaro era tranquillo, ormai quasi pacificato. Caliaro recava in volto i segni dell’affanno, della fine, ma non rinunciava al suo eterno ghigno di sfida. Barbaro vibrò il fendente. Per la Serenissima. Per se stesso.
Il comandante anticipò il movimento, spostandosi di lato e avanzando. Imprevedibilmente. L’acciaio tagliò l’aria e si abbatté sul muro retrostante il suo bersaglio. Spezzandosi. Il tenente fissò la lama un istante di troppo, senza poter credere ai propri occhi. Stava ancora guardando il frammento dell’arma rimasto in terra, quando avvertì un dolore improvviso e profondo al fianco: il suo nemico lo aveva trafitto con un pugnale. Il buio lo avvolse per l’ultima volta, mentre il suo corpo si accasciava sul ferro ormai vinto della sua invincibile spada. Lunga cinquantotto pollici, l’elsa in avorio istoriato, perfettamente equilibrata, con la quale non aveva perso mai un duello. Benedetta da un santo, forgiata e posta al servizio di un re. Detta Fedele, perché sempre lo era stata per il suo proprietario.
Caliaro si staccò dal corpo del suo sottoposto, strappandogli di mano la spada ormai monca e inservibile. Poi si chinò nuovamente sul giovane, accarezzandogli la testa con inaspettata pietà.
“Stupido d’uno sbruffone,” mormorò. “Non dovevi affrontare un agente degli Asburgo con la spada creata un secolo fa per Federico III d’Asburgo. La Fedele è invincibile per tutti, ma fedele solo al suo legittimo proprietario e alla sua dinastia. Tuo padre avvrebbe dovuto dirti che l’aveva rubata.”
Il comandante si allontanò, camminando verso la luce.

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