Io li odio i nazisti dell’Illinois> narrazioni> Parco delle Palme di Lorenza Colicigno

mein_kampfParco delle Palme
(Il racconto di Lorenza Colicigno prende spunto da una protesta realmente accaduta in un condominio. )

Il palazzo A era ugualissimo agli altri cinque costruiti nel cosiddetto Parco delle Palme. Una volta in quel preciso punto c’era un largo spiazzo in cui chissà quando qualcuno aveva piantato una palma, e questa, grazie alla sua resistenza, ora trionfava al centro del cortile in tutta la sua rigida lunghezza tra le rigide pareti dei condomìni. Facile confondersi, da qualunque punto di osservazione, infatti, il cortile con palma si specchiava nelle finestre schierate in parata, panorama esotico interrotto dalle distese di panni, bandiere ufficiali del popolo condominiale.
Il Parco delle Palme (ma la palma era solo una, in verità) era un autentico esempio di architettura residenziale del Novecento, nato con ambizioni borghesi, ora non più che un dormitorio per nuovi e vecchi poveri. Ma nessuno lo avrebbe mai ammesso, ovviamente.
Al mattino i palazzi riversavano i loro fiumi in piena verso la città, a sera ingoiavano i flutti, quasi prosciugati di vita, dispersi o in rivoli o cascatelle, pronti per il concerto dei campanelli (perché i mariti non si portassero le chiavi era tra i misteri del Parco delle Palme). In pochi attimi la palma si ritrovava sola, a ribattere gli echi delle litigate serali, degna conclusione del racconto quotidiano. Le abitazioni allora, pur lampeggianti di televisioni al massimo volume, si chiudevano come gusci per celebrare doverose intimità dalle tonalità più diverse, il cui pudore, a tratti, era imprudentemente tradito dall’emissione di suoni ad hoc.
Kabir al Tarik, insieme a Kalina e i suoi figli, Latir e Sonya, carretto compreso, giunse in questo eden di periferia con palma, come ad un’oasi attesa, spesso intravista nei suoi miraggi urbani. Un piano terra fresco in pieno luglio, una tenda tutta per loro ai piedi della palma.
Kabir era educatissimo, così tutta la sua famiglia. Al mattino si scopriva, insieme ai figli, braccio secco di quel fiume in piena. Il permesso da ambulante ben in vista, lasciava il parcheggio condominale con la sua scatolona nera, separato da distanze di cortesia o di diffidenza. Da valutare. Latir all’asilo,Sonya a scuola, lui a vendere, sul carretto orgogliosamente acquistato da poco, la sua merce d’occasione. Aveva un nome Kabir nel mercatino sul Naviglio. I clienti arrivavano, i soldi sufficienti. Fare i conti, riprendere i figli, tornare a casa, fiutando nell’aria gli odori della cucina di Kalina. Un “bentornato” all’ombra della palma, indugiare all’ombra della palma a godere gli odori che lo raggiungevano come messaggi d’amore e di vita.
Kalina, discreta per natura e per condizione, sbirciava da dietro i vetri il profilo della palma. Si chiedeva ogni volta se fosse parte del miraggio quella grossa escrescenza di datteri mai nati, o cosa.
Al supermercato scopriva di netto la sua differenza nella zona di rispetto che la separava dagli altri. Il foulard, pensava, in pieno luglio, certo fa specie.
Kalina comprava le sue verdure, scegliendole con cura. Anche la carne, con parsimonia. Anche le spezie, in abbondanza. Preparare l’ingera era il suo impegno quotidiano. Il suo piacere più grande accogliere nelle larghe narici gli odori forti delle verdure e delle carni speziate. Un atto d’amore, quotidiano e necessario, che veniva dal profondo del suo cuore africano affamato e assetato.
Paola abitava al livello dell’escrescenza di datteri mai nati. Difficilmente guardava di sotto. Soffriva di vertigini, ed anche di miopia. Quella mansarda al decimo piano la difendeva dal basso, lei era in alto, molto in alto, la mansarda l’aveva arredata con cura maniacale, un piccolo santuario per la sua solitudine. Il giovedì il monolocale accuratamente sistemato, con fiori e ninnoli spolveratissimi, accoglieva le tre amiche d’ufficio, in pensione come lei, sole, o quasi, come lei, linde linde come lei, per il burraco. Pepi chiacchierava di continuo, Lisa, l’amica del cuore di Pepi, era muta per scelta, Alda esibiva la sua bellezza post-post-post.adolescenziale col garbo di una diva consapevolmente al tramonto, ma che sempre diva era. Paola era la più media di tutte, parlava, fumava, beveva moderatamente, spettegolava moderatamente. Giocava moderatamente e male, ma Alda, la sua socia di burraco, era tollerante: in fondo era un gioco, tanto valeva darla vinta alle due amiche sfigate, così Pepi e Lisa, coppia palesemente segreta, vincevano sempre. Era un dono delle due amiche vincenti nella vita, si fa per dire. Paola aveva una pensione da dirigente, Alda era bellissima. Potevano perdere a burraco, magari si ritrovavano fortunate in amore, un domani.
Era stata Pepi a lanciare segali d’allarme. – Cos’è questo puzzo, Paola! Non se ne può. Ma dove sei finita, questo è un buon quartiere, ma ‘sti odori così forti sono un oltraggio al buon gusto. Che ci son degli africani, qui?. -.
Paola incassò il colpo con il suo fair play da dirigente, una, due, tre volte. In effetti dalla tromba delle scale l’avevano raggiunta quegli strani effluvi di cucina. A dire il vero, li aveva annusati a lungo e obbedito , anche, all’effetto erotico di quegli odori. Nel lindore del suo attico, sterile quasi per eccesso di varecchina, l’unico detersivo che amava per il costo decisamente abbordabile, quei fili di odori esotici che salivano decisi, come echi di amplessi in agguato, segnavano per lei un ritorno ai riti dell’adolescenza, quando amava la terra e i tronchi giovani e lisci della sua campagna. Ma tutto questo ritorno alle origini la turbava assai, e Pepi aveva gioco facile, in fondo.
Ci fu una lunga riunione di condominio, tra i pochissimi riti comuni che avvenivano al Parco delle Palme. Dove ciascuno dava il meglio di sé, solitamente, rinfacciando i rumori molesti, l’aiuola smossa, il posto usurpato nel parcheggio, le troppe spese, e tutto ciò che di eroico può vomitare un condominio reso nobile da palme. Paola, deludendo Paola, denunciò l’indecenza di quegli odori, chiese che quel pianterreno fosse liberato al più presto. –E’ vero – disse – l’incasso va a beneficio del condominio, e questo è importante, ma quell’odore svaluta il valore degli appartamenti del fabbricato A più che degli altri. -.  Il coro delle narici vergini si ampliò a dismisura. Che inopportuno, affittare ad africani! Un quartiere così bene, il Parco delle Palme, insomma. Il capo condomino, afflitto da mancanza di fondi per i ripetuti ritardi nei pagamenti delle quote, aveva avuto la bella idea di affittare i locali condominiali. Bella idea, sì, ma troppo olfattiva, a quanto pare. Ubaldo Bossi chiese se ritenevano che si dovessero interessare le ronde a questo problema. – In fondo le paghiamo anche care, neh, che intervengano, neh!-.  Un altro, che forse non aveva perso il senso dell’umorismo, nonostante il suo cachemire con cartellino ben in vista, ribatté: – Giusto, senno le proponiamo in parlamento le ronde antiodore, eh! Che ne dici, Ubaldo, lo dici tu all’Umberto?-. Ma nessuno rise, magari glielo diceva davvero all’Umberto, visto che erano lontani parenti.
Paola si lasciò tentare ancora dal flusso di erotiche spezie che salivano su, carezzando le pareti fino al decimo piano. Sentì il cuore stringersi, oltre che il sesso, ma non fece altro che promettersi che era l’ultima volta. Presto si sarebbe liberato il pianterreno, dietro le insistenze e le reiterate protese dei proprietari lesi dagli odori forti di Kalina. Kabir aveva appreso delle proteste una sera, al ritorno da una giornata faticosa e poco redditizia. Kalina aveva preparato zichinì, carne di montone cotta in umido, accompagnata da berberè, un sugo ricco di paprika piccante, e verdure varie. L’odore del montone l’aveva raggiunto al parcheggio, aveva sorriso al messaggio d’amore di Kalina. Poi il sorriso si era spento.
La palma pianse aborti di datteri la sera che partirono. Paola si ritrovò secca e vuota al tavolo del burraco, tra Pepi trionfante, Lisa muta, Alda bella da morire.

Potenza, 11 Giugno 2009

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