Bardo Pond – Amanita (Matador 1996)

I Bardo Pond costituiscono un ipnotico e intossicante ibrido tra lo space-rock e il dream pop. “Amanita” è un disco di cristallini deliri e di annebbiate e distorte percezioni sensoriali: lisergico e perturbante, è un frantumaequilibri impeccabile.
Dagli strapiombi psichedelici dei Pink Floyd di Syd Barrett al baratro allucinato dei Bardo Pond non varia, presumiamo, la sorgente della rottura e della dissoluzione dell’armonia: e allora ascoltare e lasciarsi trascinare via, incendiarsi e prosciugarsi, rinunciando alla lucidità. Abbandonarsi.
“Limerick” è l’ouverture del disco: dieci minuti di inquietudine notturna, tormentata e furiosa, giocata su questi versi: “Venus and all your charms/ You are as old as the sun/ Venus and all your charms/ I fall into your arms/ Venus and all your warmth/ Each night I’m in your arms”. Il resto è distorsione e distruzione: travolge e suggestiona. Il primo Ep dei Verve presenta qualche accattivante similarità con le sonorità di questo album dei Bardo Pond: dilania e lacera.
“Sentence”. Isobel Sollenberger, cantante del gruppo, sembra sfinito e la sua voce è un lamento che si lascia spodestare dalle chitarre, sempre più flebile, fino a smarrirsi. “Sparring the moment/ Flying breath/ That’s what you get/ Knee deep knee deep”. Qui si va echeggiando sia il Neil Young più elettrico, caro a Scaruffi, che il superbo esordio dei Mercury Rev. È un’angoscia dal fascino irresistibile che va a insinuarsi nell’ascoltatore; la sensazione è quella di camminare nel proprio personalissimo inferno riconoscendo demoni e spettri come propri simili: è la danza e la voce dell’abisso, pretende appartenenza.
“Tantric Porno” è in principio un sogno di solarità e stabilità: s’appiattisce poi su una linearissima depressione, corrosiva e intrigante. “I’m going to/ see my sun/ Tacked up through the page/ Tying up loose ends for the journey/ I’m going/ To the sea”. Qualche analogia tra il canto del primo Ashcroft e quello di Sollenberger. Liquidissima, e giustamente successiva a “Tantric Porno”, “Wank”. Attraverso la passeggiata siderale di “High Frequency”, brano che sembra nato per ridestare la memoria di suoni, squilli, vocii e fruscii sepolti nella mente, quasi a voler incarnare il dormiveglia che annuncia un incubo, passiamo a “Sometimes Words”. C’è rock e c’è la polverosissima reminiscenza d’una melodia: un testo grezzo e ripetitivo, ossessiva riflessione sulle parole che servono a comunicare un sentimento, s’accompagna a un sound ruvido e graffiante.
Non disorienta, adesso, ascoltare un brano livido e cupo come “Yellow Turban”: l’ascoltatore si ritrova in un giardino che tende a trasformarsi in palude e la tenebra è diventata familiare. L’istante della dissipatio humani generis è musica fatiscente, e la più spudorata degenerazione della melodia è norma e canone. Potere al rumore, dominio del suono e degli effetti. “Rumination” è un canto composto nell’Ade: “Screaming skyward is the thing/ Your hands were the last thing/ That I’d seen/ existing”. Talmente sospese e rarefatte le atmosfere da intorpidire l’immaginazione: è prigionia d’un intervallo, cristallizzazione sublime d’un addio: il crescendo riesce a diventare un vortice di rabbia e di amarezza che sprigiona ogni rimpianto.
“Be a Fish”, giustamente accostabile allo spirito e alle atmosfere di “Arizona Dream” di Kusturica, è un pezzo che poteva tranquillamente ritrovarsi in un disco come “Sleeps with Angels” di Neil Young: nichilismo alla Nirvana, evanescenza da ballata dei R.E.M. della fase di “New Adventures in Hi-Fi”, languore e disperazione in piena assonanza con le sonorità degli anni Novanta. Estremamente apprezzabile. L’ultimo passaggio memorabile, prima del capolavoro del disco, “RM”, è nella tiepida oasi di luce di “Tapir song”. Ma per presentare “RM”, che m’ha lasciato pensare alle più ispirate composizioni del Banco del Mutuo Soccorso ibridate ai Velvet Underground, e offrire una lettura del disco di ben diversa competenza ed empatia, preferisco lasciare la parola al grande critico rock Scaruffi:
“Soltanto l’autoindulgenza impedisce ad Amanita di essere il capolavoro che è alla portata del gruppo. La trance è più massacrante che mai, l’intensità quasi religiosa ma distorta in una maniera grottesca. I dieci minuti di Limerick sono l’equivalente della coda di Dark Star (Grateful Dead) più un’invocazione tibetana e un salmo di Hosianna Mantra (Popol Vuh). High Frequency è una jam di space-rock alla Hawkwind. Il lento, massacrante crescendo di RM è la quintessenza di tutte le jam chitarristiche della musica rock. Con loro quel genere viene spinto verso un vertiginoso abisso sonoro. Le chitarre si arrotolano sui loro riff senza neppure cercare la melodia e la batteria le insegue con un ritmo terribile. Forse anche per merito/colpa di una produzione approssimativa, che appiattisce gli arrangiamenti, Il disco è brutale ed essenziale. I brani cantati sono meno traumatizzanti. Sembra quasi di ascoltare un altro complesso nel blues-rock sincopato di Wank, per quanto riuscito, e nella ballata soul di Be A Fish, con sussulti hard-rock degni dei Nirvana, il canto trova un suo ruolo acconcio soltanto fra gli accordi liquefatti e gli echi siderali di Tantric Porno e nella suspence psicotica dei primi Pink Floyd di Yellow Turban. Il disco (quasi un’ora e un quarto) costituisce pur sempre un monumento alla loro arte certosina di contrappunti fra chitarre” (Gianfranco Franchi Lankelot)

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