Don’t believe the hype

C’è un meccanismo perverso, direi più legato al nostro modo di vivere, al mondo di oggi, che non solo ai mass media, per il quale con puntualità svizzera qualsiasi cosa piccola e genuina che suscita interesse finisce poi col crescere in modo fulmineo ed esponenziale, fino a rompere l’idillio e diventare un (più o meno fastidioso) cliché. Ed è un peccato, a volte. Una crescita ‘naturale’ del fenomeno, di qualsiasi fenomeno, forse scongiurerebbe questo rischio, ma si sa: dalla globalizzazione in poi le crescite naturali non sono più abbastanza redditizie. A parte il business del cibo biologico, forse.

Parlo dell’esplosione di attenzione e interesse registrata qui in Italia per il rugby, sport davvero molto bello e avvincente. Io stesso mi sono avvicinato alla palla ovale qualche anno fa, in modo quasi distratto, e ne ho apprezzato subito il dinamismo e la carica senza dubbio molto genuina, forse legata al fatto che bisogna lottare, correre, afferrare, bloccare, buttare giù chi ha la palla in mano. Contatto fisico, puro e primordiale, e conseguente sfogo psicologico, il tutto in chiave sportiva. Affascinante. Qualche giorno fa sono anche stato a San Siro per l’appuntamento rugbistico imperdibile dell’autunno, cioè la sfida tra Italia e Nuova Zelanda, e mi sono goduto molto sia la vigilia che l’atmosfera e il contorno del match stesso. Ho curiosato come sempre sulle cose da un punto di vista il più possibile esterno, non per fare l’intellettuale o lo ‘strano’ per definizione, ma perchè adoro sviscerare gli accadimenti. È ciò che amo di più, insieme a guardare sconosciuti film horror e fare dispetti a individui di sesso femminile. Forse avrei dovuto diventare un chirurgo dei comportamenti. Una sorta di Alberoni dotato di bisturi, sanguinario e – si spera – meno stucchevole.

Poi ho la fortuna di avere un collega esperto di sport in generale, un patito genuino, di quelli che conoscono risultati e personaggi di qualsiasi disciplina, che seguono le manifestazioni, che amano davvero lo sport e non tollerano le distorsioni mediatiche (queste sì) del calcio e dei fenomeni del momento. Tipo la vela, quando Azzurra e Cino Ricci facevano notizia: a chi è mai interessato sul serio? Una vera miniera di informazioni, il mio collega. E un ottimo interlocutore per cercare di capire le cose in modo rapido, diretto al punto.

Insomma sul rugby abbiamo parlato e riso parecchio. Del fatto che pochi/nessuno conoscono davvero le regole, ma che tutti sembrano degli esperti. Che in sostanza la nazionale italiana maschile non ha quasi mai registrato buoni risultati, eppure è quotatissima tra gli sportivi e tra giornali e televisioni. Che ormai siamo arrivati di sicuro al cliché, se invitano rugbisti in programmi tv del tipo ‘Una sera in cucina con Mirco Bergamasco’, se i giornali sono pieni di pagine pubblicitarie di marche di ogni tipo ‘fornitori ufficiali della nazionale di rugby’, e se le celebrità italiche fanno a cazzotti per mostrarsi agli happening e si affannano a ripetere che sono grandi fan del rugby. Che gli all blacks hanno contribuito all’hype, che sono famosi più per l’haka e le divise nere senza dubbio molto sexy che non per il gioco, che sono forti sì ma in fin dei conti da più di vent’anni non vincono i mondiali, ad esempio.

E poi mi confidava alcune osservazioni da conoscitore, che ho apprezzato molto. Tipo che il rugby è uno sport corretto, è vero, ma sempre figlio di questo mondo: infortuni simulati, botte rifilate di nascosto, scorrettezze varie sul campo e fuori, anche durante l’affascinante terzo tempo. Ci sono molti esempi a riguardo. E questo suo marcato profilo anglosassone, a cominciare dagli arbitri che parlano inglese, che si rivela a volte sinonimo di due pesi e due misure nell’arbitraggio, a seconda delle squadre in campo. Ne sa qualcosa l’Italia proprio negli ultimi minuti della sfida di San Siro, quando la meta tecnica a suo favore era forse opportuna.

Allora, a questo punto farei un distinguo:

-se qui da noi si ammira il rugby perchè è avvincente, e in minor misura perchè il calcio implicitamente ha rotto i coglioni, concordo in pieno. Forse non è politically correct al 100% ma in effetti Serie A, calciatori italiani, diritti televisivi, sponsor, talk show e amenità varie hanno colmato la misura. Troppi fighetti in giro e troppo arroganti, troppi soldi e poca intelligenza nello spenderli, poca sicurezza, violenza gratuita ecc… Quindi, anche se non del tutto genuina, l’attenzione per il rugby di oggi va comunque bene e può far bene anche al resto del mondo sportivo.

-se invece si salta sul carro dei vincitori solo perchè c’è bisogno di qualcosa di fresco e nuovo da spremere alla stregua proprio del calcio stesso, di nuovi personaggi mediatici, perchè i rugbisti sono in fondo anche più muscolosi e più fighi dei calciatori, allora il fenomeno non mi interessa. Rientra solo nel perverso meccanismo di cui all’inizio. Come fare per evitarlo? Non saprei, forse è solo il prezzo da pagare per la popolarità. Una storia già sentita molte volte prima. Nel dubbio mi tengo apposta lontano dalle luci della ribalta: vita semplice, lavoro e umiltà. Fino alla prima chiamata per una comparsata tv, ovvio.

Ah, la coerenza…

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