Io li odio i nazisti dell’Illinois> narrazioni> Occhio sbarrato fiero di Regina Zabo

epatiteL’aria è pesante. Si appiccica afosa alla pelle che ha lo stesso colore di questo muro scrostato, dell’aria appestata dalle raffinerie e dagli svincoli autostradali assiepati davanti alla finestra.
Il cielo è opaco, come lo sguardo dell’uomo appena uscito, sbrigata alla svelta la sua Incombenza Settimanale.
Anche lui aveva la pelle giallastra, incrostata di fuliggine, e il suo catarro era dello stesso colore, probabilmente, come quello di molti altri, dei fortunati che non tossiscono sangue.
Allora il giallo assume finalmente un’altra sfumatura, un tono rasserenante, rosato come la cicatrice che corre lungo il mio zigomo ingiallito, una linea colorata aggiunta ai miei lineamenti qualche anno fa, il giorno che tutto è cambiato.
È stato intorno al 2012, quando la popolazione mondiale stava per toccare il settimo miliardo: le risorse scarseggiavano sempre di più, e la politica del pugno di ferro cominciava a non bastare. Le persone iniziarono a morire una dopo l’altra nelle zone destinate a discariche di rifiuti tossici, e alle porte degli Eco-Insediamenti si ammassavano folle oceaniche, convinte che cambiare aria dopo anni di ignara esposizione a radiazioni e tossine potesse sottrarli a un destino già segnato. Io abitavo in una di quelle città, al capo estremo della sopraelevata che di notte lancia scintillii fugaci nel buio della mia stanza. Una striscia d’asfalto è l’unica cosa che mi lega ancora a quei giorni.
La lama scintillante, col tempo, si è sbiadita anche nei sogni, e anche il resto, tutto il resto, ridotto alla fredda cronaca di un caso fra tanti, alla fredda cronaca di tutti i casi con cui tutto quanto è iniziato.
Da due giorni ci penso e mi preparo, da due giorni mi stupisco del mio insensato spirito di sopportazione, e mi chiedo come ho potuto tollerare tutti questi sorrisi, tutta la gentilezza e il tatto, tutta la delirante allegria di cui negli anni ho finalmente capito la causa, ma non il senso, l’origine ma non la possibilità. E mi maledico, per non aver desiderato di essere come loro, per essermi sentita superiore, migliore, per aver pensato di essere al di sopra della loro necessità.
Perché non mi abbiano trattato, non l’ho mai capito. Forse temevano che sarei stata refrattaria, forse dubitavano della mia lealtà. Di certo dovevano sapere che nella Banca Dati Abbonati Demoscopici il mio nome non figurava, e nemmeno quello di mio marito Bob. Magari, invece, è stato solo per il mio culo, che avrà attizzato il desiderio di qualche podestà.
Non mi importa neanche di saperlo, a dire il vero, ormai. Voglio solo sbrigarmi, e devo decidermi finalmente a tirarmi giù da questo letto, fino al baule: lì dentro troverò il necessario. I vestiti se li spartiranno le ragazze. Visto il destino che mi stavano preparando, non ho mai smesso di stupirmi di quante cose mi hanno fatto tenere. Potevano camuffarmi, assimilarmi, invece hanno pensato di lasciarmi tutto e di rinchiudermi qui dentro, nella mia pelle di sempre, assieme a tutto quel che avevo con me. Mi hanno lasciato conservare perfino un pantalone.
Un paio di jeans, che non so nemmeno perché abbia infilato nella sacca quando Bob si è ammalato: era da quella sera, tanto tempo prima, che non li portavo più. Da quella sera, anche se mi fosse stato concesso di usarli, non ne avrei comunque più avuto bisogno. Per molto tempo mi sono fatta bastare una camicia da notte, poi qualche vestaglia sdrucita e poco più. Dopo cena, se avevo voglia di fare l’amore, sgusciavo in una sottanina sottile che mi faceva sentire un po’ bambina, e mi rannicchiavo contro il corpo di Bob più per intenerirlo che per eccitarlo. La sua erezione ora mi spaventava, ma ringraziavo il cielo che almeno a lui il raptus non fosse venuto.
Il raptus: un’altra parola vaga come quelle della portiera, a cui bastavano sì e no cento parole per dire cosa le passava per la mente. Il Nuovo Italiano Demoscopico devono averlo sviluppato ascoltando persone come lei. Il raptus, lei lo chiamava in un altro modo ancora, ma restava un unico agghiacciante e crudele significato, e la cicatrice che mi colora lo zigomo di rosa resterà per sempre a ricordarlo. Per sempre, finché questa pelle gialla non si decomporrà. I per sempre finiscono in un respiro, a volte. Per fortuna.
I giornalisti lo chiamavano raptus, ormai, perché ci avevano fatto l’abitudine, perché dalle prime pagine della cronaca l’epidemia era diventata un’emergenza come un’altra, e non ci sarebbe voluto molto prima le leggi speciali la mettessero finalmente sotto silenzio, confinandola nelle robuste copertine dei prontuari medici e nell’asettico linguaggio dei decreti ministeriali. Ma i primi casi avevano fatto scalpore per giorni: un’epidemia di stupri, stupri a raffica, prima in periferia, poi un po’ dovunque. Gli stupri non erano più invisibili, non erano più una questione tenuta al riparo delle mura domestiche, e della vergogna di donne tremanti. Non erano più scandalosi casi isolati, urlati dai cronisti a caratteri cubitali in una spietata caccia al mostro, meglio ancora se di pelle scura. Prima le emergenze succedevano solo sui giornali. Dopo i giornali non servirono più a capire niente. Allora smettemmo di leggerli, Bob e io, senza sapere che presto avremmo smesso di leggere del tutto.
Lo stupro, considerato fino a poco prima un peccato quasi veniale, una licenziosità erotica alla stregua della sodomia, della masturbazione, un vizietto che solo quelle frigide delle femministe riuscivano a considerare in senso letterale, una violenza insomma, la violenza, quella carnale, proprio quella, era salito all’ordine del giorno delle massime cariche politiche, perché in effetti l’ondata di stupri, quella volta, si stava davvero diffondendo a macchia d’olio.
Sulle maggiori testate nazionali, prima, ogni giorno un nuovo titolo tentava di attirare l’attenzione dei lettori su qualcosa di diverso, di diverso dalla paura di precipitare nel vuoto assieme ai grafici delle borse. Ordinaria amministrazione, sembrava. Metti il mostro in prima pagina e la crisi passerà. Una tattica consolidata, sviluppata e abusata fino a stupirci che qualcuno ancora ci cascasse. Ma quella volta non era così, e da allora nulla fu più come prima.
Stupri di gruppo, assalti a coppiette innamorate, sevizie durante le feste, rapimenti di liceali, donne trovate morte agli angoli di strada, donne ferite, impazzite, donne rinchiuse in casa volenti o nolenti dai genitori preoccupati, dai mariti ansiosi, dalla responsabilità, poi cosa fanno se mi succede qualcosa? Cose così. Donne rinchiuse dentro casa e ancora peggio stuprate comunque, perché nessun muro è riuscito mai a fermare quello che stava succedendo, che già succedeva prima, che era sempre successo ma che poi, a un certo punto, ha cambiato per sempre la nostra vita. E per la strada nessuno, nessuno che lo notasse, finché non era tutto finito. Quando successe a me, mi parve di sentire un passante che diceva Porti pazienza. Porti pazienza, quella pazienza che nessuno conosceva più, non quando riguardava pace e quiete.
In quei giorni non si sentiva parlare d’altro, e non era solo la televisione, altrimenti io quasi non me ne sarei accorta. Non si sentiva parlare d’altro per strada, sottovoce nei negozi, non si vedeva altro in giro. Un giorno incontrai la mia vicina di casa, una donna di una certa età che conteneva a malapena la ciccia nei suoi pantaloni bianchi attillati e su quei suoi tacchi da segretarietta vacillava a ogni passo. La trovai al mercato coperto davanti al banco della carne che ansimava fissando a occhi sbarrati le salsicce di pollo, la borsa di pelle logora stretta al petto, gli occhi sbarrati, il tuppè nero che sembrava liquefarsi nelle ciocche appiccicate sulla fronte imperlata. Faceva fatica a respirare e la portammo via quasi di peso. Ricordo che odorava di deodorante da quattro soldi; ricordo un’ondata di nausea e la domanda tra me e me: Come può essere successo anche a lei. Che ci avranno trovato quelli là. Qualcuno le portò un bicchier d’acqua e lei se ne andò per la sua strada, tentando di reprimere il ricordo affannoso con un tuffo ipnotizzante nel vortice di motorini, bancarelle, passanti e banditori. Lo stesso vortice che impediva a me di capire, e che avrebbe continuato a farlo se, un giorno, quelli là non avessero trovato anche in me qualcosa, lasciandomi sul viso questa linea rosa per apprezzamento. Cosa ci avranno trovato in me, allora? E in tutte le altre, poi?
Raccontai l’episodio alla portiera: brutta storia, signo’, è stata proprio una brutta storia per quella poveretta. Brutta storia, ecco come la chiamava lei. Lo sapevo: le parole, la portiera le usava a modo suo. Mai che chiamasse le cose, le cose serie, con il loro nome. La madre della signora del terzo piano, quella che da quando era andata a stare con la figlia teneva sveglio tutto il palazzo con le sue grida strazianti, le prime grida strazianti di cui abbia memoria, quella che tre mesi dopo già l’avevano seppellita, per la portiera stava male, molto male. Non mi stupii che lo stupro, la parola dell’anno, il cavallo di battaglia della maggioranza trionfante, diventasse nella sua bocca una semplice storia, una brutta storia. Brutte storie se ne vedevano dappertutto, e pochi le chiamavano per nome: per questo dimenticare metà dizionario non gli è costato nessuna fatica.
Di quell’epidemia di brutte storie il governo non dava segno di venire a capo, e neanche i giornali. All’inizio tentarono di camuffarle da vicende mostruose per riempire la pagina della cronaca, ma poi la faccenda gli sfuggì di mano, questo credevamo allora. Davano la colpa ai rom, ai clandestini, alle orde di barbari che premevano ai confini dell’impero. Poi le donne capirono da sole come si stavano mettendo le cose: come, non perché, ma i loro mariti non stettero ad aspettare che qualche celebre studioso gli fornisse una spiegazione plausibile, o qualche soluzione.
I raggi obliqui del sole infiammano la mia stanza per qualche istante e subito un brivido mi attraversa la schiena. La temperatura scende velocemente nel deserto di scorie, nonostante il mare vicino. Cerco nel baule qualcosa con cui coprirmi, afferro una vestaglia di cotonina. Quella a fiori rosa, che ho portato fino a consumare in quei primi mesi di panico e clausura.
Non so come sia andata a finire, cosa ne sia stato di tutte quelle salme violentate, né dove siano riusciti a seppellirle, murando vivo il loro ricordo. A quel punto, dell’epidemia i telegiornali non parlavano più e i pochi siti che ancora si caricavano erano così poco eversivi da rallegrarci al massimo con la notizia di qualche nuovo ritrovato della tecnica, che prometteva di rinfrescarci dall’afa o di eliminare per sempre i peli superflui. E di donne che al riparo delle loro quattro mura continuavano a preoccuparsi dei peli superflui ce n’erano tante. Ce ne sono ancora, probabilmente.
Di cos’altro dovrebbero occuparsi, tanto – da quel momento noialtre mica abbiamo più avuto tanti stimoli. Neanche uscire a fare la spesa potevamo più. E gli uomini, in piena crisi, avevano già il loro bel da fare a sopravvivere con mille espedienti: figurarsi se potevano perdere tempo a cercare spiegazioni o notizie. Figurarsi se potevano capire che niente era davvero passato. E poi delle notizie già nessuno si fidava, e nemmeno dei pochi giornali in circolazione: il parlamento era sul punto di sciogliersi, la costituzione era stata adattata ai bisogni del più forte, le periferie erano tagliate fuori dalla Rete e anche dopo che il raptus sembrava superato, con le leggi speciali antistupro e il Nuovo Regime di Sicurezza quasi tutti cominciarono ad aver paura a fare anche solo un passo fuori di casa, non solo di notte, non solo per appartarsi in un prato d’estate a scambiarsi carezze e baci.
Non era proprio paura, non era come quella che aveva rinchiuso noialtre dentro quattro mura: non si rischiava di essere seviziati, torturati, di finire in un ospedale con le ossa rotte e il ventre coperte di cicatrici o, se è per questo, di scomparire.
Non di scomparire davvero, almeno, non di diventare invisibili, o trasparenti, o di essere chiusi in una prigione segretissima da cui nessuno esce vivo e anche da morto non esce in una bara, con un funerale, e i parenti che piangono e tutto il resto che serve a ricordarti, e a dimenticarti, e a continuare la vita, no: ficcato in un sacco nero, esce, dentro a un furgoncino diretto all’aeroporto per cacciarti nella stiva di un jet e, una volta per sempre, sul fondo dell’oceano, in pasto ai pesci, finalmente davvero invisibile, innocuo mangime per gamberetti, finalmente.
Niente di tutto questo.
Chi usciva tornava sano e salvo, più roseo persino, di buonumore. Ma proprio quel buonumore era il primo segnale di sparizione. Non il corpo ti prendevano, quello no.
Io, rintanata nella mia vestaglia sformata a leggere e rileggere i pochi libri che ancora circolavano per casa, e a sfregare il cesso maniacalmente finché non luccicava, e la doccia, di queste cose avrei potuto non sapere niente. Ma ormai era diventata un’ossessione, tentare di capire, e mi affacciavo di continuo alla finestra per studiare i comportamenti, osservare i dettagli, per cogliere qualsiasi accenno di spiegazione, ben sapendo che le uniche notizie vere poteva portarmele soltanto Bob.
Bob però stava quasi sempre zitto, e rispondeva laconico alle mie domande anche se protestavo e insistevo che volevo sapere di più.
Non c’è niente da sapere, rispondeva, ma più i sorrisi aumentavano intorno a lui, più i suoi occhi si offuscavano di lacrime represse. Che cosa vuoi che ti dica, sbottò un giorno, esasperato dalle mie proteste. Che sono tutti felici? Che delle donne non si vede l’ombra, che tutti si sbattono come forsennati per sbarcare il lunario come meglio possono, e che invece sembra che sia caduta la manna dal cielo tanto sono allegri, di buonumore e pronti a festeggiare? Vuoi che ti racconti del cane? Di un cazzo di cane bastardo che voleva farsi una corsetta? Per un cane, ormai, arriva la neuro. Stavo uscendo dalla metropolitana, stamattina. Ero in piazza della Decorosa Allegria… hai presente: si chiamava Piazza Dante prima… insomma, davanti all’uscita lo spiazzo era inondato di sole, per una volta. Un tizio stava portando il suo cane mogio mogio a spasso nella folla, e a un certo punto la bestiaccia chissà cos’ha visto, ha dato uno strattone al guinzaglio e il tipo, preso di sorpresa, ha mollato la stretta lasciandosi sfuggire il cane. Allora ha cominciato a inseguirlo: era infuriato, non so perché. Forse aveva semplicemente la luna storta, o magari stava facendo tardi a qualche appuntamento, e mentre correva chiamava il cane imprecando, e appena lui ha alzato la voce tutti si sono girati, come se qualcosa riuscisse ancora a scandalizzarli. La maggior parte ha scrollato le spalle e ha proseguito sorridente per la sua cazzo di strada, figurati, ma dopo qualche istante si è sentito un coro di sirene e il tizio è stato circondato dagli uomini della Croce Rossa Bianca e Verde.
A quel punto il cane era lontano, ma all’uomo di lui non importava più niente: il sorriso stampato sulla faccia, si è lisciato la giacca e si è allontanato fischiettando. Io non lo so che cos’è quella merda, ma spero tanto che prima o poi finisca l’effetto. E intanto mi tocca andarmene in giro col sorriso stampato sul volto per evitare neanche io so bene cosa.
Biotrattamento Psicosanitario Obbligatorio o BPO, così presero a chiamarlo, ma l’unica cosa che ne sapevamo noi era che metteva di buonumore e non pareva avere effetti collaterali. Del resto, gli effetti collaterali non ci mancavano.
Ormai le urla strazianti erano continue, di giorno e di notte, e quando finalmente si spegnevano nell’appartamento accanto, venivano da quello di sopra o da quello di sotto, in un giro costante che difficilmente si sarebbe esaurito presto: quando un posto si svuotava quelli che dormivano per strada si accapigliavano per occuparlo prima degli altri. Per noi che eravamo ancora sani, per noi che eravamo ancora capaci di toccarci, di guardarci negli occhi e stranamente persino di amarci, quella giostra di sofferenza era quasi un sollievo: sapere di poter provare compassione, di poter confinare l’angoscia in un abbraccio, ci faceva sentire umani, e ogni giorno tremavo all’idea di vedere Bob sorridente. Sono stata fortunata, perché presto anche lui si ammalò.
Che cosa fossero quegli strani sorrisi, che cosa quell’euforia, Bob non se lo è mai spiegato. La neuro c’entrava, per forza, e le ronde anche, ma che cosa gli facessero non potevamo saperlo. Già era abbastanza che non ci avessero toccato, ma come noi ne restavano pochi, e andare a cercarli era impossibile per me e un rischio intollerabile per Bob, che già correva da un lavoro all’altro per scongiurare il pericolo del Recupero Inoperosi.
Per giorni e giorni ho temuto e sperato di provare quell’allegria insensata anch’io, quando mi sono trovata di colpo in mezzo a tutti quei rottami di donne contente nella Casa della Donna in Difficoltà. Venivano a recuperarle subito dopo, e loro, che erano fuggite appena qualche giorno prima, spronate dalle sevizie o forse solo dalla noia, si lasciavano abbracciare, impassibili ma soddisfatte, insensibili ma inspiegabilmente fiere di sé, dal maritino, o dal padre, armato di regolamentare tagliandino giallo come in un ufficio postale.
Prima di ammalarsi Bob mi aveva accontentato con un altro dei suoi rabbiosi racconti. Tra le sue varie Concessioni Lavorative ce n’era una in un albergo al capo opposto della città e quel giorno, con le corse dei mezzi ridotte a causa del razionamento, aveva dovuto fare la strada a piedi. Girato un angolo mentre costeggiava il centro, aveva visto un mendicante fare capolino da un androne.
Stavo quasi per decidere di mollargli qualche centesimo – il tono incazzato, a denti stretti per non piangere: Bob parlava soltanto così ormai – ma davanti a me c’era un tipo allegro, e quando ha sentito il mormorio lamentoso dell’altro, ha subito tirato fuori il cellulare. Dopo qualche istante attorno ai due c’era un’orda di energumeni in divisa, che hanno infilato un casco biotrattante al poveraccio e quando glielo hanno tolto lui era tutto contento, e cantava, cantava, puoi crederci? Mentre loro se lo portavano via in chissà quale Discarica di Recupero a lavorare. A crepare, dovrei dire. La voce – un sussurro.
Quando alla fine sono venuti a prendere me, di donne scambiate con un talloncino giallo ne avevo viste parecchie: di tanto in tanto mi coglievo a sperare che Bob si rimettesse, che anche lui arrivasse con l’avviso in mano, ma se ero uscita di casa un motivo c’era, e lui almeno si era salvato da tutto il resto. Aveva sofferto come un cane, sicuro, e quando mi accorsi di non poter uscire dalla Casa della Donna quasi persi il senno a immaginare la sua agonia. Ma alla fine le sue urla non saranno state più agghiaccianti di tutte le altre, questo è certo, e senza nessun aiuto se ne sarà andato presto, e almeno ha potuto sentire la mia voce dirgli addio, prima che uscissi a cercare aiuto. Arrivo in farmacia e torno indietro, mi dicevo – Pazza! – e invece avrei dovuto ascoltare le sue implorazioni, che sussurravano – Non andar via, non te ne andare, non voglio perderti, ho solo te.
E comunque il giorno che vennero a chiamarmi provai un barlume di speranza. Lo soppressi subito: se loro non vogliono trattarmi, devo essere io a soffocare le emozioni più dannose, mi dicevo. Li ho aiutati, lo so, mi maledico, ogni giorno, ma neanche oggi immagino che cosa avrei dovuto fare, oltre a morire insieme con Bob. Vennero a prendermi, e non era Bob, e subito sperai in un BPO, nella fine di tutta quella pena. Invece dal casco uscii triste come prima, solo silenziosa.
Mentre il problema della scarsità e dei rifiuti si risolveva nel più semplice dei modi, mentre le masse umane che fino a poco prima si erano accalcate speranzose intorno alle mura di cinta degli Eco-Insediamenti riprendevano sorridenti la loro routine, fatta ormai di Concessioni Lavorative dall’alba al tramonto per gli uomini e di segregazione all’insegna del Nuovo Regime di Sicurezza per le donne, alcune di noi, in numero accortamente ponderato, non erano costrette a sorridere sedate. Girava voce che il BPO seccasse la vagina, ma più probabilmente agli uomini con le donne troppo tranquille non gli tirava il cazzo: le preferivano un po’ lunatiche e un po’ depresse, e che piangessero davvero quando le si umiliava, sennò che divertimento c’è. A quanto ho visto, la serenità artificiale non ha eliminato il sadismo dei maschi, e di certo non la voglia di scopare, ma sta di fatto che neanche con il trattamento si accontentano delle loro mogli. Per quello vennero a prendermi: per rimpolpare le schiere dei Centri Sfogo Testosterone, dove uomini di ogni età, dietro prescrizione medica, vengono a curare l’unico effetto collaterale del BPO di cui siamo mai stati a conoscenza. Che quell’eccesso di ormone fosse stato, all’inizio, il primo effetto desiderato, non potevo nemmeno immaginarlo.
Poi un giorno la Signora mi ha mandato con Maddalena nella Suite Dirigenziale. Quel giorno, ricordo, in televisione avevano annunciato che la popolazione mondiale aveva toccato l’ottavo miliardo. Al solito, anche quella fu proclamata come una notizia lieta, come se non sapessimo tutti che le risorse scarseggiavano, che l’inquinamento uccideva come mosche gli abitanti delle periferie e che il pianeta non ce la faceva più a sostenere quella massa umana. Meglio dire: come se io non sapessi, perché nel salotto davanti alla televisione tutte le altre sorridevano inebetite di fronte all’immagine della bambina indiana appena nata, quella che aveva segnato il raggiungimento dell’ottavo miliardo. Trattamento o meno, oltre a me l’unica che non ci cascasse era Maddalena, ne ero certa. Quando la Signora entrò stirai gli angoli della bocca in un sorriso, temendo di essere rimproverata, ma quella si limitò a lanciarmi un’occhiataccia e intimò a me e a Maddalena di salire all’ultimo piano.
Dimenticare in un secondo le notizie più deprimenti non era una novità per me: prima del raptus ci arrivavano di continuo notizie di stragi sempre più agghiaccianti, di genocidi fomentati dalle radio commerciali, di follie assassine di massa. Al bar, quando ancora uscivo la mattina per andare al lavoro, quando abitavo dall’altra parte di questa sopraelevata, mi guardavo attorno e vedevo espressioni sgomente fissare le notizie del mattino, all’inizio. Poi anche a quello facemmo l’abitudine, e davanti al bancone le facce che si tuffavano nella tazza del cappuccino con occhi spenti e lontani divennero contagiose. Correggevamo la nostra idea della storia con un tocco di cinismo, facendo buon viso a cattivo gioco, e quell’abitudine non mi abbandonò mai, per questo mi maledico: per come mi aggiustai il reggipetto e lanciando uno sguardo d’intesa a Maddalena mi diressi verso le scale.
Nella suite il il generale R aveva dato appuntamento al cardinale V per coniugare all’utile il dilettevole. Da quel giorno, mentre io e Maddalena offrivamo uno spettacolo a lor signori, uno di quegli spettacoli che solo gentiluomini del loro rango possono concedersi senza temere il Sacro Castigo Capitale, ho scoperto che quella che mi ossessionava non era una follia omicida, non la solita in ogni caso.
Generale, lei ha un senso dell’ospitalità impeccabile, ha detto quel giorno il cardinale sollevando un angolo delle labbra con un sorriso un po’ ironico e un po’ sdegnoso. Una lingua che guizza fuori con passione, un viso espressivo! A queste opere d’arte manca solo la parola, ha continuato allargando le gambe e mettendosi comodo. È una gioia sapere che ci sono ancora corpi di donna dotati di un’anima.
Si figuri, cardinale. Ce ne sono a sufficienza: disponiamo di un impeccabile sistema di calcolo del Bisogno Maschile – mi distrassi dalle carezze di Maddalena per trattenere un ghigno: il generale aveva alzato il tono in corrispondenza delle maiuscole – le risorse necessarie ad assorbire l’eccesso di testosterone della popolazione nanotrattata non mancano. I primi esperimenti di Biomanipolazione Nanopsichica hanno avuto qualche effetto collaterale, bisogna ammetterlo – la voce del generale continuava a salire e a scendere nei punti opportuni – nei paesi dove c’erano un po’ troppe armi a portata di mano e l’organizzazione statale lasciava un po’ a desiderare c’è stato qualche genocidio di troppo, ma non è successo nulla che in un paese per bene non si potesse controllare con qualche pillola e qualche radiazione. Non prima di aver ottenuto l’effetto desiderato, ma questo non serve che lo spieghi a lei. Come avremmo potuto stabilire l’ordine senza far capire bene che cosa potesse arrivare a fare una folla eccitata e fuori controllo? Solo dimostrare veramente a cosa serve la Sorveglianza Diffusa Centralizzata avrebbe fatto accettare finalmente il Nuovo Regime e il BPO. E questo tutto grazie a lei e ai suoi collaboratori. Ma il cardinale a quel punto non lo ascoltava più. Era troppo interessato a studiare la mia lingua che si intrecciava con quella di Maddalena.
Dopo quella rivelazione, però, la mia eccitazione si era ormai spenta del tutto nonostante la presenza della mia amica, con cui in precedenza avevo spesso dimenticato di essere una semplice addetta al Servizio Psicosanitario Integrativo. Biomanipolazione Nanopsichica: ecco cos’era, ora lo so. E anche Maddalena lo sa, gliel’ho letto negli occhi, e nel fremito che le ha attraversato il corpo avvinghiato al mio. Una luce triste e furiosa assieme, che avrebbe preluso a una scenata furibonda, se solo avessimo potuto pronunciare le parole giuste, o qualsiasi altra parola. Ma a che sarebbe valso il nostro grido inarticolato? Concludemmo il Servizio in fretta con gesti meccanici.
Se le follie assassine non erano vere follie assassine ma l’invenzione di un manipolo di psicotici, se le guerre e i genocidi e l’ondata di stupri che ci avevano tolto ogni speranza erano frutto delle nanotecnologie, allora anche a quell’ultima follia, a quella di cui anch’io porto la cicatrice, allora anche a quella riesco a dare finalmente un senso, e pure a tutto il resto. Agli occhi spenti, al sorriso sulle labbra, a questo esercito di allegri giovanotti che passano ogni giorno dalla mia stanza con il loro certificato medico, che vengono a trovarmi rincasando dal lavoro e sbrigano la loro Incombenza Settimanale con qualche rapida spinta meccanica, scacciando dalla mente i pensieri dell’ufficio e dei marmocchi da sfamare. Loro non sanno niente, e io non posso spiegarglielo, e anche se potessi non capirebbero, perché i loro ricordi non esistono più.
Io invece ricordo, ricordo tutto, e ora so perché. Io non sorrido, piango a volte, perché nei Centri Sfogo Testosterone le cose stanno così. Siamo opere d’arte davvero: corpi di donna frementi e pulsanti, animati perfino, come in giro non se ne vedono più. E gli uomini ci adorano, per qualche istante si innamorano di noi e penderebbero dalle nostre labbra, se solo ci avessero lasciato la parola per far breccia nei loro pensieri.
Da quel giorno con Maddalena fu un’altra cosa. Prima i nostri corpi si armonizzavano alla perfezione, a uso e consumo dei clienti, certo, ma non aspettavamo altro. Ma dopo, sapere che condividevamo un segreto ci ha legate al punto che per mesi – Pazza! – per mesi ho finto che nulla fosse cambiato, che fosse tutto come prima, prima che tutto succedesse, quando il sospetto non era ancora, non del tutto, il primo metro di misura dei rapporti umani.
E ora non ricordo quasi più come facessi a tirare avanti, prima di quel giorno. Rinchiusa nella mia pelle, eseguivo gli ordini nel mio assordante ammutolimento, che riempiva la giornata di stupore, e basta. La luce degli occhi di Maddalena, il nostro segreto racchiuso nell’arco aggrottato delle sue sopracciglia, ha riempito nuovamente la mia testa di suoni, scacciando lo stupore e riportando alla luce ricordi di gioia, quasi fosse lei a raccontarmeli con le sue parole. Con la sua voce che io non conosco. Una sirena muta mi ha trascinato in questo gorgo di oblio da cui non so più uscire.
Tra i molti vestiti, che non userò mai più, c’è anche il ridicolo boa di lustrini dorati, quello che eccitava tanto il generale mentre sfioravo le cosce di Maddalena, sfuggendo sbigottita il suo sguardo. Ora che le sue urla strazianti echeggiano chissà dove, ora che l’hanno portata via per sempre, come una vergogna che presto, molto presto si spegnerà, stringermelo attorno al collo è l’unica cosa che mi resta da fare. Un ultimo gemito inarticolato per sopprimere questi ricordi che non hanno più senso, né luce.

***

Centro Sfogo Testosterone 22/A
Via San Pio da Pietrelcina 101
Napoli Gianturco, 10 maggio XV anno E.D.
Re: Comunicazione decesso mantenuta IVC-167 – Sez. Nazionali
Spett.le Podestà,
La presente è per metterLa al corrente dell’increscioso decesso autoperpetrato della nostra mantenuta IVC-167 – Sez. Nazionali, nome di servizio: Salomè. In conformità con l’Art. 26 comma N del Regolamento Centri Sfogo Testosterone, troverà allegato alla missiva l’Impianto Nanotecnologico asportato al momento della biopsia.
Come riscontrerà all’esame della registrazione della sua ultima ora di vita, la mantenuta in oggetto presentava segnali di lesbismo latente e una fervida fantasia contraddistinta da pericolose tendenze sovversive.
Ci permettiamo pertanto di concludere che se la mantenuta non avesse violato in maniera a dir poco blasfema la sacralità della vita donatale da Nostro Signore, potremmo rallegrarci che sia scomparsa prima che tali sintomi mettessero a repentaglio l’efficienza dello S.P.I. da lei erogato.
In attesa di un Suo cortese riscontro di avvenuta ricezione, voglia accettare i miei più distinti saluti.

Il direttore del CST 22/A
Beniamino Prete

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