La Potenza di Eymerich 10 (capitolo finale): Ultravox

More about La Potenza di EymerichAnno del Signore 1365, nella città di Potenza.Anno del Signore 1365, nei pressi della città di Potenza.

Le operazioni di scavo procedevano. La sagoma infreddolita di Fernando tremava sotto la pioggia. Non vedeva l’ora che tutto finisse. La tentazione di lasciare gli uomini da soli per trovare riparo nel convento svanì al solo pensiero dello sguardo di Eymerich. Osservò i lavori battendo i denti. Sul lato destro del costone, una slavina di pietre e fango corse rapida verso l’imboccatura attraverso cui il fiume si tuffava nella roccia. Per riempire il lago sotterraneo di detriti e ostruire la falda acquifera ci sarebbe voluto ancora molto tempo. Il frate guardiano alzò lo sguardo al cielo e, scuotendo il capo, cercò invano un sollievo. Le nubi ostruivano i raggi del sole, come volessero impedire a Dio di illuminare tutto quel grigiore. Gli uomini proseguivano con le schiene curve a spostare massi, a scavare e a picconare. Visti dalla roccia sulla quale si trovava il francescano, sembravano un’enorme lumaca ferrigna, dai movimenti impercettibili. Una voce scosse il monaco opulento, che si asciugò il viso con un lembo della tunica per osservare l’ombra tra le colonne d’acqua. L’Inquisitore, incurante, non lo degnò di una parola, continuando a guardare gli uomini al lavoro. Gli scavi andavano più lenti sul lato sinistro, dove la pietra faceva da sponda. Lì si concentrarono picconate e invettive, a lungo, finché una fenditura non cominciò a scuotere la roccia, che prese a sbriciolarsi. D’un tratto alcuni uomini rovinarono a terra e vennero ingoiati dalla frana, tra le urla e il panico. Altri scivolarono ma riuscirono ad afferrare le mani dei compagni rimasti. Dalla falesia, Eymerich si sporse sul limite della china per capire cosa stesse accadendo. Un lampo balenò nella mente di Fernando: una piccola spinta e tutto sarebbe finito. Nessuno, in quel momento di confusione, ci avrebbe fatto caso. Un incidente: padre Nicolas era scivolato mentre cercava di portare a compimento una sacra quanto segreta missione. Il frate guardiano si avvicinò di un passo, tese una mano verso la schiena di Eymerich, ma fermò il gesto a mezz’aria. Fece due passi indietro. Strinse i denti e sospirò in silenzio. E se non fosse morto dopo la caduta? Se per qualche divina fatalità padre Nicolas fosse sopravvissuto, che ne sarebbe stato di lui? Tremò come una foglia al solo pensiero. Codardo fino in fondo. Le parole dell’Inquisitore sovrastavano lo scroscio delle acque. “Continuate a lavorare, questa è una battaglia contro il Demonio, e chiunque doni la vita per una causa giusta si guadagnerà il Regno dei Cieli. Continuate a scavare. Seppelliremo il male insieme.”
Dentro di sé non credeva a una sola parola. Quegli uomini erano una massa di peccatori destinati al fuoco infernale, ma doveva riportare l’ordine tra loro prima che la situazione degenerasse. Si voltò di scatto, sicuro che sotto di lui gli scavatori avessero ripreso a spaccarsi la schiena sotto le sferzate della pioggia. Fernando fece un leggero balzo all’indietro, terrorizzato. Eymerich non disse nulla e lo fissò per un istante negli occhi. Con un leggero sorriso, passò oltre. “Scendiamo!”

L’uomo balbettò: “C-come scendiamo? Dove?”
“Gli uomini sono spaventati, la perdita di alcuni di loro ha insinuato il dubbio nei loro cuori. Dobbiamo sostenerli con la nostra presenza.”
L’Inquisitore si diresse sicuro verso il sentiero scivoloso, che scendeva nei pressi dell’ansa. Fernando mosse le pupille sul terreno, in ogni direzione, come se cercasse delle parole tra i ciottoli. Non trovandole, seguì disperato Eymerich. Tra le espressioni di sorpresa degli uomini, Eymerich, inzaccherato e fradicio, sferrava colpi poderosi di piccone, mentre Fernando con la vanga sudava e ansimava. Ogni singolo uomo si mise a scavare incurante della stanchezza e del pericolo, come se la vicinanza dell’Inquisitore avesse fatto sparire del tutto la paura. Scavare, pensava, scavare fino a seppellire il lago sotto un crollo della volta naturale. Scavare fino a sgretolare le fondamenta su cui poggia il convento, travolgere tutti quei peccatori, fornicatori, maghi, traditori. Estirpare il Male.

Novembre 2054, Scanzano Ionico, Inaugurazione dell’Impianto di smaltimento della AA G.m.b.H.

Peter Stanton fremeva accanto all’amico ritrovato, immerso nelle delicate operazioni di modifica del flusso psitronico sul pannello di controllo. Quali maledette circostanze avevano determinato il loro nuovo incontro… Stavano giocandosi il tutto per tutto, ed era l’unica cosa da fare. Wurtz non sembrava rendersene conto, indaffarato a impartire comandi al sistema centrale con il proprio datacom. Peter invece sentiva il battito cardiaco devastargli il petto e compromettere la lucidità. L’azione è ciò che serve in questi frangenti per non impazzire, rifletté Stanton, e iniziò a scrutare lo schermo. Il sistema di raffreddamento… Avrebbero dovuto inibirlo in qualche modo, per pochi secondi soltanto, durante il discorso di Karima. Questione di istanti, ormai. Controllò gli schermi sopra le loro teste: l’Imam si stava avvicinando al palco. Per un miracolo era riuscita a preservarsi il diritto di parlare in pubblico. Nonostante fosse chiaro che si sarebbe trattato di un intervento critico, l’avrebbero lasciata fare. Il mondo era cambiato, nel 2054, ma non così tanto: una donna musulmana avrebbe solo rinforzato la posizione delle autorità, dopo le sue invettive contro il progresso. Nessuno avrebbe preso sul serio una sola sua parola. “Mordechai, ci siamo.”
Wurtz sembrava non aver sentito, barricato nel suo mondo di calcoli ed elaborazioni. Le sue labbra bisbigliavano probabilità e impostazioni. Stanton attese, aggrappato alla sua postazione, poi ripeté con maggiore volume e severità. “Amico, Karima è sul palco. Lo capisci che dobbiamo entrare in azione adesso, vero? Non abbiamo più tempo!”
Wurtz levò una mano dalla tastiera olografica e la mostrò aperta verso il socio, sbattendogli il palmo in faccia, senza interrompere alcuna operazione. Il segnale di attesa bastò per qualche secondo ancora, poi Wurtz anticipò Stanton solo di una frazione di secondo. “Richtig. Dimmi quando vuoi che il flusso venga aperto. Conosci il discorso di Karima?” Stanton cadde dalle nuvole, sentì un orrendo freddo nel petto, si guardò intorno e cercò di tranquillizzare l’amico con una mano sulla spalla. Lui stesso non era tranquillo. Non aveva idea di cosa Karima avrebbe detto di preciso. Ma il flusso andava aperto durante la menzione di parole chiave come acqua, vita e morte. L’Imam osservò la sterminata platea, pensando a tutta la gente che in quel momento si trovava davanti agli schermi. Un leggero tremolio delle mani impedì che fosse la sua voce a rivelare lo stato di tensione. “Oggi a Scanzano Ionico succede qualcosa che non avrei mai voluto accadesse in alcuna parte del nostro mondo. Oggi si  celebra la vittoria definitiva degli interessi economici e politici sui diritti della gente. È un giorno triste, signori, un giorno che potremmo evitare, se aprissimo gli occhi.” Ti prego Peter, dimmi che sei pronto, vero che sei pronto? “Oggi la vita subisce una sconfitta. La vita di noi tutti, la sopravvivenza dell’umanità intera. La vita, sì…”
“Merda, ci siamo Mordechai, ci siamo!” Wurtz digitò l’ultima password, una finestra si aprì sullo schermo: [Are you sure?]
“La morte viene dalla vita. La morte viene dall’acqua. L’acqua come fonte di esistenza, come essenza dello spirito che prende forma e vive. L’acqua inquinata, impregnata di veleno, che semina morte, orrore, disperazione. L’acqua impestata da questa malefica invenzione.”
Un tremendo scossone spezzò il discorso dell’Imam, in un silenzio irreale. Ogni cosa e ogni persona fu spostata di un metro e più. Qualcosa accadde nel mezzo della festa d’inaugurazione. Un flusso venne aperto. L’inizio della fine. L’Imam Karima non si spaventò, non interruppe il suo discorso.
“La morte che avete sotto gli occhi viene dall’acqua avvelenata. Prosciugate quell’acqua, interrompetene il flusso. Adesso! Non aspettate, non fatevi ingannare.”
Prese l’amuleto a mezzaluna dalle pieghe del vestito scuro e lo brandì alto in cielo. “In nome di Dio, del nostro Dio, del vostro, dell’unico Dio di questa terra, che protegge il Creato e combatte il male. La morte viene dall’acqua. Prosciugatela, interrompetene il flusso. Fatelo adesso, in nome di Dio.”

Anno del Signore 1365, nel ventre della città di Potenza.

Una fila di ombre dall’incedere silenzioso si inoltrava nell’oscurità. Passò attraverso un accesso naturale alla grotta del lago ipogeo, nascosto in un piccolo bosco a qualche miglio dalle mura della città. Al convento, intanto, Severo si stava consumando in attesa della Compieta quando fra’ Michele gli si avvicinò, sorreggendo Modesto che pareva fluttuare in un limbo ovattato. “Gli officianti stanno attraversando in questo momento i cunicoli sotterranei, dobbiamo raggiungerli.”
Severo ebbe un sussulto. “Non dovremmo aspettare padre Nicolas, fratello?”
Michele corrugò la fronte. “Modesto potrebbe non resistere a lungo, è allo stremo delle forze, come puoi vedere… Padre Eymerich ha detto a Modesto che verrà, e sono sicuro che lo farà. È un uomo integerrimo e manterrà la promessa. Ora avviamoci. Non ci resta molto tempo.”
Il giovane frate indugiò qualche secondo, il pensiero di trovarsi con quei due invasati e una manica di eretici, da solo nel cuore della roccia, lo paralizzava come un veleno, ma l’antidoto dell’ambizione gli fece muovere le gambe d’istinto. Il pensiero della cattura di Eymerich, dei riconoscimenti che ne avrebbe ricavato. Le tre figure sparirono, ingoiate dal pavimento del convento. Lo scroscio dell’acqua copriva ogni cosa, i visi erano maschere di fango su cui guizzavano gli occhi. La pioggia non dava cenno di smettere. Fernando, appoggiato a una roccia, non aveva più fiato. Un suono ovattato e cupo giunse alle orecchie di Eymerich, che si fermò voltando la testa in direzione della città. Sollevò una mano e gli uomini, uno dopo l’altro, come se avessero ricevuto un ordine perentorio, smisero di lavorare. Divennero statue immerse nel nulla. Il frate guardiano stava per aprire bocca, l’Inquisitore sollevò l’indice, lasciandolo con le labbra mute. Un ragazzo, poco più che un bambino, ruppe il silenzio: “Le campane, è Compieta…” Eymerich diede il piccone a un uomo alla sua destra e con voce ferma urlò: “Tornate a casa. Abbiamo finito.”
Fernando lo guardò sbigottito mentre gli uomini, dopo un attimo di indecisione, si incamminarono grigi sotto lo stillicidio. Un paio di sassi rotolarono vicino all’imboccatura, ancora pochi colpi e sarebbe crollata, poi il martellare della pioggia incessante avrebbe portato a termine il lavoro. L’Inquisitore infilò le mani nelle maniche e si avviò con passo sicuro verso il convento.

Novembre 2054, Scanzano Ionico, Inaugurazione dell’Impianto di smaltimento della AA G.m.b.H.

Nonostante l’imprevisto, il manager della Ailleurs – Anderwohin Gesellschaft mit beschränkter Haftung non si scompose. Una volta allontanata l’Imam, avanzò con determinazione verso il palco, afferrò la piccola ascia da cerimonia, spinse il governatore di Lucania di lato e con un fendente secco ruppe il cavo metallico a cui era collegato il meccanismo di attivazione, secondo un antico rituale di varo navale. L’impianto di smaltimento dei rifiuti radioattivi andava subito messo in funzione. Persino alcuni funzionari dello staff tecnico, forse spaventati dalle dure parole di Karima, cominciavano a ventilare qualche dubbio, proponendo di posticipare. Ma per il lussemburghese l’inaugurazione doveva avere luogo in ogni caso, con tutto quello che gli sponsor avevano scucito per gli spazi pubblicitari. La cupola del mostruoso macchinario si aprì all’improvviso, un ologramma con lo stemma argento e azzurro con la mezzaluna di Lucania si materializzò secondo copione, i denti smaltati del businessman risplendettero in un sorriso di vittoria. Ma l’immagine cominciò a desintonizzarsi e le labbra dell’uomo si serrarono di colpo. Qualcosa non funzionava, alcune scariche d’energia cominciarono a circondare la base del macchinario, per poi propagarsi come saette. D’un colpo la sommità prese fuoco, vomitando turbini di fiamme e pezzi di lamiera incandescente.
L’intero impianto cominciò a distruggersi. Forse l’apertura del flusso psitronico e il messaggio di Karima avevano avuto effetto. Forse l’acqua era stata davvero prosciugata nell’altra epoca, pensò Peter Stanton, mentre osservava sullo schermo le scene della disfatta. Attimi di panico strinsero in una morsa tutti i presenti, in fuga verso ogni direzione, chi scavalcando cancelli, chi correndo e gridando, calpestando i più deboli. La tribuna delle autorità divenne la gabbia delle bestie feroci, con alti funzionari e politici pronti a eliminarsi a vicenda, pur di fuggire per primi. Le olocamere riprendevano ogni istante dello spaventoso scenario, con gusto morboso per i particolari più raccapriccianti. Il cardinale si fece largo con forza, passando sopra a chi lo circondava. Il governatore di Basilicata, ferito alla testa, fu circondato da due uomini in nero che, sollevandolo di peso, lo trascinarono all’esterno verso il flyer che attendeva fuori. Karima fu protetta dalle sue guardie del corpo, una delle quali venne colpita da un oggetto incandescente durante la fuga e rimase a terra esanime. L’Imam conservò una calma e un autocontrollo irreali, in quell’orrore, grazie ai pensieri rivolti al passato, al suo messaggio giunto a destinazione. Non aveva certezze, ma l’istinto le diceva che giustizia era stata fatta. Tra le fiamme e le urla strazianti, mentre il megaschermo cominciava a sciogliersi a causa dell’altissima temperatura raggiunta dall’intero sito, apparve l’immagine di un frate incappucciato, le sue parole tuonarono possenti nella mente di chi era ancora in vita e correva disperato. “Vae vobis, monstra nostra vestra monstra erunt…”
Stanton e Wurtz erano immobili davanti ai rispettivi schermi ormai da lunghi secondi, senza emettere alcun suono. L’immagine multipla del frate negli infiniti monitor sembrava scrutare ogni loro movimento. Entrambi sapevano che quell’uomo veniva dal passato, che il flusso psitronico era a doppia direzione. Era la conferma all’ipotesi che la figura di Karima fosse apparsa allo stesso modo, nel passato. Si sentirono osservati, come sotto controllo. D’un tratto Stanton si rese conto che era necessario interrompere il flusso psitronico. La missione era compiuta. Ora si trattava di salvare la pelle.

Anno del Signore 1365, Nel ventre della città di Potenza.

Un leggero bagliore, riverberato dalle pareti incastonate di quarzi, dipingeva le forme degli officianti in modo grottesco. Modesto si avvicinò alla sponda e con le sue ultime forze alzò le braccia e intonò una litania, che alle orecchie di Severo suonava come una lugubre preghiera pagana. La piccola folla giunta dalle viscere della terra rispose con un coro sommesso. Il giovane frate allungò d’istinto una mano verso la tunica di Michele, come per trovare un sostegno contro la paura. Il monaco lo  guardò con un sorriso amichevole. “Invocano la Madonna Nera.” Quelle strane sagome non sembravano avere nulla di umano, il giovane sperava in un rapido intervento degli uomini del Giustiziere, ma non prima dell’arrivo di Eymerich. Si guardava intorno ansioso, quando un rumore stridulo lo fece voltare di scatto. Le voci dei convenuti si fermarono per un istante, per riprendere poi a salmodiare a voce sempre più alta. Modesto cadde all’indietro, con gli occhi rovesciati, e fu subito sostenuto da Michele. Severo sentì un rivolo caldo scorrergli lungo le cosce, giù fino alle caviglie. Una donna in nero si ergeva in mezzo al lago, circondata da ombre e da mostruosi animali d’acciaio con un unico occhio di vetro. “La morte che avete sotto gli occhi viene dall’acqua avvelenata. Prosciugate…” L’immagine tremolò e alcune parole si persero in un orribile suono metallico. “…Flusso. Adesso! Non aspettate… Ingannare.”
La visione ebbe un sussulto, gli uomini si gettarono in ginocchio, urlando le loro preghiere. Una voce tonante giunse dal pertugio dietro Severo, la Madonna Nera sollevò al cielo una mezzaluna, mostrando le braccia decorate di simboli. Eymerich emerse dall’oscurità. “Vae vobis, monstra nostra vestra monstra erunt…”

Novembre 2054, Scanzano Ionico, Inaugurazione dell’Impianto di smaltimento della AA G.m.b.H.

L’imponente sagoma di un frate dallo sguardo cupo e feroce riempì d’un tratto il gigantesco schermo, sulla piazza gremita. Aveva le sembianze di un’aquila pronta a ghermire gli agnelli al pascolo. Il terreno vibrava ancora, c’era spavento e agitazione tra la gente, urla, oggetti che piombavano a terra da grande altezza. L’apertura del flusso psitronico e il conseguente sconquasso dell’area avevano creato il panico, causando la proiezione nei circuiti interni di immagini strane, lugubri, che parevano arrivare dal passato.
“Vae vobis, monstra nostra vestra monstra erunt.” La voce grave e severissima risuonò nell’immenso spazio, amplificata, come se fosse quella di Dio nel giorno del giudizio finale. “Vae Satan, fuge ad Inferos, hoc est Domini regnum!”
Qualcosa nell’intonazione, nel suono emesso, era misterioso e indecifrabile. Come se provenisse da un altro mondo o da epoche remote. Tutti si bloccarono nell’udire quelle parole. Attimi di silenzio e immobilità quasi innaturali interruppero il trambusto. Il cardinale Luchini soffocò un grido, segnandosi in continuazione. Cercò in tutti i modi di abbandonare la tribuna, tra la gente impietrita. Era teso come una corda e sputava saliva per la concitazione. L’oscuro frate stava terrorizzando i presenti, con quei grossi occhi magmatici e l’aspetto minaccioso. La sua imponenza non sembrava avere limiti.
Stanton e Wurtz rimasero imprigionati all’interno delle sale operative dell’impianto, insieme agli altri funzionari di turno. Wurtz si appiccò come una torcia, urlò e corse disperato per i corridoi ardenti, poi si persero le sue tracce da qualche parte nel cuore dell’inferno di fuoco. Peter Stanton fu lambito da un fascio di cavi ottici incandescenti, colpito di striscio a un braccio e a una gamba, prima di riuscire a buttarsi fuori da una finestra. L’incubo di quel giorno non avrebbe mai più smesso di oscurare le sue iridi, in ogni sguardo, come un’ombra permanente.

Anno del Signore 1365, nella città di Potenza. Convento dei Frati Francescani.

Fernando non riuscì a dire nulla davanti al sigillo del Giustiziere e si fece da parte. Giovanni, il capitano della guardia, e un manipolo di uomini tutti infangati entrarono. Si fecero guidare verso il passaggio sotterraneo, senza troppe formalità. Prima di inoltrarsi, sguainarono le spade. I lampi squarciarono il cielo. La pioggia si fece copiosa. L’ansa del fiume cominciò a franare lenta, muovendosi come una massa di mota e sassi, per poi ingrandirsi e raccogliere la terra smossa e le pietre scavate dagli uomini. I bagliori ondeggianti delle torce e la luminescenza innaturale dell’acqua donavano alla figura di Eymerich una presenza ancor più maestosa e sinistra del solito, mentre ripeteva con voce ferma formule di esorcismo. Quella era ormai l’unica voce che risuonava nell’antro. Il tuono, la collera della Vera Fede. Modesto, ormai debolissimo, si era accasciato a terra, scosso da violenti spasmi. L’intervento dell’Inquisitore sembrava aver sortito un effetto risolutivo: la Madonna Nera era scomparsa, muta la folla di maghi e fattucchiere. Dal cunicolo d’accesso alla fonte sotterranea giunse un clangore di metalli, seguito dal baluginio di spade ed elmi. “Nessuno osi muovere un passo! Per ordine del Giustiziere di Basilicata, chi si muove verrà passato a fil di spada!” Giovanni, il capitano della guardia, urlò il suo avviso, poi incrociò lo sguardo di Severo, che subito gli fece segno verso Eymerich. L’Inquisitore parve scuotersi dal torpore di una visione. Si accorse appena in tempo che tre soldati gli si avvicinavano. La superficie del lago si fece ribollente come magma e di nuovo apparve la Madonna Nera, circonfusa di un alone fiammeggiante. Galleggiava senza peso sopra l’acqua, gli occhi infossati e invisibili, la voce dolente ma ferma: La morte viene dall’acqua. impregnata. malefica.
I soldati si bloccarono atterriti, alcuni di loro fuggirono verso l’imboccatura del cunicolo, insensibili alle maledizioni e ai richiami del loro comandante. Eymerich ne approfittò per scomparire in un anfratto che conduceva all’esterno, dall’altra parte della parete di roccia. Vedendolo, Severo cercò di attirare l’attenzione delle guardie, ma il panico serpeggiava incontrollabile fra gli uomini del Giustiziere. La folla oscura, intanto, aveva ripreso la sua cantilena, rinvigorita dalla nuova apparizione della Madonna. Il frate spirituale decise di seguire l’Inquisitore, non poteva permettere che tutto finisse così. Fu trattenuto per la manica da una stretta leggera, frutto di volontà e non di muscoli. “Unisciti a noi, ragazzo mio!” Gli occhi di Modesto erano fuochi fatui di pazzia. Severo lo colpì con il dorso della mano. “Lasciami, idiota!” Si avviò nell’oscurità. Michele sorresse il suo compagno di fede e di filosofia.
“Ognuno ha il suo destino oggi. Lascia che si compia anche il suo.”
Modesto chiuse gli occhi. Appena fuori, l’aria fredda gli sferzò il viso come uno staffile di cuoio bagnato. Severo si volse al bosco, dove immaginava che Eymerich si fosse rifugiato, poi qualcosa gli fece perdere l’equilibrio e una morsa invincibile gli attanagliò la gola, sollevandolo. Con gli occhi appannati di lacrime riconobbe la figura alta e possente dell’Inquisitore, che lo teneva fermo.
“Sei dove ti volevo, Severo. Bene.” Nessuna emozione nella voce. Eymerich teneva il frate per il collo con una sola mano. Lo aveva inchiodato al tronco di un albero, i piedi che galleggiavano a dieci centimetri da terra. Senza sforzo apparente.

“D-de-monio!”

“Non io, Severo, ma di certo il Maligno è fra noi stanotte. Esso si annida nelle menti semplici e in quelle presuntuose, che credono di riconoscerlo altrove, e non dentro di sé. Negli ipocriti come te, piccolo arrogante… È per questo che muori.”
Le dita di Eymerich gli penetrarono la pelle del collo come burro, appena sopra la clavicola, ghermirono la carotide e la strapparono fuori con uno strattone secco. Il fraticello si accasciò gorgogliando, negli occhi un’espressione di sorpresa, che l’Inquisitore non vide nemmeno. Stava già arrampicandosi sul costone, fino al punto prestabilito. Modesto alzò le mani alla volta della grotta e ripeté più volte, seguito da tutti gli altri: “Tanit Tanit, il tuo potere è il nostro potere!” Dall’oscurità che incombeva su di loro, giunse un rumore sordo, preceduto dal rotolare di ciottoli. Eymerich abbatté l’ultimo diaframma di roccia che ancora sosteneva la volta del lago sotterraneo, fino a lasciare solo una sottilissima colonna di pietra: avrebbe ceduto al peso soprastante in pochi minuti. Infine si allontanò. Il cavallo lo attendeva, assicurato al ramo di un abete. Avvertì il crollo più per le vibrazioni del suolo che per il rumore. Il cavallo scartò a destra. Eymerich controllò l’animale senza difficoltà. A quel punto nessuno di quei miscredenti poteva essere ancora vivo, a meno che la volontà del Signore non avesse altrimenti predisposto. Quella sorgente malefica, però, era di certo prosciugata, insieme ai suoi tossici effetti. Ma ciò che più lo pacificava era l’esito dei patetici intrighi di Urbano V e la sorte degli emissari che il pontefice gli aveva scatenato contro. Vanificati i primi, annientati senza pietà i secondi. Eymerich arrestò la sua cavalcatura a ridosso di un piccolo promontorio, che aggettava sulla valle. Ripensò alla visione avuta al lago: la torre di lucido metallo, il fuoco e tutta quella gente vestita in modo strano, che fuggiva. Persino un uomo di chiesa, gli era sembrato, ancor più terrorizzato degli altri. E la donna in nero, addolorata e intensa… Guardò il cielo viola, ormai presago dell’alba, che si appressava ancora una volta sulla Terra. E spronò il cavallo. A maggior gloria di Dio.

Illustrazione di Giovanni Simoncelli

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